Perché i Cinquestelle hanno prodotto Salvini (e perché non poteva essere altrimenti)

Uno dei commenti più ricorrenti in questi giorni, successivi al “licenziamento” del Governo da parte della sua componente minoritaria alla luce del suo essere di fatto ormai maggioritaria, suona a un dipresso: il risultato della politica del M5S è stato l’aumento del consenso per la Lega fino a consegnarle il Paese.

Sul dato di fatto c’è poco da discutere: un anno e mezzo fa, alle ultime Elezioni Politiche, il M5S aveva il 32,6% dei voti, la Lega il 17,3%, poco più della metà; un anno dopo, alle Europee dello scorso maggio, i risultati erano più che rovesciati, con la Lega al 34,3% e il M5S al 17,1%, meno della metà; allo stato attuale i sondaggi, per quel che valgono, indicano la Lega addirittura al 38% e i Cinquestelle sempre attorno al 17%. Si può discutere invece sulle ragioni di questa precipitosa débâcle, sorprendente forse ancor più della inarrestabile ascesa che aveva portato il MoVimento a essere prima forza politica e maggioranza di governo. C’è chi sostiene che essa dipenda dalla debolezza della leadership di Di Maio, chi dal venir meno della forza trainante prima di Casaleggio, poi di Beppe Grillo, chi da errori strategici e dalle manipolazioni di Salvini; c’è chi invece si concentra sullo spettacolo di manifesta incompetenza dato dagli esponenti pentastellati in questi mesi, costellati da continue gaffe (esemplari quelle di Toninelli), di inspiegabili e inspiegati dietrofront (si ricordi quello di Di Maio riguardo ad Atlantia) e di clamorosi insuccessi su temi chiave delle loro promesse di governo (dalla chiusura dell’Ilva, allo smantellamento del TAP, fino all’abbandono del TAV). C’è infine chi (perlopiù proprio i residui fedeli del MoV) parla di complotto dei poteri forti e della stampa, ai quali si sarebbe aggiunto il “tradimento” di Salvini.

C’è tuttavia una chiave interpretativa un po’ meno aleatoria di quelle elencate (e che tuttavia non esclude che alcune di esse abbiano effettivamente contribuito alla débâcle) sulla quale vorrei soffermarmi: una chiave che rimanda al progetto stesso del M5S, autodefinitosi “postideologico”, incentrante la propria identità sull’identificazione con i “cittadini” di contro alla “casta dei politici” (quindi esplicitamente populista) e sulla loro “onestà”. Se si guarda a questo progetto, l’immagine paradossale che ci viene restituita è quella di un movimento di onesti populisti privi di ideologia che fa da gregario per la fuga di un partito con l’ideologia più forte oggi presente nell’arco parlamentare (nazionalismo sovranista), con 49 milioni di euri sottratti indebitamente allo Stato e due importanti esponenti sotto inchiesta per vari reati. Merita dunque domandarsi: come si spiega questo travaso di consensi tra due forze politiche così diverse? E inoltre: è possibile che la spiegazione abbia radici proprio nel progetto del M5S e non da accessorie condizioni contingenti proprie del clima culturale, sociale e politico?

Per rispondere a queste domande è necessario chiarire cosa sia una forza politica “populista” e quali rapporti abbia con i contenuti “ideologici”, facendo riferimento a quello che a mio parere è il più interessante studio sul populismo: La ragione populista, del franco-argentino Ernesto Laclau. Un lavoro spesso menzionato, ma anche poco considerato, probabilmente perché schierato a sinistra e tutt’altro che critico con il populismo – una congiunzione che lo rende sgradito a entrambi gli schieramenti, visto che la sinistra aborre il populismo e la destra aborre la sinistra.

Molto sinteticamente, secondo Laclau il populismo si basa sulla costruzione di un popolo (entità che di per sé non esiste, i singoli individui potendosi identificare in innumerevoli “gruppi” possibili, oltretutto neppure mutuamente esclusivi) operata attraverso la collazione di un certo numero di richieste rivolte al potere e da questo non soddisfatte, che Laclau distingue dalle “domande politiche”, denominandole “domande popolari”. Queste ultime, diversamente dalle prime, non vengono organizzate attorno a un’ipotesi di società politica che dia loro risposta – cosa che originerebbe una concezione politica, la tanto deprecata “ideologia” – bensì vengono raccolte in modo equivalente e usate esclusivamente per circoscrivere il “Popolo” in contrapposizione a coloro che ne sono avversari, cioè il potere politico che non ha soddisfatto le domande. Tale strategia, osserva Laclau, permette al populismo di rastrellare il consenso anche di elettori con interessi molto distanti tra loro (ovvero con “ideologie” contrapposte, da cui il suo “postideologismo”): tutte le domande insoddisfatte sono infatti “popolari”, in quanto tutte avanzate dal “popolo” vessato dal “potere”. Per fare un esempio solo apparentemente paradossale, sono “popolari” sia la richiesta di diminuire le tasse, sia quella di ampliare il welfare, mentre l’impossibilità di soddisfarle entrambe viene celata dall’assenza di una “ideologia” che mostri la loro strettissima, necessaria e contrastante relazione.

Stando così le cose, si dirà, per il populismo è però impossibile soddisfare tutte le domande; infatti, osserva Laclau, anche se taciuto ciò è parte del suo programma: il populismo non deve soddisfare tutte le domande; al contrario, esso deve soddisfarne il meno possibile, perché ciò che rende equivalenti le “domande popolari” e crea unità tra chi le avanza è proprio il loro rimanere insoddisfatte (si tratta in fondo di una variante dell’alleanza “contro” un avversario, che può unire cittadini di orientamenti politici anche molto diversi). In altre parole, se alcune domande venissero soddisfatte e altre no si creerebbe una frattura nel “popolo”, nella misura in cui una parte si sentirebbe trascurata e tradita, spingendola a entrare in conflitto con quella privilegiata e a togliere il consenso al rappresentante populista. Per far sì che il popolo non protesti e reagisca alla mancata soddisfazione delle domande, spiega Laclau, è allora fondamentale che la loro equivalenza trovi una sintesi in un “significante vuoto” – un nome, o comunque qualcosa di sufficientemente vago e non necessitante di interventi concreti per essere soddisfatto – che diventi simbolo valido per tutti. Storicamente, nei movimenti populisti, questo “significante vuoto” è stato spesso incarnato da un leader – il “capo-popolo” – il quale, riprendendo il modello della figura paterna, ha il vantaggio di far leva direttamente sulla sfera affettiva senza la mediazione dei contenuti soddisfatti/insoddisfatti. Ma, nella maggior parte dei casi, anche il capo-popolo era “rivestito” di altri “significanti vuoti”, ch’egli si limitava a incarnare e che talvolta potevano anche far a meno di lui: la forza, la risolutezza, l’origine popolare, l’astuzia, il coraggio, l’onestà.

L’ultima parola avrà non a caso evocato al lettore il “mantra” della retorica pentastellata: per anni, dal V-Day fino ancora a oggi, il tratto distintivo del Popolo cinquestelle è stato proprio l’onesta, di contro alla corruzione e al malcostume imperanti nel Sistema della Politica. Personalmente sono persino stupito di sentire con quanta veemenza vengono accusati di aver “rubato” i politici di area PD, che mi guardo bene di difendere in alcun modo, ma che quanto a disonestà non posso neppur lontanamente comparare con ciò che si vedeva in epoca democristiana, per tacer di quella socialista. Così come sono sconcertato dal numero di elettori (e anche ex elettori) Cinquestelle che, di fronte agli insuccessi e all’inadeguatezza dei loro eletti, giustificano la loro scelta dicendosi comunque convinti che si tratti di “persone oneste”.

Su questa identificazione con i rappresentanti politici in quanto “onesti” da parte di un “Popolo” che risulta essere il maggior evasore fiscale di tutti gli Stati europei ci sarebbe molto da dire, ma non è questa la sede. Qui interessa solo che, sulla base della assai persuasiva spiegazione del populismo data da Laclau, il M5S né poteva, né voleva dare risposta alle “domande popolari”: il tanto promesso “cambiamento” non aveva per obiettivo i fatti, bensì solo il modo di guardarli, grazie a un diverso modo di sentirsi parte della vita politica. E questo è confermato dalle risposte date da chi ancora oggi offre pieno consenso al MoV: di fronte alla mancata soddisfazione di un gran numero di “domande popolari”, si risponde invocando un tempo che si negava fosse necessario ai precedenti governanti e una comprensione dei compromessi che quando fatti dagli altri erano sempre e solo “inciuci”.

Tornando ai nostri interrogativi: che relazione c’è tra il “progetto populista” del M5S e la sua degenerazione nel successo della Lega?

Innanzitutto va detto che se le possibilità di successo di una strategia populista, date alcune favorevoli condizioni storico-sociali, sono relativamente alte, quelle di conservare la loro egemonia sul medio-lungo periodo lo sono molto meno. Infatti, è forse abbastanza facile riunire gli scontenti e convincerli a unirsi e cooperare, ma lo è assai meno convincerli che il fine della cooperazione sia solo la loro unione, a fronte della permanente assenza di risposte alle “domande popolari”. Perché ciò sia possibile è necessario rafforzare l’identità del Popolo, cosa che però rende necessaria un’ideologia – se non proprio politica, quanto meno “immaginaria” – che sviluppi il “significante vuoto”: è infatti difficile che la mera “onestà” dei rappresentanti, o anche la purezza e la forza del capo-popolo, siano sufficienti per un lungo periodo di consenso. Non a caso gran parte dei movimenti “puramente populisti” – da Masaniello a l'”Uomo Qualunque” – sono durati lo spazio di un mattino.

In secondo luogo, una forza di governo “puramente populista” che voglia conservare l’egemonia non può andare al governo in coabitazione: autonomi e totale controllo sono condizioni necessarie affinché essa – attraverso un uso spregiudicato del potere e soprattutto dei media – possa conservare l’egemonia senza far risaltare la quasi assenza di promesse mantenute. E infatti il M5S  – almeno finché era vivo Casaleggio, autore del suo “progetto” – ha sempre detto che avrebbe governato da solo e senza alcun alleato.

Infine – e soprattutto – un movimento populista non può scegliersi per alleato un “populista ibrido”, qual è la Lega di Matteo Salvini, perché facendolo gli consegna un vantaggio competitivo inestimabile.

Checché ne dicano tanti commentatori e critici, la Lega non è un partito “populista puro”, così come non lo era il PD di Renzi (non a caso denominato da Marco Revelli “populismo 2.0”): diversamente da un movimento populista, la Lega non azzera affatto né il contenuto identitario della proposta politica, né le precise “domande politiche” da soddisfare, non rendendole così tutte equivalenti e perciò “popolari”. Sì facendo, essa non si rivolge al “Popolo”, bensì a una sua parte piuttosto ben definita: a chi si sente “italiano”, piuttosto che europeo o cosmopolita; a chi si professa cattolico, anche se (com’è sempre accaduto in Italia) della Chiesa si guarda bene dal condividere i precetti etici più profondi; a chi è cinicamente attento in primo luogo al proprio interesse materiale (crescita economica del paese, meno tasse, al più presto in pensione, ecc.); a chi ha cultura modesta e aspira a una vita fatta di belle donne/uomini, balli ai Papeete, cibo plastificato ma alla moda, e via dicendo; a chi – soprattutto – si distingue drasticamente, con orgoglio e superiorità dai “diversi”, cioè da coloro che non condividano tutti questi contenuti. E per questo la Lega vuole, senza se e senza ma, uno sviluppo economico, e poco importa se gli abitanti della Val Susa, di Taranto, delle coste leccesi non ne saranno contenti; vuole l’autonomia regionale, e pazienza se gli abitanti di regioni meno ricche ne saranno danneggiate; vuole il rafforzamento dell’identità e della sovranità nazionale anche a costo di uscire dall’Europa, e tanto peggio per quella fetta consistente di italiani che le saranno ostili; vuole ordine e disciplina, per mano delle forze di polizia ma anche dei singoli cittadini “armati”, e poco importa se in tanti non saranno del suo avviso. La Lega ha, in breve, un’ideologia: chiara, forte e tutt’altro che “di cambiamento”: è un classico partito di destra, in tutto e per tutto, e anche piuttosto estrema. I suoi elettori non sono “il Popolo”, casomai il solo “popolo della destra”. Perciò non rastrella elettori accogliendo tutte le domande e opponendosi solo al potere: convince gli elettori che votare a destra, con quei contenuti, sia la scelta migliore. Del populismo la Lega conserva solo la disintermediatizzazione del rapporto tra elettori e leader (e qui il terreno glielo avevano preparato prima Berlusconi e poi Renzi), la quale fa risplendere la figura del leader trascinatore delle folle e capo-popolo; ma in questo caso chi si affida al leader deve credere non solo “in lui” (“significante vuoto”), bensì in un contenuto politico organico e identitario. Deve credere, cioè, in un’ideologia.

Ora, anche ammesso che per un movimento populista sia possibile avere alleanze senza danno, questo è il peggior tipo di alleato possibile: perché ha qualcosa di pronto e di concreto da offrire ad almeno metà degli elettori populisti (quelli orientati a destra) che restino perplessi della mancata evasione delle “domande popolari”; perché anche all’altra metà può gettare l’amo del capo-popolo; perché il suo contenuto ideologico forte fa risaltare la vacuità del “postideologismo” populista; perché il crasso individualismo che lo pervade ben si presta comunque a sostituire la parcellizzazione delle molteplici “domande popolari”, una volta che vacilli la loro sussunzione sotto il vessillo del “significante vuoto”. Allearsi, e farlo proprio con un populismo ibrido e destrorso qual è la Lega, dunque, era quanto di peggio il M5S potesse fare, e le catastrofiche conseguenze sul suo consenso stanno lì a dimostralo.

Probabilmente molti dei pentastellati, eletti ed elettori, non riusciranno neppure a comprendere queste ragioni “sistemiche” della loro débâcle, inconsapevoli quali sono della struttura progettuale del loro stesso agire politico; e comunque sarebbero stati tutti quanti semplicemente sordi di fronte a chi avesse cercato di avvisarli in anticipo. Ma questo riconduce al limite di fondo degli adepti del M5S, che va ben aldilà dell’aspetto strettamente politico: la loro superficialità e incompetenza, che li porta a semplificare ogni fenomeno, a rimanere inconsapevoli di ogni dinamica, a conservare contro ogni evidenza le loro interpretazioni grossolane respingendo sdegnosamente ogni confronto critico. Questo, fin dall’inizio, li contestavamo; di questo, rapidamente, stanno perendo.

 

 

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7 thoughts on “Perché i Cinquestelle hanno prodotto Salvini (e perché non poteva essere altrimenti)

  1. Renato Pilutti ha detto:

    Vedi, Neri, leggendo il tuo pezzo mi stavo chiedendo chi avrebbe potuto interessare tra i lettori del web, e mi sono risposto che, ubbidendo alla campana di Gauss, forse il 10, o forse l’8 per cento collocato nella parte destra sarà interessato alle tue riflessioni e a quelle di Laclau. Infatti, giunti alla riga 15, più o meno, la fatica dell’attenzione si fa significativa, perché il periodare è incalzante per logica e per profondità.
    Tema che riguarda anche me: non ci leggono coloro che votano i due che citi. Ci leggono altri che forse hanno meno bisogno di leggerci. Lo scrivo senza alcuna iattanza o superbia intellectualis.
    Il lavoro della riflessione (filosofica) è duro, lento, e va oltre il tempo delle nostre vite. Ma non dobbiamo demordere.
    Buon ferragosto.

    renato.

    • Caterina Vitale ha detto:

      L’articolo è interessante, ma il commento di Pilutti no. Ad ogni modo tutti i partiti sono populisti attraverso le affermazioni dei loro leaders. Non ricordo comizi nei quali fossero state esaltate tasse, anarchia, disoccupazione. Le tecniche per accecare le folle sono sempre le stesse. Credo invece che sia il carattere del leader determinante per la guida del carro ( oggi carroccio). Se questi parla “dal basso” lo affrancherà di più al cittadino medio nazionale forgiato dalle strategie scolastiche degli ultimi 30 anni con la compiacenza di tutti.L’istruzione in Italia è manipolata, eppure gli insegnanti sono per la maggior parte di sinistra. Le ore di storia e geografia si sono ridotte a 2 settimanali, eppure non ricordo scioperi da parte degli addetti ai lavori.. il programma di storia alle medie ci istruisce sui Sumeri e non ci parla in modo approfondito e veritiero sul periodo compreso tra il 1800 e il 2019… gli imsegnanti di storia arrivano su questi capitoli sempre frettolosamente a fine anno… giusto per chiudere il programma… con la stessa impazienza con cui si porta il cane a pisciare…e mai nessun sedicente intellettuale si è indignato… io si … ho conosciuto persino una insegnante di storia dell’arte TERRAPIATTISTA..di ruolo!

      • Neri Pollastri ha detto:

        Lei, Caterina, riduce il significato di “populista” a “promettere cose gradite all’elettorato”, cosa quest’ultima che certo fanno gran parte dei politici (anche se non tutti). Solo che l’articolo argomenta e spiega proprio perché il significato da dare al termine NON sia questo! Evidentemente non ne ha capito il senso…
        Quanto al degrado della cultura del cittadino, certo l’impoverimento della scuola è una delle cause, da addebitare in primo luogo ai Governi che hanno tagliato fondi e modificato programmo al fine di formare professionalità invece che persone (e su questo mi permetto di dire che gli insegnanti hanno sempre protestato, anche se forse non scioperato); tuttavia credo che la causa principale sia l’invadenza dei media, sulla quale si potrebbe fare una lunga riflessione che, tuttavia, sarebbe del tutto non opportuna in questa sede.

  2. Luciano Sesta ha detto:

    Complimenti per la lucidità. Solo un’osservazione. Non si potrebbe anche dire, e sulla base delle sue stesse premesse – che mi convincono – che proprio perché il populismo 5 stelle si alimenta di domande genericamente insoddisfatte dal potere costituito, quelle domande che invece la Lega soddisfa con precisione e in senso contrario a quanto chiesto dai 5 stelle rinforzino, piuttosto che indebolire, il Movimento stesso? Voglio cioè dire che la Lega, confermando di avere i tratti del partito tradizionale, identitario e interessato a specifiche porzioni di elettorato ma non ad altre, non intercetterebbe, in questo caso, quel malcontento trasversale nei confronti della vecchia politica che invece il Movimento 5 stelle vorrebbe rappresentare. Un malcontento che proprio in questi giorni riemerge, di fronte al voltafaccia di un leader leghista il cui tradimento rischia di impressionare di più dell’incompetenza e della presunta onesta’ di principio dei pentastellati

    • Neri Pollastri ha detto:

      Grazie dell’attenta lettura e dell’apprezzamento. La sua osservazione mi pare corretta e in prima approssimazione posso solo aggiungere che il fallimento dell’approccio “populista puro” (come l’ho definito usando un’espressione non di Laclau) sta nel suo non essere riuscito a dimostrarsi “migliore” della “vecchia politica”, proprio a causa del non saper né risolvere i problemi, né promuovere un paradigma politico davvero diverso, entro il quale quei problemi almeno in parte si deproblematizzino. E’ chiaro che la fuga dal “nuovo” verso il “vecchio” non possa essere priva di tentennamenti o ripensamenti, specie se l’antagonista commette errori a sua volta (il Capitano che prima punta con feroce decisione sulle elezioni e dopo appena due giorni dice al partner sfiduciato “il mio telefono è sempre acceso” trasmette di sé una immagine patetica); ma in mancanza di qualcosa che rinnovi l’identità del M5S mi pare difficile un suo recupero.
      Il post che lei ha scritto su facebook e che mi è stato segnalato, tuttavia, mi pare più complesso, oltre contenere un’osservazione da precisare. Appena possibile lo riprenderò per continuare questa interessante riflessione.

  3. Giorgio ha detto:

    “Cinquestelle che, di fronte agli insuccessi e all’inadeguatezza dei loro eletti,(…)”. Eh, ci siamo. Un articolo che propone l’approccio analitico-riflessivo, e a un tratto che fa? Spaccia come premessa o dato di un ragionamento ciò che invece è una tesi fortissima e decisiva. Questa riga sparacchiata in mezzo all’analisi è la prima cosa bisognosa di analisi (e dimostrazione) –direi. Altrimenti, come è successo rispetto a me, evapora molta della credibilità dell’autore.

    • Neri Pollastri ha detto:

      In realtà, Giorgio, di insuccessi e inadeguatezza dei rappresentanti l’articolo parlava fin dall’introduzione, indicando anche alcuni esempi. Sui quali è certo legittimo avere interpretazioni diverse, ma che proprio la perdita di consenso del MoVimento mostra essere state ritenute tali da una bella fetta del suo stesso elettorato. Oppure lei pensa che il 17% di chi ha votato cinquestelle nel 2018 e non nel 2019 l’abbia fatto per manifestare in modo originale la sua soddisfazione per i risultati e le abilità degli eletti?
      Poi dalla mia analisi può benissimo essere tratto che l’inadeguatezza sia consistita nell’incapacità di convincere il proprio elettorato che le domande non soddisfatte erano il male minore rispetto al rimanere uniti attorno al significante vuoto “onestà” o a qualche suo derivato/completamento; ma anche in questo caso l’inadeguatezza e gli insuccessi rimangono un fatto alla cui dimostrazione bastano i dati statistici.

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