Il diritto, l’orrore, le “bestie”: riflessioni sul caso Brusca

Le polemiche sorte nei giorni scorsi attorno alla scarcerazione di Giovanni Brusca testimoniano quanto sia grande e – soprattutto – diffuso il deficit di educazione civica di questo Paese, ma anche di quanto ancor oggi la cultura di massa in Italia poggi su fondamenta arcaiche e di derivazione mitologico-religiosa.

I fatti sono noti: Brusca, criminale mafioso accreditato di centocinquanta omicidi – tra i quali quelli del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito e sciolto nell’acido, e di Giovanni Falcone, la moglie e la scorta – è stato rimesso in libertà, ancorché vigilata, dopo venticinque anni di carcere; la sua liberazione è avvenuta secondo le leggi vigenti, valide per tutti, senza alcun tipo di eccezione o di liberatorie ad personam; gli sono invece valse le facilitazioni dovute all’essere nel frattempo diventato collaboratore di giustizia e alla buona condotta.

Nonostante la trasparenza della decisione, sottolineata tra gli altri dall’ex procuratore antimafia Pietro Grasso, gran parte dell’opinione pubblica ha manifestato la propria indignazione. In buona sostanza, si è sostenuto che non si debba rimettere in libertà chi abbia compiuto un tal numero di delitti di così grande efferatezza, ovvero – espresso in termini più diretti – che un tale “animale” (come lo stesso Brusca si autodefinì nel corso del processo) non meriti altro che passare la propria intera esistenza in galera. Una valutazione, questa, già diffusamente emersa alcuni anni fa, quando a Brusca furono concesse delle uscite temporanee per incontrarsi con la propria famiglia.

Non ci vuol molto per rendersi conto che questa posizione è in contrasto con numerosi principi:

  • quelli del nostro ordinamento giudiziario, che prevedono la pena a scopi non solo e non tanto punitivi, quanto con finalità correttive, perciò incompatibili con il carcere a vita;
  • quelli costituzionali, in particolare all’art. 27 della Costituzione, come recentemente confermato dalla Corte Costituzionale;
  • quelli etici, relativi a un trattamento umano anche nei confronti di chi si sia macchiato di reati gravissimi.

Come si spiega allora la così ampia diffusione di questa convinzione? Discutendo con alcuni suoi sostenitori, ho potuto appurare come essa poggi essenzialmente su basi emotive invece che etiche o giuridiche, ovvero riguardi molto più il sentimento di chi la sostiene che non la giustizia.

Infatti, l’argomento più frequentemente addotto a sostegno è a un dipresso il seguente: chi, come Brusca, abbia reiteratamente compiuto atti che offendono il comune “umano sentire“, che producono “orrore”, viene percepito come “inumano”, ossia come un vero e proprio “mostro”, caratterizzazione inappellabile, incancellabile e definitiva; questo fa venir meno anche l’emendabilità del reato e il principio della correzione del reo, su cui si basa l’ordinamento giuridico, cosicché resta per tal tipo di criminali solo la possibilità di essere rinchiusi a vita in una gabbia, come le bestie feroci.

Come ben si vede, a fondare il giudizio non sono complesse valutazioni sui molteplici principi e diritti, bensì è l’orrore causato in chi giudica dall’immaginare l’atto efferato: l’emozione destata dall’evento fa del suo autore un essere bestiale, pericoloso, inavvicinabile; la brutalità e la reiterazione degli atti portano a trascendere il giudizio morale – atto complesso che deve tener conto della pluralità dei valori in gioco – dando acceso a quell’universo moralistico, tipico del pensiero arcaico, nel quale il Bene e il Male sono entità reificate che non permettono né di essere analizzate e comprese, né di essere trattate con modalità “umane”, civili, quelle cioè istituite con il diritto. In quell’universo per il Male non c’è redenzione: c’è solo l’Inferno – in questo caso la reclusione a vita, che poi non è altro che la “morte bianca”, la quale, diversamene dalla pena di morte, non “sporca” la coscienza di chi la infligge.

Che le cose stiano così è confermato da molti altri aspetti del dibattito pubblico della settimana scorsa.

In primo luogo dal fatto che i primi sostenitori di questa posizione siano stati i parenti di parte delle vittime, i quali – comprensibilmente, vista l’irrimediabilità del danno subito – hanno semplificato la questione, polarizzandola interamente sul piano personale. E’ umano che, di fronte alla perdita di una persona cara, non si riesca a conservare la lucidità razionale necessaria a dare un giudizio giusto – ovvero tenente conto di tutti i principi etici che una società civile deve contemperare – e si finisca per far prevalere la rivendicazione, se non proprio la vendetta. Tanto è umano, che né le vittime, né i loro parenti sarebbero ammessi in una giuria preposta a giudicare un reo.

In secondo luogo, è confermato dal fatto che anche parte dei sostenitori del giudizio inappellabile abbiano richiesto di “mettersi nei panni dei familiari delle vittime”, laddove la giustizia richiede di tener conto anche di moltissimi altri fattori, tra i quali i diritti umani del reo: ma quest’ultima cosa era per loro inaccettabile, visto che il reo era una “bestia”, non un uomo.

Infine, lo conferma la richiesta spesso esplicitamente avanzata di un trattamento diverso nei confronti di un tal tipo di reo, ovvero di una deroga al diritto – anche questo contrario alla Costituzione, precisamente all’art. 3, e pure recentemente contestato dalla Corte Costituzionale – possibile solo se si fa perdere a esso la qualifica di “essere umano”.

Facile che a questo punto ci sia chi possa provare a risolvere la questione usando grossolane categorie, qual è quella di “buonismo”. Niente di tutto ciò, perché anche un tale concetto ricade nel pensiero arcaico e mitologico-religioso: l’etica e il diritto non si riducono al binario Bene versus Male, così come lasciano indietro le risposte emozionali; esse prevedono attente valutazioni che permettano un’equilibrata e giusta compenetrazione dei valori in gioco: quelli delle vittime e dei loro parenti, quelli della società (e qui basti rimandare ancora a quanto detto da Grasso riguardo all’importanza della legislazione sui pentiti per la lotta alla mafia), quelli degli stessi rei, che restano pur sempre “umani” e non possono essere ridotti a mere “bestie” se non scendendo sul loro stesso livello.

Resta tuttavia un fatto, che a me suona certo meno atroce, ma forse ancor più grave dell’esistenza di persone come Brusca, cioè che una parte enorme della società “civile” del nostro paese abbia potuto sposare un giudizio come quello cui abbiamo assistito. Un fatto che ha fondamentalmente due ragioni:

  • la prima è la scarsissima educazione civica degli italiani, che deriva dall’esiguo spazio a essa riservato sia nel sistema scolastico, sia nei media, e che produce continui danni ogni volta che nel nostro Paese si affrontano questioni sociali e politiche;
  • la seconda (mi spiace ripetermi, ma questo è un tema purtroppo ricorrente) è la priorità che la nostra cultura assegna alla sfera emozionale rispetto al pensiero razionale: ha senso seguire le emozioni nelle scelte e nei giudizi solo in situazioni personali e d’emergenza; laddove siano in gioco scelte e giudizi sociali o politici e vi sia tutto il tempo per valutare a fondo, allora la parola passa alla ragione.

Ne va della nostra civiltà, che è qualcosa di complesso, sedimentato e argomentato; ridurre tutto alla diade Bene/Male e all'”occhio per occhio, dente per dente” ci fa tornare indietro di quattro millenni, al codice di Hammurabi, con conseguenze che potrebbero essere orribili quanto i delitti di Brusca.

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Era proprio necessario riaprire le scuole? Un dialogo sul tema

In questo anno e mezzo di pandemia una delle attività la cui chiusura è stata più conflittualmente dibattuta è la scuola. Personalmente non sono un insegnante e non ho mai insegnato, per cui non sono mai intervenuto sull’argomento, ma non posso nascondere che non sono mai riuscito a capire a pieno le alte lamentele che si alzavano riguardo alla didattica a distanza, così come trovavo surreale e segno di totale inconsapevolezza della realtà che si dicesse che la scuola era “sicura” (abbondano infatti fin dall’estate scorsa gli studi che dimostrano il contrario) o si richiedesse una “magica” ristrutturazione dei trasporti pubblici per permettere agli studenti di viaggiare distanziati (che, visto lo stato in cui essi versano, richiederebbe forse vent’anni).

Certo, mi è sempre stato chiaro che ci fossero realtà particolarmente critiche – territori mal serviti dalla rete informatica, famiglie disagiate, bambini che richiedono di essere seguiti direttamente -, che il cambiamento, rapido e imposto, non potesse essere di facile attuazione e anche che, ovviamente, l’insegnamento in presenza non fosse in toto sostituibile dalla DAD. Tuttavia, non capivo perché non si cercasse di cogliere l’occasione per aggiornare un sistema notoriamente inadeguato, trovando i modi per valorizzare forme atipiche di insegnamento, per tamponare oggi al meglio l’emergenza e magari per utilizzare meglio domani quelle tradizionali, una volta tornati a quella “normalità” che, in precedenza, era comunque largamente vituperata.

In questo mi aiutava la mia personale esperienza. Da studente, fin da piccolo sono sempre andato a scuola controvoglia, seguendo le lezioni con pochissima attenzione e studiando quasi esclusivamente a casa, tanto da arrivare a risultati brillanti solo quando, diventato maggiorenne e firmandomi da solo le giustificazioni delle assenze, a scuola andavo solo la metà dei giorni; all’università, poi, ho fatto lo studente lavoratore, seguendo solo due corsi su diciotto, ma non per questo senza profitto. Il tutto senza avere particolari doti. Avessi avuto la DAD, la mia vita di studente sarebbe senza dubbio stata migliore. Da “docente”, poi, pur nel mio campo di nicchia e quasi sempre con discenti adulti, ho progressivamente capito quanto fosse deficitario affidarsi al solo lavoro in presenza (che nei corsi professionali è di solito cadenzato con pause di diverse settimane) e che il lavoro a distanza, svolto con più frequenti incontri in videoconferenza e con continui dibattiti sui forum, potesse essere una modalità migliore – come infatti sto attualmente sperimentando con soddisfazione. Quest’uso estremamente virtuoso delle tecnologie mi sembrava, fatte le debite differenze, utilizzabile con profitto anche nella scuola.

Ho così pensato che potesse essere interessante confrontarmi con alcuni dei docenti che conosco e che sono usciti dal coro dei “lamentanti”, per far loro alcune domande e conoscere la loro opinione sulle cose che mi destavano perplessità. Ho iniziato con Francesco Dipalo, filosofo, docente di Filosofia nei licei e consulente filosofico, con il quale anni addietro ho fatto un pezzo di strada nel campo della consulenza. Qui sotto il video della nostra conversazione, che rivela aspetti della situazione che raramente sono stati trattati dai media. Tra i quali spicca il fatto che tra gli studenti non ci fosse solo chi voleva tornare a scuola sentendosi limitato e recluso, come si è sentito spesso dire, ma anche tanti che avrebbero preferito non rientrare, timorosi di contrarre il virus e poi infettare, con gravi conseguenze, i familiari più anziani e a rischio…

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Quando un influencer fa politica, la politica è già di destra

Il Primo Maggio il rapper Fedez, dal palco del rituale concerto della Festa dei Lavoratori, si è lanciato in un (tutt’altro che inusuale, molti l’avevano fatto in passato) intervento “politico”, attaccando la Lega per i boicottaggi alla legge contro omofobia e transfobia, ma anche lamentando una presunta censura che sarebbe stata tentata ai suoi danni dalla Rai, che trasmetteva il concerto, in particolare dalla vicedirettrice di rete, in questo caso però in quota PD, partito che ha presentato il decreto legge in questione. Ne sono seguite ricche e variegate polemiche politiche, nonché il solito pugnar di posizioni avverse sui social network, piaccia o non piaccia ormai agorà del dibattito politico tra cittadini.

In tale agorà è parso emergere un sostanziale sostegno al rapper, offertogli anche da autorevoli rappresentanti della sinistra – due su tutti, l’ex segretario PD Zingaretti e l’importante rappresentate del medesimo partito Gianni Cuperlo. In alcuni casi quel sostegno arrivava esplicitamente “senza se e senza ma”, in altri era perfino arricchito da considerazioni tipo “fa quel che i partiti di sinistra non hanno il coraggio di fare”. In breve: il “ribelle” Fedez è sostanzialmente divenuto emblema e modello dell’opposizione (anche alla lottizzazione della RAI) e del cambiamento, una sorta di eroe della sinistra. Solo pochi sono usciti dal coro, alludendo (inutilmente) al “mestiere” che il rapper svolge assieme alla moglie – l’influencer – magari additando il cappellino della Nike indossato nel video che denunciava il tentativo di censura.

A me questa vicenda pare emblematica della condizione in cui versa la (in)cultura politica non solo dei partiti di sinistra, ma anche e soprattutto dei cittadini che in qualche modo si sentono da essi traditi. Una vicenda nella quale i più vedono solo l’apparenza e si lasciano sfuggire la sostanza, restandone in tal modo del tutto gabbati.

In primo luogo, è opportuno sottolineare che, sebbene la legge contro l’omotransfobia sia stata proposta e sostenuta da partiti di sinistra, la difesa dei diritti e dell’integrità delle minoranze non è un valore specifico ed esclusivo della sinistra, bensì è parte anche di culture politiche centriste e liberali; insomma è un principio ampiamente condiviso, compatibile anche con strutture sociali largamente divise in classi e che prevedano ampie sperequazioni, economiche e di opportunità. Solo determinate culture politiche particolarmente conservatrici riguardo ai costumi possono derogare un tal principio di valore, ma queste non sono “la destra”, bensì solo una sua parte estrema.

Detto questo, veniamo alla questione centrale. Fedez non è semplicemente un artista salito sul palco del concertone per cantare: è il socio della cosiddetta ditta “Ferragnez”, che – ben pagata – svolge il ruolo di influencer, vale a dire promuove questo o quel prodotto di mercato di vario genere, costituendo in tal modo un elemento portante di quel “sistema” contro il quale il rapper afferma poi di volersi ribellare. In altre parole, Fedez e la sua compagna sono il “braccio armato” delle multinazionali e delle banche che vi investono, di Bezos e di Gates, di tutti i “grandi vecchi” contro i quali chi si ritiene di sinistra spesso si scaglia, i quali senza personaggi come i Ferragnez, amplificatori del sistema pubblicitario che spinge al consumo, rimarrebbero senz’aria e senza soldi.

Il “ribelle” Fedez, ne fosse o meno consapevole (questo non possiamo saperlo), con la sua tirata del Primo Maggio ha alzato il rating della ditta Ferragnez, alzando conseguentemente anche il prezzo degli emolumenti che quella percepisce grazie al suo contribuire al funzionamento del sistema dei consumi, indispensabile base di quell’economia neoliberista che produce diseguaglianze, cataclismi ecologici, flussi migratori, nepotismi e corruzioni. Novello Principe di Salina, il rapper si scagliava contro le discriminazioni omotransfobiche per rafforzare le sperequazioni economiche, denunciava la censura affinché aumentasse la propria egemonia. Sacrificava, insomma, elementi non necessari al “sistema” per rafforzarne quelli vitali. Con tale e tanta sicurezza di rimanere impunito da indossare lo strumento di lavoro – il cappellino della Nike – fin nel video di denuncia. E faceva bene i propri conti, perché i più non se ne sono accorti. Peggio, alcuni hanno persino attaccato chi, magari con ironia, additava la truffa.

A tutto questo si potrebbero aggiungere altri non trascurabili dettagli, per esempio che, come emerso in seguito, la presunta censura era stata decisamente manipolata (l’audio della conversazione era tagliato e non rendeva conto né di chi, né di come gli fossero state dette le cose che riteneva censorie), che la diffusione urbi et orbi di una telefonata privata è una violazione di quella privacy di cui tanto ci si lamenta quando è la propria, ma non quando è di qualcun altro, e anche che alla legge contro l’omotransfobia non si oppone solo la Lega, ma anche diversi movimenti femministi (giusto per ricordare che niente è mai scontato). Ma sarebbe superfluo.

Basta e avanza infatti che i più si sentano di scrivere “io sto con Fedez” o, peggio, “Fedez ha avuto il coraggio che manca alla sinistra”: chi lo fa non ha capito come funziona il mondo in cui viviamo, chi siano coloro che dobbiamo combattere per cambiarlo, quali siano le priorità per il cambiamento. Che a non capirlo siano così tanti e così convinti significa solo una cosa: che in una società più giusta e meno sperequata non ci vivremo mai. E non solo per colpa dei tanto vituperati partiti, bensì per responsabilità dei cittadini.

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