I populismi, i movimenti dal basso e la mancanza di alternative

Qualche giorno fa ascoltavo alla radio un’intervista a una studiosa di “migrazioni climatiche”, la quale spiegava con dovizia di dati raccolti sul campo non solo che molti di coloro che arrivano in Europa dall’Africa lo fanno perché i mutamenti climatici stanno rendendo loro impossibile sopravvivere con i tradizionali modi di produzione, ma anche che il numero di coloro che soffriranno del problema è destinato ad aumentare in modo esponenziale, cosicché tra poche decine di anni rischiamo l’arrivo di duecentocinquanta milioni di persone. La studiosa non ha preso posizioni “politiche” sul tema, dicendo solo che oggi l’immigrazione sarebbe a suo parere lontana dall’essere allarmante (tesi invisa alla destra), ma che se non si affronta il problema lo diventerà a livelli apocalittici (tesi invisa alla sinistra). A un certo punto ha telefonato un ascoltatore, il quale ha contestato le affermazioni della ricercatrice sostenendo che l’immigrazione è dovuta a una precisa strategia di “sostituzione etnica”, progettata dall’Islam e finanziata dal potere economico globalizzato, appoggiando la sua tesi sui libri di Oriana Fallaci. La ricercatrice, con qualche imbarazzo, si è limitata a ricordare i dati sull’erosione dei terreni e sull’aumento delle carestie, prima di cambiare argomento.

Questo episodio è emblematico della situazione in cui viviamo: se due problemi epocali, il cambiamento climatico e le migrazioni, vengono presentati nella loro realtà attraverso dati frutto di ricerche scientifiche e viene mostrata l’urgenza di risposte che, al momento, nessuno dà, né forse conosce, il cittadino – cioé l’elettore di coloro che dovrebbero cercare e dare risposte – li ignora, anzi li fa scomparire, grazie a un’ipotesi degna di un romanzo scadente, accreditandola con il riferimento all’autorità di una scrittrice di successo, oltretutto morta tredici anni fa, cioé quando il mondo era piuttosto diverso. Un modo infantile di regire alle problematiche che la realtà ci mette di fronte, perché ne riduce la complessità – che è quanto rende arduo trovare risposte – all’opera di un “cattivo” da combattere, creato con una grossolana ipotesi ad hoc di tipo complottistico. Un infantilismo che sostituisce il faticoso processo di progettazione di risposte, le quali – per problematiche di questo livello – non possono che richiedere una messa in discussione della nostra immagine del mondo, dei modelli di sviluppo, degli stili di vita, nonché la creazione di nuove e alternative concezioni della convivenza civile, tanto mondiale, quanto nazionale e locale.

Quel cittadino che ha telefonato l’altra sera, però, né è isolato, né rappresenta solo la destra (o una certa destra): è invece rappresentativo della cultura di massa che informa il modo di far politica di gran parte dei cittadini – certamente di quelli italiani, probabilmente non solo di loro. Ne sia prova il movimento che da qualche settimana è al centro dell’attenzione dell’opinone pubblica, le cosiddette “Sardine”. Le quali scrivono sul loro “manifesto”:

Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita. (…) Adesso ci avete risvegliato. (…) Lo sapete cosa abbiamo capito? Che basta guardarsi attorno per scoprire che siamo tanti. (…) Siamo un popolo di persone normali.

Persone così fanno politica allo stesso modo del signore di cui sopra: senza pensare, senza studiare la realtà e senza provare a capirla. Al punto che non solo sono populisti (portano in piazza le persone senza distinzioni né proposte, ma con la sola parola d’ordine di combattere l’avversario), ma addirittura lo dicono (“siamo un popolo”), senza però essere consapevoli né dell’una, né dell’altra cosa, visto che il loro nemico sono proprio… i populisti!

Quando scrivo queste cose, mi sento dare del disfattista, perché sarebbe da salutare con entusiasmo il fatto che tante persone si mobilitino per contrastare una destra xenofoba, spesso anche razzista, antieuropeista, aggressiva fino alla violenza, ecc. Capisco l’obiezione, ma non la condivido: se quella destra è lì, la responsabilità è anche delle migliaia di mobilitazioni senza pensiero e senza progetti che ho visto da quando, a metà degli anni Settanta, ho iniziato a seguire la politica. Sì, perché il problema non sono le Sardine, ma la coazione a ripetere che esse rappresentano; il problema è una certa concezione di quella che viene chiamata “politica dal basso”, ma che perlopiù è solo politica di basso profilo.

Chiariamoci bene: non sto affatto sostenendo che la politica debba essere fatta dall’alto; al contrario, penso che “politica” sia l’opera del cittadino negli affari della polis, termine che se nell’antichità designava la “città”, oggi individua invece il mondo intero (“nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà”, recitava la canzone di Pietro Gori). La politica è compito dei cittadini, tutti i cittadini, quindi deve essere fatta dal basso.

Ma, per fare politica, il cittadino non può limitarsi a protestare, rivendicare, ovvero a mettere in piazza le proprie insoddisfazioni, chiedendo a chi governa – al potere – di dare risposta al suo malcontento; ha invece il dovere di partecipare alla costruzione delle risposte. Ma affinché queste ultima possano essere concrete, realizzabili e non lesive degli altrui diritti, il cittadino ha anche il dovere di mettere da parte il proprio immediato interesse (anche quando faccia parte dei meno avvantaggiati) e di conoscere e studiare la complessità della realtà; in caso contrario finirà per cadere in un conflitto di interessi e – soprattutto – non avanzerà proposte ma solo rivendicazioni, oppure farà proposte di corto respiro, che potranno al massimo rispondere ai suoi problemi creandone di nuovi ad altri.

I movimenti di piazza, dagli anni Settanta in poi (cioé da quando la crisi petrolifera successiva alla chiusura del Canale di Suez a causa delle guerre arabo-israeliane ha fatto concretamente percepire la fine del sogno della “crescita infinita”), hanno sempre più trascurato lo studio e la progettazione di alternative, limitandosi alla rivendicazione. Sia chiaro: è ovvio che in piazza non si pensa, né si progetta, ma ci si limita a manifestare; ma fino agli anni Settanta chi andava in piazza lo faceva per manifestare il proprio supporto alle proposte elaborate dai soggetti collettivi che li rappresetavano nelle Istituzioni – i partiti, in Italia precisamente il PCI. Era all’interno di quei soggetti collettivi che si studiava e progettava: lo facevano i rappresentanti politici eletti dai cittadini, lo facevano gli intellettuali (allora ancora “militanti”), lo facevano anche almeno una parte dei cittadini, grazie alle strutture messe loro a disposizione dai partiti.  Poi, prima a causa del frazionamento delle cosiddette “sinistre radicali” (che inizialemente erano solo critiche nei confronti del “socialismo reale”), poi con l’avvento del cosiddetto “partito leggero” (che di fatto ha significato la riduzione del partito alla sola classe dirigente e il suo isolamento dalla realtà sociale) i movimenti hanno finito per manifestare esclusivamente il loro privato malcontento. Con due soli obiettivi, del tutto residuali: sedare la frustrazione dell’impotenza con la percezione di “essere in tanti”; provare ad arginare, o se possibile deviare, il corso dato alla polis dal potere, un corso che ha via via finito per essere sempre il medesimo sia che il potere fosse nelle mani della destra, sia che fosse in quelle della sinistra, dato che entrambe condividevano la medesima immagine del mondo.

Oggi questa deriva prosegue inesorabile, accomunando i VaffaDay dei Cinquestelle e i Friday For Future, i Gilet Gialli francesi e le manifestazioni contro la guerra, le proteste di Potere al Popolo e le Sardine: tutti in piazza contro qualcuno, ma senza alcun proposta, o al massimo con rivendicazioni prive delle concrete procedure per poter essere soddisfatte. Con il risultato che niente di quel che viene chiesto verrà mai soddisfatto, così come successo a quel che è stato chiesto in passato da analoghi movimenti, tutti populisti perché basati solo sul valore dell’unità dei manifestanti, tutti di bassa lega perché mai proponenti una concreta e alternativa immagine politica del mondo.

E allora – con tutto il rispetto per la buona volontà e l’energia di chi va in piazza – mi permetto di dire questo, proprio questo è disfattismo: perseverare nell’errore infantile di protestare invece di proporre e nella grossolanità di pensare che i problemi della polis siano solo quelli che ci riguardano direttamente. C’è bisogno, certo, di “politica dal basso”: ma non in piazza, bensì nelle biblioteche, nelle sale da congresso, nei circoli. Perché serve un’alternativa, non una protesta. O tutto finirà, come sempre, nel nulla.

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La morte dell’alternativa: il lato oscuro della caduta del muro

Ricordo bene la sera del 9 novembre 1989, quella in cui cadde il muro di Berlino: la passai ascoltando una lunga diretta radiofonica (su Radio3, una delle poche cose a non essere stata s-travolta dal tempo), con stupore, commozione, speranza e qualche timore. In quella Berlino divisa c’èro infatti stato, quattro anni prima, e ne ero tornato con impressioni estremamente controverse.

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Da un lato stavano l’indignata rabbia per l’essere stato obbligato a decidere anticipatamente dove andare, pernottando nei pochi luoghi dove mi era permesso, in quanto “occidentale”; l’intimorita emozione per il passaggio dal check-point Charlie, con i controlli nei più remoti recessi del mio camper; l’imbarazzo per i tanti saluti e le tante “V” rivoltemi dai tedeschi orientali al passaggio sulla transit Straße; il turbamento nel vedere, all’Ufficio del Turismo, la confusa paura di un giovane che richiedeva il suo primo visto d’uscita dal Paese; soprattutto, l’angoscia provata alla Porta di Brandeburgo di fronte a un assembramento di ragazzi vicino al muro, lì per ascoltare un concerto rock che si stava svolgendo nella parte ovest!

Dall’altro lato stavano invece il contrasto con l’appena attraversata Germania Ovest, più pulita, più ordinata, più ricca e scintillante – Mercedes versus Trabant, mille marche invece di una sola nei negozi –  ma senza apparenti differenze di vita materiale (la DDR non era come la Cecoslovacchia, dove mancava tutto…) e con uno stile di vita assai meno libero (ebbene sì): diversamente che a Ovest, oltrecortina tutti se ne stavano in giro fino a tardi, i balli nei campeggi duravano fino all’una di notte (a Monaco alle dieci usciva il teatro…), i bambini facevano il bagno nelle fontane sotto lo sguardo placido delle mamme, l’edicola di Jena stava aperta tre al giorno (giusto, perché lavorare tanto?). Insomma, come mi disse quasi vent’anni dopo un “nostalgico” di Halle, “prima non potevamo uscire dal Paese, ma avevamo piscine, campi sportivi, sale da concerto; adesso possiamo andare dove vogliamo, ma non abbiamo i soldi per farlo e tutto quel che c’era prima è stato chiuso”.

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Non sono mai stato comunista, anzi, con chi lo era sono sempre entrato in conflitto critico; tuttavia, quella sera del 1989 alla commozione per il venir finalmente meno di un ostacolo alla libertà di milioni di persone e alle possibilità di incontro tra i popoli si affiancava un’inquietudine che poteva esser riassunta in una domanda: “chi prenderà il ruolo di alternativa, adesso?” Un’inquietudine che, lungi dall’essere cancellata, si fa ancor più acuta oggi che a quella domanda si può dare come risposta: “nessuno!”

Sappiamo infatti bene cos’è successo in questi trent’anni: i soggetti, individuali o collettivi, che battevano strade alternative a quella del capitalismo consumista e che guardavano – anche solo come punto di riferimento ideale – ai paesi socialisti, hanno prima lasciato cadere ogni riferimento a quel tipo di alternativa (anche quando, come il nostro PCI, di fatto un partito socialdemocratico, non avevano ormai più niente a che fare con essa), poi anche ogni riferimento all’alternativa stessa. Oggi, di fatto, quel che di loro è rimasto ha assunto a principio il motto di uno dei grandi avversari degli anni precedenti la caduta del muro, Margaret Thatcher, la quale ripeteva in continuazione che “non c’è alternativa”.

Germania2A conferma di quanto appena detto valgano due esempi tratti dalla cronaca dello scorso fine settimana: la convention di quanto resta oggi del fu PCI e l’anniversario di un anno di mobilitazioni dei “gilet gialli” francesi.

La prima ha per l’ennesima volta prodotto un fallimento riguardo a una comune visione politica: molti e contrastanti brandelli di proposte “miglioriste”, come si diceva una volta, ovvero orientate a correggere il sistema vigente (spesso peraltro vecchie, consunte o palesemente dal respiro cortissimo), ma nessuna visione alternativa. E questo a dispetto di una situazione critica sotto mille punti di vista, globali (i cambiamenti climatici, l’ondata migratoria, i conflitti nelle aree economicamente in espansione, la crescita esponenziale in tutto il mondo di nazionalismi, xenofobie e razzismo) e locali (la crisi economica, l’Ilva, la spaccatura sociale e politica, la crescita della violenza pubblica e privata). Ma il coraggio, o forse persino l’intelligenza, per immaginare, progettare e iniziare a costruire un’alternativa a una società basata sul ciclo sfruttamento-produzione-consumo, sulla competitività sfrenata e violenta, sul valore economico a discapito dei valori umani, continua a non esserci.

Il secondo è addirittura un perfetto simbolo dei postumi nefasti della caduta del muro, che pur tanti elementi positivi ha prodotto: quello dei “gilet gialli” è infatti un movimento puramente rivendicativo, una protesta che chiede ma non propone, che antepone la soddisfazione dei desideri (eterodiretti, perché prodotti e imposti dal sistema stesso) alla giustizia (ovvero alla difesa dei soli desideri la cui soddisfazione sia possibile per tutti gli abitanti del pianeta). Non a caso quello dei “gilet gialli” è un movimento nato dalla protesta contro l’aumento del costo di una merce – la benzina – che i cambiamenti climatici e la redistribuzione delle risorse scarse verso i paesi poveri imporrebbero di rendere molto, molto più cara, al fine di ridurne l’uso.

Germania8Intanto, negli ex paesi socialisti, “liberati” da quello storico mutamento geopolitico, il “pensiero unico” thatcheriano – il neoliberismo –  sembra comunque non bastare e crescono quasi ovunque i nostalgici non già del “regimi socialisti”, bensì di quelli “nazionalsocialisti” – che, come ben sappiamo, fanno proseliti anche a casa nostra. Senza avere particolari nostalgie ideologiche, non posso non rimpiagnere il tempo in cui era ancora possibile immaginare, pensare, discutere, progettare alternative. Prima che sia troppo tardi, credo sarebbe il caso di ricominciare. Senza aspettare la ricostruzione (peraltro già in corso) di nuovi muri.

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Ancora sul populismo pentastellato e sulla sua inevitabile caduta

L’ultimo mio intervento, nel quale cercavo di spiegare la débâcle del M5S alla luce dell’acuta interpretazione del populismo data da Ernesto Laclau nel suo La ragione populista, ha suscitato un buon numero di commenti. Uno in particolare, opera di Luciano Sesta, mi è sembrato particolarmente interessante; posto in due forme, ho risposto a quella del blog, ma qui voglio tornare su quella invece pubblicata su facebook, perché permette un approfondimento e alcune precisazioni di quanto avevo scritto in precedenza.

Secondo Sesta, nel mio intervento avrei detto che

5 stelle vive finché il popolo che lo sostiene non ottiene risposte dalla politica. Una volta, però, che un simile movimento presta il proprio successo elettorale a una Lega che ne ha ottenuto di meno, e una volta che al governo la stessa Lega, con maggior competenza di quanto non faccia il Movimento stesso, comincia a darle davvero delle risposte, per quanto discutibili, ecco che il Movimento si sfalda.

Di fronte a ciò, Sesta si interroga – anche giustamente – sulla diade “saggezza morale”-“competenza tecnica”, osservando come gli elettori siano attratti tanto dalla prima (nel caso specifico «la “genericità” della denuncia globale della classe politica» operata dai cinquestelle), quanto dalla seconda (ossia dalla «“concretezza” delle sue risposte parziali», quelle date da Salvini nel suo periodo di governo). E – ricordando che Laclau non riteneva sbagliato il populismo – osserva anche che se

«la competenza tecnica e l’efficacia rinviano a strutture, a burocrazia e a istituzioni impersonali, la saggezza morale non può che riguardare singole persone. Anche un singolo leader».

Ci sarebbero varie cose sulle quali interloquire in queste considerazioni di Sesta, ma qui mi limiterò a quanto concerne il loro essere commento al mio post. Il quale, tanto per cominciare, non affermava affatto che il travaso di voti dal M5S alla Lega fosse causato dalla “efficacia” delle risposte date da Salvini: primo, perché a mio parere quelle risposte non sono per niente efficaci (non entro nella giustificazione di questo giudizio perché non decisiva per quanto segue), secondo perché – come spiegavo – ciò che attrae della Lega non è la concretezza dell’efficacia, bensì l’ideologia. Giustappunto ciò che il M5S pretendeva di rifiutare, non meno di come rifiutava l’identificazione con un leader: i suoi vertici sono stati sempre e solo “cittadini tra i cittadini”, meri portavoce degli elettori e soggetti a rotazione. Per queste ragioni definivo il M5S un movimento “puramente” populista, diversamente da realtà politiche come la Lega o il PD (almeno quello renziano), includenti aspetti populisti ma anche portatrici di contenuti ideologici. Il fatto che un commento attento qual quello di Sesta abbia equivocato questi punti mi spinge a precisarli meglio.

Inizierò da una precisazione terminologica (che peraltro rimanda a questo mio intervento successivo alle elezioni del 2018): intendo per “ideologia” ogni interpretazione della realtà, indipendentemente dalla sua completezza o raffinatezza; da questo punto di vista, il M5S, checché ne dica, ha un’ideologia. Il fatto che rifiuti di averne è di fatto parte della sua ideologia, la quale afferma (a mio parere a torto, ma non è questa la sede per discutere la cosa) che per “risolvere i problemi dei cittadini” non sia necessario avere una concezione della giustizia distributiva, una posizione sull’opportunità o meno delle distinzioni di classe, una precisa idea dei rapporti tra gli Stati, le popolazioni e le culture, una prospettiva sulle forme di convivenza nazionali e internazionali, una posizione determinata sui sistemi economici da adottare, e via dicendo. “Problemi dei cittadini” che, stante ciò, sono necessariamente solo problemi materiali, essendo quelli simbolici – etici, identitari, religiosi, culturali, ecc. – funzione delle ideologie adottate e nel M5S invece assenti (almeno esplicitamente). Nel mio precedente intervento, e perciò anche in questo, userò tuttavia “ideologia” come se la pretesa postideologica del M5S fosse reale e non viziata da questa contraddittorietà logica.

Secondo Laclau il populismo è caratterizzato da una ben precisa specificità: la costruzione del popolo. Come già accennavo nel precedente intervento, un popolo, infatti, non esiste “in natura”, ma è il prodotto di una cultura e tanto la sua identità, quanto la sua composizione sono modificabili operando con strumenti culturali. Il populismo fa proprio questo, e lo fa per ragioni di consenso elettorale – per ottenere l’egemonia, come dice Laclau citando addirittura Gransci. Il suo parere non negativo nei confronti del populismo è dovuto a due ragioni: la prima è che egli lo ritiene un utile strumento cratico, ossia atto a raggiungere il potere (e su ciò non è detto che sbagli); la seconda è che a suo parere tutti i partiti politici sarebbero populisti, qualcuno consapevolmente e altri no, con conseguenze negative per i secondi, che non sanno sfruttare lo strumento cratico.

Personalmente non condivido la seconda opinione di Laclau: non tutti i partiti “costruiscono il popolo”, per la banale ragione che non tutti pretendono di avere l’egemonia e si limitano – con maggiore rispetto per l’idea della democrazia parlamentare – a voler rappresentare le idee di una certa parte dell’elettorato, anche piccola, nel dibatto politico che si svolge in parlamento e che determina le decisioni del Governo attraverso la costruzione di leggi e dispositivi che tengano conto delle idee di tutti. Riguardo invece all’idea di Laclau che il populismo sia un utile strumento nella battaglia per il potere, la ritengo figlia della mancata distinzione di etica politica (quella che sviluppa ideologie e forme di governo) e cratologia (la parte strategica della politica, volta a ottenere il potere per attuare l’etica politica), distinzione fondamentale anche per la buonissima ragione che – come sa chiunque abbia un po’ di dimestichezza con il cosiddetto “problema della tecnica” – non sempre gli “strumenti” sono compatibili o comunque privi di conseguenze sui contenuti che vorrebbero veicolare.

Sempre personalmente, ritengo il populismo piuttosto pericoloso, ma non perché promuova il leaderismo (cosa non necessaria e comunque realizzabile anche senza populismo), né perché «promette “soluzioni semplici” per problemi che in realtà sono “complessi”» (come scrive Sesta), bensì proprio per la sua specificità intrinseca: perché, costruendo ideologicamente un popolo, cerca di far passare un’ideologia in modo surrettizio, spacciandola per “non ideologica”. Un’ideologia, oltretutto, anch’essa assai pericolosa, perché basata sulla distinzione netta di una massa di individui – il Popolo – da altre – altri popoli – o, ancor peggio, da coloro ai quali è stato tolto il diritto di far parte del Popolo, in quanto di esso ritenuto in qualche modo “nemico”.

Il populismo, dunque, non è un mero e neutrale strumento cratico, ma una vera e propria ideologia non dichiarata. Quando esso è “puro”, come nel caso dei cinquestelle, è solo questa ideologia, mentre quando è anche altro le accoppia altre componenti ideologiche dichiarate, come nel caso della Lega. In questo caso, però, chi lo sostiene rinuncia in modo palese a cercare consenso da una parte dei cittadini – una parte numericamente importante e non solo la minoranza della “casta”, del “potere”, dei “banchieri”, eccetera. Nel caso della Lega, si è infatti dovuto costruire figure come gli “antitaliani”, i “mondialisti”, gli “amici di Soros”, persino i “radical-chic del congiuntivo”, le quali alienano il consenso di una parte di elettorato, connotando senza timori a destra il partito – cosa mai fatta dal M5S.

Quest’ultimo, come già scrivevo, raccoglie il popolo attorno a un “significante vuoto”, nel suo caso l’“onestà”; questa è certo una ragionevole richiesta di saggezza morale, come afferma Sesta, ma è anche e soprattutto un carattere sufficientemente vuoto da poter andar bene a tutti e che per essere soddisfatto non necessita che sia data risposta a nessuna domanda concreta – atto che finirebbe necessariamente per scontentare qualcuno, orientare ideologicamente il movimento, spaccare il “popolo” perdendone parte del consenso. Il M5S ha per anni seguito questa strada “puramente populista”: il “popolo” erano i “cittadini” (veniva sottinteso un concetto di Stato e di cittadinanza, così da limitarli ai cittadini italiani); il “nemico del popolo” era la “casta”, il potere, i politici, corrotti e bugiardi per definizione ancor prima che per prove provate. La costruzione di questo nemico da un lato ha unito (come in tutte le forme di azione politica “contro”, lo sa bene la sinistra, che si unisce solo di fronte alle emergenze), dall’altro ha permesso di accogliere ogni tipo di domanda insoddisfatta, indipendentemente dal fatto che molte di esse collidessero e che la soddisfazione di alcune implicasse semplicemente la negazione di altre. Non essendoci alcuna ideologia (nel senso, ripeto, di visione complessiva delle forme di convivenza), mancavano tanto le strategie per dare risposta (e, si badi, mancavano di principio e non per impreparazione), quanto i principi per negare la legittimità ad alcune di tali domande. Il Paradiso in Terra era impossibile solo per colpa del “nemico”, della “casta privilegiata”, sorta di Serpente secolarizzato, scacciato il quale l’Eden poteva tornare ad accogliere il Popolo dei Cittadini.

Il M5S, come avevo scritto, è dunque caduto perché non poteva dare risposte alle domande popolari, dato che un populismo “puro”, se lo fa, si sucida. Per conservare il potere avrebbe dovuto o trasformare lo Stato, per esempio abolendo la democrazia parlamentare a favore di una presunta democrazia diretta, più facilmente manipolabile (sulla totale inconsistenza della “democrazia diretta” tornerò in un intervento futuro), oppure far sì che i famosi “bisogni dei cittadini” mutassero, per esempio puntando su una trasformazione degli stili di vita (decrescita dei consumi e perciò minor bisogno di anche di occupazione e di guadagni). Entrambe le possibilità mi pare fossero ipotesi in parte esplorate dentro il M5S, ma per attuarne almeno una sarebbero state necessarie due condizioni: che un’ideologia esplicita (ancorché non dichiarata) qualcuno nel M5S l’avesse (forse l’aveva Casaleggio senior, ma è scomparso troppo presto); che al governo il MoV fosse da solo, o con un partner dall’ideologia impalpabile (il PD, per esempio), mentre venne scelta proprio la Lega, che ha oggi quella più forte, e se ne è pagato il prezzo.

Adesso siamo oltre, grazie al fatto che neppure la Lega è riuscita a capitalizzare strategicamente il vantaggio cratico accumulato. Vedremo cosa succederà. Ma resta un fatto, su cui tornerò: o si ricomincia a elaborare ideologie e lo si fa in modo ampio, esplicito, condiviso; o continueremo a veder cadere uno dopo l’altro, sempre più velocemente, tutti i soggetti (individuali o collettivi) di volta in volta investiti dagli elettori del ruolo di Salvatori.

Fino a quando non sarà più possibile per nessuno rialzarsi.

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