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Il Governo dell’Indebitamento

Festeggiare i debiti

La foto sopra riportata documenta un paradossale e doloroso fenomeno umano: cinque persone con un debito spaventoso che festeggiano in modo trionfale la decisione di indebitarsi ancor di più.

Per chi scrive la cosa ha dell’incredibile, visto che – nonostante sia partito dal grado zero, senza cioé che nessuno gli abbia regalato niente e svolgendo sempre lavori a bassa retribuzione – non ha mai comprato a rate neppure uno spillo: si lavora, si mettono insieme i soldi, poi si fanno acquisti.

Certo, non è questa la cultura dominante: mai attendere, godere di tutto subito, a pagare ci penseremo in seguito. Una cultura che va a tutto vantaggio di chi vive lucrando sul lavoro altrui, perché i prestiti non vengono erogati gratis, e a svantaggio di chi si illude di vivere al meglio perché ha subito un bene che costa 10 ma che paga 14, regalando 4 a chi neppure lavora.

In Italia questa cultura imperversa, al punto che ha rovinato lo Stato: seguendola, infatti, i tanti governi di tanti orientamenti che si sono susseguiti nella storia della Repubblica hanno come noto accumulato un debito enorme, un terzo superiore al reddito totale annuo del paese. Insomma, è come se un cittadino guadagnasse 2000 euro al mese, cioé 24000 euro all’anno, e avesse da restituire un prestito di 32000 euro. Cosa succede in questi casi? Che quel cittadino, assieme a chi gli ha prestato i soldi (non è necessario siano le banche, possono essere un parente o un amico) fa un programma di restituzione tale che, controllando le spese, gli permetta per esempio di accumulare ogni mese 200 euro dei 2000 che guadagna, in modo da riuscire a restituire in quanttordici anni i soldi a chi glieli ha prestati.

Semplice e ovvio: se foste voi ad aver prestato quei soldi a vostro fratello, non ci troveresete nulla di strano. Trovereste invece strano, anzi, insensato e immorale, che vostro fratello a fine mese, invece di rendervi 200 euro, continui a chiedervene altri 50 (il 2,4%), anzi, vi dica che lo farà per altri tre anni, del tutto indifferente al fatto che vostro figlio cresce e che, tra poco, i soldi che gli avete prestato vi serviranno per cambiare casa e permettergli di avere una cameretta. E la cosa vi farà ancora più rabbia se vostro fratello – a differenza di voi, che lavorate e andate in vacanza quindici giorni l’anno con la vostra macchina comprata usata ed evitate accuratamente di andare al ristorante – viaggia su un SUV gigantesco e passa da un aperitivo a un ristorante tutte le sere. Né vi rassicurerà e farà sbollire la rabbia il fatto che lui – come il giovane Remo di Sorelle Materassi – vi dica che tutto questo gli è indispensabile per farsi una posizione e che tutto si sistemerà nel giro di pochi anni. Senza peraltro presentarvi mai un piano di come questo sia possibile.

Ecco, quei “giovani” governanti trionfanti sono come quel fratello gaudente, come quel personaggio del sempre attuale romanzo di Aldo Palazzeschi: l’Italia è indebitata e loro non sanno far altro che indebitarla di più. Vendere il SUV – ovvero reintrodurre l’imposizione fiscale progressiva, tassando di più chi i soldi li ha – recuperando metà del debito? Neanche preso in considerazione. Combattere duramente l’evasione fiscale, drammatica piaga storica di un paese nel quale non c’è nessuno che chieda con regolarità la fattura al professionista che gli eroga i servizi? Non sia mai, le tasse sono solo violenza del Potere sul Povero Cittadino, anzi, facciamo un condono! Fare un rigoroso piano di rientro, chiedendo a tutti gli italiani di rimboccarsi le maniche per gli n anni necessari a liberarsi di almeno buona parte del debito? Sciocchezze, il debito è solo colpa delle Banche, della Merkel, delle Multinazionali, “delle cavallette!” – per riprendere un’antica gag del blues brother John Belushi.

“Hanno ragione”, dirà la maggioranza del popolo più evasore del mondo (inclusa gran parte di coloro che si credono “di sinistra”), “perchè – come diceva Keynes – l’unica uscita da questa situazione è il rilancio della crescita”. Ora, anche ammettendo che Di Maio e Toninelli abbiano chiaro chi è Keynes, va ricordato che per anni il M5S ha contestato il concetto di “crescita” e l’ideologia che la soddisfazione dei cittadini fosse correlata al PIL: se n’è dimenticato? E ancora: Keynes andava bene nel Novecento, cioé nell’epoca della crescita illimitata di un numero limitato di Stati; oggi, anche senza mettere in gioco multinazionali e Banche Mondiali, l’espansione riguarda potenzialmente (quasi) tutti gli Stati, ed è pertanto ovvio (e anche giusto) che avvenga solo in quelli più poveri, i quali non solo hanno un costo del lavoro inferiore (cosa che attrae gli investitori), ma anche più bisogno e più diritto di crescere. Non può esserci crescita infinita su un pianeta di superficie finita, lo capirebbe anche un bambino; perciò da noi la crescita non ci sarà più e puntare su modelli keynesiani è semplicemente folle.

Ovviamente niente di tutto questo sarà compreso da un elettorato che ha il record del tasso di distorsione della realtà e che viene alimentato ogni giorno a odio per tutto ciò che non sia “italiano”: dalla Merkel agli immigrati, da Macron ai criminali che sembrano essere solo stranieri. E che perciò, quando nessuno comprerà più il nostro debito perché siamo inaffidabili come il fratello gaudente e il giovane Remo, intonerà il coro dell’Europa Cattiva e del complotto delle Multinazionali, pronto a uscire dall’Euro convinto che, in tal modo, i soldi torneranno. Cosa che invece accadrà solo quando ci saremo così tanto impoveriti da competere con il costo del lavoro della Tunisia. Unico vantaggio: i tunisini non avranno più ragione di venire da noi – anche se noi non andremo più in vacanza da loro, né altrove, per mancanza di soldi.

Buona fortuna, Italia. Ne hai bisogno.

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Percezione ingannevole e gradimento del Governo

Intervistato dal Giornale Radio Tre a margine del Festival Filosofia di Modena, che aveva per tema la verità, il presidente dell’istituto di ricerche statistiche IPSOS, Nando Pagnoncelli, ha sinteticamente riportato i risultati di una ricerca svolta su larga scala in quaranta paesi del mondo e con diverse centinaia di migliaia di intervistati, dalla quale emerge un dato assai preoccupante: la percezione che i cittadini hanno di ciò che li circonda è fortemente discordante dai dati reali e l’Italia è largamente in testa alla classifica mondiale di questa “percezione ingannevole” (misperception), come riporta il seguente grafico tratto dalle pagine dell’istituto:

Tra gli esempi di percezione ingannevole in cui cadono i cittadini italiani Pagnoncelli ha citato la presenza degli stranieri, data al 30%  contro un dato reale di 8,3 %, quella dei musulmani, ritenuti il 20% della popolazione e invece solo il 3%, il numero di anziani sul totale della popolazione, creduti il 50% e invece il 22%, e – per restare fuori dai temi “politici” – la percentuale di cittadini affetti da diabete, stimati al 30% e invece solo il 5,4%.

Questo incredibile travisamento della realtà da parte dei cittadini, sostengono i relatori della ricerca, sarebbe proporzionale al livello di istruzione, alla prevalenza delle emozioni sulla razionalità e all’uso di mezzi di informazione che non favoriscono l’approfondimento – vale a dire all’uso prevalente della rete.

Per  valutazioni più precise dello studio rinvio al “microsito” che IPSOS gli ha dedicato (in inglese) o, meglio ancora, al libro The Perils of Perception, di Bobby Duffy, in cui vengono più estesamente riportati dati e ipotesi esplicative. Qui voglio invece fare una riflessione a partire dal dato generale, che è comunque molto, molto preoccupante.

Quello studio, globalmente preso, non fa altro che esprimere in forma oggettiva – oltre che senz’altro più precisa e corretta – un assai contestato giudizio che viene talvolta dato sulla maggioranza dei cittadini, altrimenti detta “popolo” o “paese reale”: che essa sia composta da individui fondamentalmente ignoranti. La ricerca dell’IPSOS, per essere precisi, non conferma quel giudizio: lo aggrava. Presi nella loro totalità, infatti, i cittadini italiani non mostrano tanto di essere ignoranti, quanto – per dirla con Platone – di non sapersi servire di quello che sanno: le loro conoscenze paiono essere raccogliticce, superficiali e disorganiche, nonché influenzate da impressioni emotive, cosicchè al momento di essere utilizzate finiscono per produrre misurazioni ampiamente scorrette del mondo reale.

In altre parole, i cittadini – del mondo, ma in modo eminente italiani – sono sì informati, anzi, lo sono abbastanza da non avere neppure la socratica consapevolezza della propria ignoranza; ma la loro informazione è di qualità così scadente che falliscono regolarmente (e di molto) nel riconoscere la realtà per quello che essa è. E, poiché il “saper di non sapere” è anche la conditio sine qua non per accettare il dialogo con chi la pensi in modo diverso, la maggioranza (oggi neanche più tanto) silenziosa, oltre che avere una percezione ingannevole del mondo in cui vive, è anche pronta a passare alla guerra verbale per difenderne la propria illusoria immagine.

“Chiacchiere da intellettuale” dirà infatti sia chi – senza darsi la pena né di leggere quello studio, né di trovare dati diversi a supporto – contesti la validità della ricerca dell’IPSOS, sia chi lamenti la distanza delle classi “colte” dal “paese” – come ha fatto ieri sull’Espresso Giovanni Orsina (peraltro anch’egli intellettuale) con un articolo di sorprendente fragilità teorica surrogata da un artificioso uso di cultura storica.

In realtà quel che abbiamo qui di fronte non sono affatto “chiacchiere”, bensì “dati”: il “popolo” percepisce un mondo che non c’è e su di esso costruisce desideri e affanni, produce gioie e paure, distingue amici e nemici, vota e legittima Governi. Non può stupire, allora, che di fronte a un Governo come quello in carica, che – tranne un paio di provvedimenti di non gran conto e/o dalla durata dubbia – non ha fin qui fatto altro che il gradasso con gli immigrati, cioé i soggetti più deboli sulla scena, quel “popolo” mostri un gradimento al 62%: la percezione ingannevole ha colpito ancora una volta.

Aldilà delle (amare) battute, resta il fatto che senza un intervento serio, energico e radicale su questo tema, non possiamo attenderci dal futuro nient’altro che tempi estremamente cupi: perché se la maggioranza è scollata dalla realtà, chi la rappresenta non può che esserlo altrettanto e, conseguentemente, i provvedimenti pubblici che deciderà avranno sulla realtà vera una presa nulla. Non solo: ben pochi se ne renderanno conto, se i più continueranno a travisare la realtà a dispetto dei dati.

Fino a quando qualcosa di grosso e inaggirabile non raddrizzi a tutti la vista. Ma, a quel punto, potrebbe essere troppo tardi…

 

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Allarme razzismo? Sì, perché è nel Governo

In questi giorni sui media si è parlato spesso di allarme razzismo, mostrando il reiterarsi di aggressioni riconducibili alla discriminazione razziale. Certo la cosa “fa notizia” e, vista la cattiva abitudine dei media di enfatizzare tutto ciò che può far alzare le vendite, non c’è dubbio che abbia in parte ragione chi denuncia la presenza di qualche strumentalizzazione, come quella dello squallido tweet di Renzi qui riportato:

Che l’ex Presidente del Consiglio, non pago dei danni fatti in passato, stesse strumentalizzando è chiaro: non solo parlava prima di conoscere chi e perché avesse agito, ma usava un “selvaggiamente picchiata” che con il lancio di uova ben poco aveva a che fare.

Rimane tuttavia il fatto che gli episodi di aggressioni a immigrati o rom esistono eccome: questo articolo della fine di luglio ne censisce trenta (denunciati) in due mesi, cioé uno ogni due giorni dalla formazione del governo. Non pochi e non sottovalutabili. Sebbene, anche in questo caso, servirebbero dei dati per dichiarare apertamente che le cose siano davvero peggiorate e che non si tratti solo di un fenomeno già esistente al quale adesso si stia dando maggiore attenzione mediatica.

Personalmente ho non poche perplessità a parlare di un “allarme razzismo” scoppiato negli ultimi due mesi: per me l’allarme razzismo esiste da tempo e l’acuirsi del problema lo si vede non dall’incremento degli episodi, ci sia stato o meno, ma dal fatto che – diversamente dal passato – la cultura razzista si è fatta palese e trova un amplificatore nel Governo stesso. E su questo piano l’incremento c’è stato ed è stato forte.

Tutto è iniziato con lo slogan legnista “primagliitaliani”, semanticamente discriminatorio e xenofobo, sebbene non ancora razzista. E’ poi proseguito con affermazioni di Salvini quali la celebre “i rom italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere”, per la quale il viceprimoministro ha una denuncia pendente per istigazione all’odio razziale. E’ andato quindi avanti con il trattamento cinico riservato ai migranti naufraghi nel canale di Sicilia (con aumento dei morti pur nella netta diminuzione degli arrivi). E ha trovato la consacrazione con le inquietanti dichiarazioni del Ministro della Famiglia Lorenzo Fontana del 3 Agosto.

E vediamole, queste dichiarazioni di Fontana.

I fatti degli ultimi giorni rendono sempre più chiaro come il razzismo sia diventato l’arma ideologica dei globalisti e dei suoi schiavi (alcuni giornalisti e commentatori mainstream, certi partiti) per puntare il dito contro il popolo italiano, accusarlo falsamente di ogni nefandezza, far sentire la maggioranza dei cittadini in colpa per il voto espresso e per l’intollerabile lontananza dalla retorica del pensiero unico.

A parte la difficoltà di capire chi e cosa siano “i globalisti” e perché giornalisti e partiti siano i suoi (sic!) “schiavi”, si evidenzia la presenza di un “popolo italiano” di cui, a rigore, fa parte anche chi non la pensi come il ministro (chi scrive, così come “i globalisti” e i “suoi schiavi”), visto che pur sempre di italiani si parla, e di un “pensiero unico” che però, curiosamente, non è né quello del “popolo italiano”, né quello del Governo, quindi tanto “unico” non può essere. Ma andiamo avanti.

Una sottile e pericolosa arma ideologica studiata per orientare le opinioni. Tutte le prime pagine dei giornali, montando il caso ad arte, hanno puntato il dito contro la preoccupante ondata di razzismo, per scoprire, in una tragica parodia, che non ce n’era neanche l’ombra.

Ora, le pagine dei giornali che puntavano il dito sull’ondata di razzismo proprio “tutte” non erano, visto che Il Giornale, Libero, Il Foglio e in buona parte anche Il Fatto Quotidiano in realtà erano invece impegnati a minimizzare il significato (quando non a negare il dato) degli attacchi ricevuti da stranieri; attacchi che come visto ci sono e che perciò non possono aver fatto “scoprire” che di razzismo “non ce n’era neanche l’ombra”, ma che, al contrario, debbono quanto meno far tenere alta la guardia. Per Fontana, invece

Se c’è quindi un razzismo, oggi, è in primis quello utilizzato dal circuito mainstream contro gli italiani.

Anche qui, cosa sia e come si individui questo “circuito mainstream” è difficile dirlo, ma è ancor più difficile capire come esso possa volgersi “contro gli italiani”, essendo un circuito composto proprio da italiani: che si tratti di un autodafé? Vediamo che ne pensa Fontana:

La ragione? Un popolo che non la pensa tutto alla stessa maniera e che è consapevole e cosciente della propria identità e della propria storia fa paura ai globalisti, perché non è strumentalizzabile.

Ora, in Italia il “popolo” (ammesso e non concesso che parlare di una tale entità abbia senso) non ha mai pensato tutto nella stessa maniera, lo dimostra la storica difficoltà di realizzare dei governi tenendo assieme i rappresentanti di idee spesso diversissime tra loro – una difficoltà che il Ministro Fontana dovrebbe conoscere bene visto che il suo governo detiene il record di tempo impiegato per formarsi in tutta la storia della Repubblica. Solo che se un popolo non la pensa tutto nella stessa maniera, come pare desiderare il Ministro, allora non può avere un’identità unica né interpretare la storia in un solo modo, cosa che contraddittoriamente sembra essere un altro suo desiderata. Il Ministro pare quindi molto, molto confuso.

Sarà forse questa la ragione per cui, a questo punto, egli manifesta tutta la sua anima razzista?

Abroghiamo la legge Mancino, che in questi anni strani si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano.
I burattinai della retorica del pensiero unico se ne facciano una ragione: il loro grande inganno è stato svelato.

Dunque, prima Fontana propone di eliminare la legge che rende reato il razzismo, cosa che può fare solo chi non lo ritenga reato, ovvero sia razzista e ritenga giusto esserlo; poi parla di “razzismo anti-italiano”, di fatto avvalorando l’idea che l’essere italiani abbia qualcosa a che fare con la “razza” (chi critica gli italiani odia la “razza italiana”), una cosa mai sentita prima (forse neppure in epoca fascista) e che evidentemente alberga nella testa del nostro Ministro – ahinoi! – della Famiglia.

Idee – se le vogliamo chiamare così – di questo genere vanno di fatto a confermare tutti i peggiori timori contenuti nello slogan “primagliitaliani”, che da discriminatorio e xenofobo si fa qui razzista: gli italiani, per il Ministro della Famiglia, sono una razza e chi li critica è razzista. E – per lo slogan del suo partito – questa razza è über alles, viene prima delle altre, che esistono e vanno discriminate.

Solo che quel partito è al Governo, anche se in larga minoranza, e ha l’appoggio silenzioso del partito di maggioranza nel Paese; il Vicepresidente del Consiglio è il suo leader e il confuso estensore di quelle parole uno dei Ministri. Di fronte a tutto questo diventa inevitabile concludere che sì, un “allarme razzismo” c’è. Ed è anche piuttosto preoccupante.

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