Quando i chierici, più che tradire, sragionano

C’è qualcosa di profondamente inquietante nella vibrante polemica contro il green pass e l’obbligo vaccinale che imperversa in questi giorni nel nostro paese. E non mi sto riferendo né al dibattito politico – che ci riserva da sempre le cose più insensate, in quanto funzionali alla guerriglia finalizzata alla lotta per il potere – né alle pittoresche sparate di chi ritiene che i vaccini contengano microscopiche antenne o abbiano già ucciso migliaia di bambini (peraltro ancora neppure vaccinati). No, mi riferisco alle prese di posizione di esimi intellettuali, come Cacciari e Agamben o come i firmatari dell’appello contro il green pass negli atenei.

Sia chiaro: personalmente considero lo spirito critico un elemento decisivo dell’intelligenza umana e, in generale, ho stima e attenzione per chi non si omologa e solleva dubbi; credo però che pensare abbia delle regole, violate le quali tutto diventa lecito, trasformandosi in mera e confusa retorica, entro la quale i più deboli diventano vittime e strumenti nelle mani dei più forti. Nel dibattito attuale quelle regole vengono costantemente violate e, quel che è veramente grave, proprio da coloro che dovrebbero essere i più preparati a riconoscerle e difenderle.

Prendiamo Massimo Cacciari: la settimana scorsa, sulla prima pagina de La Stampa, presenta un ennesimo articolo nel quale denuncia gli abusi nella gestione della pandemia, e lo fa “socraticamente”, in forma di domande, giacché – afferma – “so di non sapere e chiedo a chi crede di sapere”. Tra queste domande c’è la seguente:

Vorrei sentire dai giuristi: è o non è in contraddizione col regolamento UE 2021/953, che vietava ogni discriminazione, l’istituzione del Green Pass, nei termini in cui diventerà legge in Italia? E ai nostri illustri costituzionalisti vorrei chiedere: non sembra loro che la possibilità di obbligare a trattamenti sanitari dipenda dal pieno «rispetto della persona umana»?

Gli risponde il giorno dopo, sempre su La Stampa, un giurista ed ex membro della Corte Costituzionale qual è Gustavo Zagrebelsky, cioè uno che – più di “credere di sapere” – è al corrente dei fatti ed è padrone della materia più di Cacciari:

in tema di limitazione del diritto fondamentale di rifiutare trattamenti sanitari come in particolare i vaccini, da tempo, ripetutamente ed anche recentemente si sono pronunciate sia la Corte costituzionale, sia la Corte europea dei diritti umani. Entrambe hanno ritenuto che gli Stati possano imporre le vaccinazioni, nelle forme e modi ritenuti adeguati alla necessità di proteggere la salute della comunità con la copertura vaccinale. In Italia è esplicito l’articolo 32 della Costituzione quando definisce la salute come diritto fondamentale della persona e interesse della comunità. Tanto che, nel rispetto della persona, la legge può imporre trattamenti sanitari. Si tratta di una norma costituzionale specifica, che riflette un carattere fondamentale del nostro sistema costituzionale, che, all’articolo 2, afferma il legame stretto tra i diritti dei singoli e «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà». Dal punto di vista del diritto, dunque, in questa materia non ha senso la pretesa di libertà individuale senza limiti.

Sebbene lo stesso Zagrebelsky riconosca che il dibattito democratico con ciò non si chiude – ovviamente, perché in democrazia un dibattito non può chiudersi – la domanda che viene spontanea qui è: ma Cacciari davvero non sapeva che la questione aveva già trovato risposte dalla corte costituzionale e dalla corte europea? Detto diversamente: con tutta la sua cultura filosofica e politica, era davvero così ignorante, o la sua domanda era una manovra retorica mirante a manipolare (come infatti è accaduto) l’attenzione dei lettori che la pensano come lui? In entrambi i casi, non solo ha fatto una pessima figura, ma ha anche contribuito a inquinare ancor più quell’informazione della quale a ragione lamenta la non trasparenza e quel dibattito che altrettanto giustamente ritiene irresponsabile. Quantomeno, avrebbe fatto bene ad essere più accorto.

Prendiamo allora il manifesto dei docenti contrari al green pass. L’iniziativa ha trovato eco in un discorso dello storico Alessandro Barbero, il quale ha affermato che meglio sarebbe l’obbligo vaccinale di quell’ipocrita “patente”, che a suo parere è solo un discriminatorio obbligo mascherato. Parole sorprendenti, se si considera che l’obbligo vaccinale – come detto, riconosciuto valido dalle corti costituzionali italiana ed europea – si configura comunque come un’imposizione sul corpo del cittadino e perciò, in quanto tale, in contrasto (in modo non necessariamente inaccettabile) con l’habeas corpus, mentre il green pass non solo lascia intatta la libertà di scelta (è ben possibile pagare il prezzo della rinuncia di parte della vita sociale per non sottoporsi a un trattamento profilattico, così come è possibile accettare di rinunciare al sole e all’aria del giorno chiudendosi in una fabbrica per guadagnarsi da vivere), ma anzi è coerente con una scelta doverosamente etica qual è quella di rinunciare volontariamente alla vita sociale per proteggere i propri simili, avendo per propria scelta conservato una maggiore pericolosità nei loro confronti. Davvero un docente universitario non riesce a riconoscere che quel che chiama “ipocrita costrizione” è invece autentica concessione di libertà (per quanto condizionata alla tutela degli altri cittadini)? Pronunciando tali parole, Barbero si fa emblema di una svista frequente in questo periodo, ma onnipresente da sempre nel nostro paese: quella che in una regola di comportamento vede solo l’imposizione e non ne riconosce le ragioni processuali, vede l’aspetto soggettivo, celandosi quello intersoggettivo. E, con la sua preferenza per l’obbligo vaccinale, assume occultamente una concezione elitaria e dispregiativa del cittadino: incapace di scegliere liberamente il comportamento tanto praticamente, quanto eticamente migliore, è meglio che venga paternalisticamente obbligato ad assumerlo dallo Stato.

Di diverso tenore, ma forse anche peggiori, le parole pronunciate da un altro sostenitore della petizione dei professori, il filosofo del diritto Paolo Becchi, in un intervento su radio1, il quale ha sostenuto che il green pass sarebbe inaccettabile nelle Università, luoghi di scambio e di libertà. La libertà, è ovvio, sarebbe quella di non vaccinarsi: ma che dire della libertà dei vaccinati di recarsi in Università senza imbattersi in chi ha maggiori possibilità di contagiarli? Incalzato dall’intervistatore su questo tema, Becchi ha mostrato un classico delle argomentazioni di questi giorni; in un fiat è passato infatti dal dibattere di libertà e costituzione al contestare i dati di fatto: il vaccino non immunizzerebbe, i vaccinati trasmetterebbero il contagio “esattamente quanto” i non vaccinati, addirittura i vaccini sarebbero responsabili della diffusione delle varianti e dei morti dell’ultima ondata del virus. Esattamente il contrario di quanto, dieci minuti prima e nella stessa trasmissione, aveva detto un esperto di statistica illustrando dati raccolti in Italia, in Europa e in Israele.

Quest’ultimo caso, che si ripete quasi a ogni discussione, è forse il più inquietante. Chi si oppone all’obbligo vaccinale, o al green pass, o – in precedenza – alle mascherine, al distanziamento, al lock down, parla di libertà, ma appena incalzato sul tema, svela immancabilmente il suo fondamento: non crede che le misure servano. Ma, di solito, non ha alcuna preparazione per sostenerlo! Siamo, in altre parole, all'”uno vale uno” e al “basta cercare su Internet”, ovvero alla morte della competenza; solo che, stavolta, a uccidere la competenza sono proprio i competenti: esperti in altro, pretendono tuttavia di allargare la loro autorevolezza oltremisura. Ed è proprio per quello che si nascondono dietro alle questioni di principio e di valore: perché su quel terreno hanno autorevolezza e cercano di farla valere per sostenere una posizione che, invece, si basa su credenze rispetto alle quali la loro competenza è prossima allo zero.

Perché il dubbio è giusto e necessario, ma vale in un contesto teoretico e, da solo, non permette di costruirsi la propria realtà a piacimento. Se sono uno storico, un giurista, o – come il sottoscritto – un filosofo, posso dubitare di quel che mi dice la comunità scientifica, posso discutere riguardo al fatto che ci siano voci discordanti (come, peraltro, nella scienza avviene sempre), posso alimentare il dibattito, ma non posso dire “le cose non stanno come dicono gli scienziati”: una tale presa di posizione è da terrapiattisti, e poco importa se chi lo fa ha una laurea e un’autorevolezza guadagnatasi in altro campo. Poco importa perché – pare ormai chiaro – di fronte a questo sfrenato carosello che è stata (ed è ancora chissà per quanto tempo) la pandemia, ricchi e poveri, potenti e miserabili, colti e ignoranti, tutti hanno mostrato le loro debolezze e tutti hanno fatto a gara a cercare dati, notizie e argomenti che confortassero le loro personali e urgenti necessità: che si potesse tornare presto a vivere come prima; che non fosse successo niente; che nessuno limitasse le sue libertà; che non ci fosse necessità di cambiare modo di vivere, di lavorare, di relazionarsi con gli altri; che lo Stato non imponesse comportamenti, foss’anche solo di farsi un’iniezione a rischio prossimo allo zero; soprattutto, che non fosse necessario fidarsi di qualcuno – i medici, il Governo, le istituzioni democratiche, in genere i propri simili – cosa alla quale, vivendo in società individualistiche e competitive, siamo sempre più disabituati.

E così abbiamo visto non solo masse sbandare sparlando di complotti da far invidia alla Spectre di Jan Fleming, ma anche chierici tradire credendosi Giacobini e intellettuali argomentare come analfabeti di ritorno che si abbeverano allo smartphone come se fosse la Bibbia.

Di fronte a tutto questo, lo sconforto sopravanza. Se non fosse che, poi, le statistiche ci dicono che l’80% dei cittadini sarebbero a favore dell’obbligo vaccinale. Che non sia la cultura quel che può salvare l’umanità?

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Il diritto, l’orrore, le “bestie”: riflessioni sul caso Brusca

Le polemiche sorte nei giorni scorsi attorno alla scarcerazione di Giovanni Brusca testimoniano quanto sia grande e – soprattutto – diffuso il deficit di educazione civica di questo Paese, ma anche di quanto ancor oggi la cultura di massa in Italia poggi su fondamenta arcaiche e di derivazione mitologico-religiosa.

I fatti sono noti: Brusca, criminale mafioso accreditato di centocinquanta omicidi – tra i quali quelli del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito e sciolto nell’acido, e di Giovanni Falcone, la moglie e la scorta – è stato rimesso in libertà, ancorché vigilata, dopo venticinque anni di carcere; la sua liberazione è avvenuta secondo le leggi vigenti, valide per tutti, senza alcun tipo di eccezione o di liberatorie ad personam; gli sono invece valse le facilitazioni dovute all’essere nel frattempo diventato collaboratore di giustizia e alla buona condotta.

Nonostante la trasparenza della decisione, sottolineata tra gli altri dall’ex procuratore antimafia Pietro Grasso, gran parte dell’opinione pubblica ha manifestato la propria indignazione. In buona sostanza, si è sostenuto che non si debba rimettere in libertà chi abbia compiuto un tal numero di delitti di così grande efferatezza, ovvero – espresso in termini più diretti – che un tale “animale” (come lo stesso Brusca si autodefinì nel corso del processo) non meriti altro che passare la propria intera esistenza in galera. Una valutazione, questa, già diffusamente emersa alcuni anni fa, quando a Brusca furono concesse delle uscite temporanee per incontrarsi con la propria famiglia.

Non ci vuol molto per rendersi conto che questa posizione è in contrasto con numerosi principi:

  • quelli del nostro ordinamento giudiziario, che prevedono la pena a scopi non solo e non tanto punitivi, quanto con finalità correttive, perciò incompatibili con il carcere a vita;
  • quelli costituzionali, in particolare all’art. 27 della Costituzione, come recentemente confermato dalla Corte Costituzionale;
  • quelli etici, relativi a un trattamento umano anche nei confronti di chi si sia macchiato di reati gravissimi.

Come si spiega allora la così ampia diffusione di questa convinzione? Discutendo con alcuni suoi sostenitori, ho potuto appurare come essa poggi essenzialmente su basi emotive invece che etiche o giuridiche, ovvero riguardi molto più il sentimento di chi la sostiene che non la giustizia.

Infatti, l’argomento più frequentemente addotto a sostegno è a un dipresso il seguente: chi, come Brusca, abbia reiteratamente compiuto atti che offendono il comune “umano sentire“, che producono “orrore”, viene percepito come “inumano”, ossia come un vero e proprio “mostro”, caratterizzazione inappellabile, incancellabile e definitiva; questo fa venir meno anche l’emendabilità del reato e il principio della correzione del reo, su cui si basa l’ordinamento giuridico, cosicché resta per tal tipo di criminali solo la possibilità di essere rinchiusi a vita in una gabbia, come le bestie feroci.

Come ben si vede, a fondare il giudizio non sono complesse valutazioni sui molteplici principi e diritti, bensì è l’orrore causato in chi giudica dall’immaginare l’atto efferato: l’emozione destata dall’evento fa del suo autore un essere bestiale, pericoloso, inavvicinabile; la brutalità e la reiterazione degli atti portano a trascendere il giudizio morale – atto complesso che deve tener conto della pluralità dei valori in gioco – dando acceso a quell’universo moralistico, tipico del pensiero arcaico, nel quale il Bene e il Male sono entità reificate che non permettono né di essere analizzate e comprese, né di essere trattate con modalità “umane”, civili, quelle cioè istituite con il diritto. In quell’universo per il Male non c’è redenzione: c’è solo l’Inferno – in questo caso la reclusione a vita, che poi non è altro che la “morte bianca”, la quale, diversamene dalla pena di morte, non “sporca” la coscienza di chi la infligge.

Che le cose stiano così è confermato da molti altri aspetti del dibattito pubblico della settimana scorsa.

In primo luogo dal fatto che i primi sostenitori di questa posizione siano stati i parenti di parte delle vittime, i quali – comprensibilmente, vista l’irrimediabilità del danno subito – hanno semplificato la questione, polarizzandola interamente sul piano personale. E’ umano che, di fronte alla perdita di una persona cara, non si riesca a conservare la lucidità razionale necessaria a dare un giudizio giusto – ovvero tenente conto di tutti i principi etici che una società civile deve contemperare – e si finisca per far prevalere la rivendicazione, se non proprio la vendetta. Tanto è umano, che né le vittime, né i loro parenti sarebbero ammessi in una giuria preposta a giudicare un reo.

In secondo luogo, è confermato dal fatto che anche parte dei sostenitori del giudizio inappellabile abbiano richiesto di “mettersi nei panni dei familiari delle vittime”, laddove la giustizia richiede di tener conto anche di moltissimi altri fattori, tra i quali i diritti umani del reo: ma quest’ultima cosa era per loro inaccettabile, visto che il reo era una “bestia”, non un uomo.

Infine, lo conferma la richiesta spesso esplicitamente avanzata di un trattamento diverso nei confronti di un tal tipo di reo, ovvero di una deroga al diritto – anche questo contrario alla Costituzione, precisamente all’art. 3, e pure recentemente contestato dalla Corte Costituzionale – possibile solo se si fa perdere a esso la qualifica di “essere umano”.

Facile che a questo punto ci sia chi possa provare a risolvere la questione usando grossolane categorie, qual è quella di “buonismo”. Niente di tutto ciò, perché anche un tale concetto ricade nel pensiero arcaico e mitologico-religioso: l’etica e il diritto non si riducono al binario Bene versus Male, così come lasciano indietro le risposte emozionali; esse prevedono attente valutazioni che permettano un’equilibrata e giusta compenetrazione dei valori in gioco: quelli delle vittime e dei loro parenti, quelli della società (e qui basti rimandare ancora a quanto detto da Grasso riguardo all’importanza della legislazione sui pentiti per la lotta alla mafia), quelli degli stessi rei, che restano pur sempre “umani” e non possono essere ridotti a mere “bestie” se non scendendo sul loro stesso livello.

Resta tuttavia un fatto, che a me suona certo meno atroce, ma forse ancor più grave dell’esistenza di persone come Brusca, cioè che una parte enorme della società “civile” del nostro paese abbia potuto sposare un giudizio come quello cui abbiamo assistito. Un fatto che ha fondamentalmente due ragioni:

  • la prima è la scarsissima educazione civica degli italiani, che deriva dall’esiguo spazio a essa riservato sia nel sistema scolastico, sia nei media, e che produce continui danni ogni volta che nel nostro Paese si affrontano questioni sociali e politiche;
  • la seconda (mi spiace ripetermi, ma questo è un tema purtroppo ricorrente) è la priorità che la nostra cultura assegna alla sfera emozionale rispetto al pensiero razionale: ha senso seguire le emozioni nelle scelte e nei giudizi solo in situazioni personali e d’emergenza; laddove siano in gioco scelte e giudizi sociali o politici e vi sia tutto il tempo per valutare a fondo, allora la parola passa alla ragione.

Ne va della nostra civiltà, che è qualcosa di complesso, sedimentato e argomentato; ridurre tutto alla diade Bene/Male e all'”occhio per occhio, dente per dente” ci fa tornare indietro di quattro millenni, al codice di Hammurabi, con conseguenze che potrebbero essere orribili quanto i delitti di Brusca.

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Era proprio necessario riaprire le scuole? Un dialogo sul tema

In questo anno e mezzo di pandemia una delle attività la cui chiusura è stata più conflittualmente dibattuta è la scuola. Personalmente non sono un insegnante e non ho mai insegnato, per cui non sono mai intervenuto sull’argomento, ma non posso nascondere che non sono mai riuscito a capire a pieno le alte lamentele che si alzavano riguardo alla didattica a distanza, così come trovavo surreale e segno di totale inconsapevolezza della realtà che si dicesse che la scuola era “sicura” (abbondano infatti fin dall’estate scorsa gli studi che dimostrano il contrario) o si richiedesse una “magica” ristrutturazione dei trasporti pubblici per permettere agli studenti di viaggiare distanziati (che, visto lo stato in cui essi versano, richiederebbe forse vent’anni).

Certo, mi è sempre stato chiaro che ci fossero realtà particolarmente critiche – territori mal serviti dalla rete informatica, famiglie disagiate, bambini che richiedono di essere seguiti direttamente -, che il cambiamento, rapido e imposto, non potesse essere di facile attuazione e anche che, ovviamente, l’insegnamento in presenza non fosse in toto sostituibile dalla DAD. Tuttavia, non capivo perché non si cercasse di cogliere l’occasione per aggiornare un sistema notoriamente inadeguato, trovando i modi per valorizzare forme atipiche di insegnamento, per tamponare oggi al meglio l’emergenza e magari per utilizzare meglio domani quelle tradizionali, una volta tornati a quella “normalità” che, in precedenza, era comunque largamente vituperata.

In questo mi aiutava la mia personale esperienza. Da studente, fin da piccolo sono sempre andato a scuola controvoglia, seguendo le lezioni con pochissima attenzione e studiando quasi esclusivamente a casa, tanto da arrivare a risultati brillanti solo quando, diventato maggiorenne e firmandomi da solo le giustificazioni delle assenze, a scuola andavo solo la metà dei giorni; all’università, poi, ho fatto lo studente lavoratore, seguendo solo due corsi su diciotto, ma non per questo senza profitto. Il tutto senza avere particolari doti. Avessi avuto la DAD, la mia vita di studente sarebbe senza dubbio stata migliore. Da “docente”, poi, pur nel mio campo di nicchia e quasi sempre con discenti adulti, ho progressivamente capito quanto fosse deficitario affidarsi al solo lavoro in presenza (che nei corsi professionali è di solito cadenzato con pause di diverse settimane) e che il lavoro a distanza, svolto con più frequenti incontri in videoconferenza e con continui dibattiti sui forum, potesse essere una modalità migliore – come infatti sto attualmente sperimentando con soddisfazione. Quest’uso estremamente virtuoso delle tecnologie mi sembrava, fatte le debite differenze, utilizzabile con profitto anche nella scuola.

Ho così pensato che potesse essere interessante confrontarmi con alcuni dei docenti che conosco e che sono usciti dal coro dei “lamentanti”, per far loro alcune domande e conoscere la loro opinione sulle cose che mi destavano perplessità. Ho iniziato con Francesco Dipalo, filosofo, docente di Filosofia nei licei e consulente filosofico, con il quale anni addietro ho fatto un pezzo di strada nel campo della consulenza. Qui sotto il video della nostra conversazione, che rivela aspetti della situazione che raramente sono stati trattati dai media. Tra i quali spicca il fatto che tra gli studenti non ci fosse solo chi voleva tornare a scuola sentendosi limitato e recluso, come si è sentito spesso dire, ma anche tanti che avrebbero preferito non rientrare, timorosi di contrarre il virus e poi infettare, con gravi conseguenze, i familiari più anziani e a rischio…

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