Per cause occidentali

di Fabrizio “Flaco” Castelli

[Ospito qui un interessante contributo di un amico, che ho apprezzato e del quale condivido lo spirito]

Si, hai letto bene. Occidentali. Non accidentali.

A distanza di quasi un anno dalla comparsa dei primi casi di Covid, diventa inevitabile riflettere sull’enorme divario che si è creato tra il cosiddetto Occidente (Europa ed U.S.A.) ed alcuni paesi orientali quali Corea del Sud, Cina, Giappone, Taiwan e Singapore. Mentre qui da noi il contagio continua a macinare cifre record (al momento in cui scrivo in Italia si oscilla tra i 35mila e i 40mila nuovi positivi al giorno), sembra che in quei paesi asiatici per ora la seconda ondata non sia proprio arrivata. Ieri , 18 novembre, Giappone e Corea del Sud si sono attivate per contenere immediatamente una cifra ritenuta record rispettivamente di 500 e 300 nuovi infetti. Numeri che noi riterremmo irrisori. Una differenza così macroscopica , purtroppo rispecchiata fedelmente anche nel numero dei decessi, fa sorgere un dubbio legittimo e inquietante. Il dubbio che molti cittadini europei ed americani siano e siano stati vittime di cause occidentali, ossia cause che dipendono dalla loro specifica cultura di appartenenza, che ha favorito o quantomeno reso più difficile il contenimento del contagio.

Come cercare di spiegare altrimenti questo enorme divario? Il vaccino – cui l’Occidente sembra aver demandato tutte le sue speranze di risoluzione della crisi – non è ancora disponibile per nessuno. A prima vista si potrebbe allora attribuire questa differenza alla pronta utilizzazione della tecnologia digitale, all’utilizzo di app (spesso gestite secondo principi che in Occidente sarebbero considerati illiberali), che tracciano con precisione gli spostamenti e i contatti dei positivi, e ne controllano il rispetto della quarantena. Ma tutto sommato anche questa risposta rischia di essere insoddisfacente o parziale. Sia perché di principio la ricostruzione dei contatti può essere fatta anche senza ausilio di app (benché queste aiutino e velocizzino il processo e la gestione delle informazioni), sia perché qui da noi il problema non si è mai realmente posto, per una questione di carattere culturale. Qualcuno ricorda l’app Immuni? Dando prova di una certa ottusità, gli stessi occidentali che forniscono quotidianamente i loro dati sensibili a grandi società private come FB, Google o Amazon, hanno decisamente rifiutato di fornire anonimamente i dati sui loro spostamenti alla sanità pubblica del loro paese.

Questo indica chiaramente che la spiegazione va cercata altrove. Il filosofo sud coreano Byung-Chul Han, da anni docente all’Università der Künste di Berlino ci mette sulla buona strada: “Come si spiega che in Asia i numeri dei contagi restano così bassi a prescindere dall’ordinamento politico del paese? Il vincitore giapponese del premio Nobel per la medicina, Shin’ya Yamanaka, parla di un “fattore X” non facile da spiegare”, ma che in sostanza può essere definito come “ l’importanza del senso civico, dell’azione comune in una crisi pandemica. Laddove le persone rispettano volontariamente le regole sanitarie, si possono risparmiare controlli e obblighi che impiegano molto personale e costano parecchio tempo”. Anche sul piano delle libertà individuali e delle ricadute economiche, questo ‘fattore X’ si rivela determinante: “Paradossalmente, gli asiatici hanno più libertà proprio perché rispettano le regole. Anche il danno economico è risultato molto meno grave che in Europa. Il paradosso della pandemia è che alla fine c’è più libertà se ci si limita volontariamente. Chi, per esempio, respinge la mascherina perché limita la propria libertà, alla fine ne ha meno”1. E’ questa la differenza culturale che oggi rischia di essere determinante. Ovviamente qui la questione non può che essere semplicemente e grossolanamente tratteggiata. Da Ulisse a Jena Plinsky, l’immaginario occidentale è dominato dalla figura dell’individuo eccezionale, che sposta i limiti della conoscenza, che si avventura nell’ignoto, che eccede sulla massa della gente comune perché osa andare oltre. La nostra cultura ha sempre messo l’accento sull’individualità rispetto alla collettività. Da noi far parte di una collettività (laddove questa non sia una collettività oppositiva, che si costituisce contro qualcuno) equivale più o meno ad essere dei cretini o delle pecore belanti. Il potere costituito collettivamente è sempre oggetto di sospetto pregiudiziale. “La disobbedienza è il reale fondamento della libertà. Gli obbedienti sono nati per essere schiavi” questa frase di Henry David Thoreau, filosofo ottocentesco statunitense dice quanto serve. E certo non avrebbe mai potuta essere scritta da un pensatore orientale. Per quanto personalmente non possa non ammirare questo invito all’indipendenza, bisogna forse cominciare ad ammettere che qui sta anche la radice di ogni negazionismo o scetticismo: l’occidentale diffida del potere, lo ritiene sempre espressione di una volontà di controllo, si fa vanto di non abbeverarsi alle fonti ufficiali e di saperla sempre più lunga della massa. E’ un istinto culturale tanto radicato da non arrestarsi nemmeno di fronte all’evidenza. I negazionisti, i complottisti contemporanei sono tanto ciecamente imbevuti di questa logica da non temere il ridicolo ( e nemmeno lo sfregio della memoria delle vittime)

E allora io voglio qui umilmente dichiarare tutto il mio amore per la cultura occidentale, amore condiviso anche da Byung-Chul Han, che non a caso dichiara candidamente di voler “continuare a vivere nel focolaio di Coronavirus scoppiato a Berlino piuttosto che nella Seul libera dal virus”. L’istinto ad indagare, la volontà di superare il limite, la valorizzazione delle differenze individuali ci ha dato la filosofia, la scienza, la democrazia e lo stato di diritto. Ma oggi questo amore non può più essere cieco. Deve confrontarsi con quanto sta accadendo, e trovare una nuova declinazione.

La spiacevole consapevolezza che non ci sia un luogo in cui scappare, ci costringe a fare i conti coi limiti della nostra cultura: condividiamo uno spazio che è il mondo stesso e – dacché siamo quasi 8 miliardi – siamo costretti a prendere in considerazione gli effetti che i comportamenti individuali hanno sulla società nel suo insieme. Anche a nome di chi tutti i giorni rischia la propria vita per salvarne altre, vorrei smettere di vedere lapidi su cui, idealmente, è incisa la frase “morto per cause occidentali”.

1 Byung-Chul Han, Il fattore X contro la pandemia è il senso civico, dal quotidiano “Domani”, 31/10/2020

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Il “voto utile”, una scelta antidemocratica

Come a ogni tornata elettorale, puntualmente anche in questi giorni ha imperversato la retorica del cosiddetto “voto utile”, che esorta gli elettori a non votare chi li rappresenti politicamente bensì chi, pur non rappresentandoli, possa impedire la vittoria elettorale di una parte politica ritenuta più deplorevole.

Attorno al “voto utile” si sollevano spesso furibonde polemiche, soprattutto perché esso viene utilizzato verso i potenziali elettori – di destra e (più spesso) di sinistra – dai partiti di centro, i quali o sono involuzioni di forze un tempo assai meno moderate, oppure ancor oggi includeno figure che in passato hanno rappresentato quegli elettori che si invita al “voto utile”. Polemiche sulle quali qui non entreremo, così come non prenderemo in considerazioni l’apparato retorico che ruota attorno al “voto utile”, limitandoci a poche osservazioni di principio, a mio parere assolutamente decisive riguardo alla sua condanna senza appello.

Come ho avuto modo di osservare tempo fa in riferimento al quesito referendario, la nostra è una democrazia rappresentativa, il buon funzionamento della quale prevede che in Parlamento avvenga, ancorché in forma ridotta e mediata, quel dibattito dialogico tra i cittadini che avveniva in forma diretta nelle città-stato ove la democrazia è nata. Il cuore della democrazia, infatti, è proprio quel dibattito: momento di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica per il tramite di portavoce che ne rappresentino idee ed esigenze, esso è il solo strumento capace di favorire la messa a punto di proposte che tengano conto di tutte le differenze presenti nella società. Ma, affinché ciò sia possibile, è necessario che il Parlamento e le Istituzioni locali siano lo specchio fedele delle idee espresse dai cittadini, ovvero che questi eleggano portavoce che li rappresentino realmente e che questi ultimi si confrontino costantemente con chi li ha eletti.

Non è quindi difficile capire che il cosiddetto “voto utile” rende di fatto impossibile il buon funzionamento della democrazia rappresentativa: qualsiasi sia infatti la ragione per cui lo si faccia, votare chi non rappresenta le proprie idee ed esigenze fa sì che il cuore della vita democratica, il confronto dialogico delle differenze, venga totalmente falsato. Il “voto utile” è una vera e propria aberrazione: esercitarlo significa da un lato non aver capito il senso della democrazia, dall’altro corromperne il funzionamento.

Qualcuno potrebbe obiettare che il “voto utile” serva tuttavia a evitare i danni provocati da un possibile governo di parti politiche intransigenti ed estremiste. Ammesso che sia vero (e certo in alcuni casi lo è), questo suo presunto “vantaggio” è ampiamente compensato dal danno che esso provoca alla vita democratica: se quelle parti politiche risultano maggioritarie è infatti perché le loro idee sono prevalenti tra i cittadini; impedirne l’affermazione elettorale attraverso una falsa espressione di voto da parte degli elettori è una netta violazione dei principi democratici – per quanto non perseguibile, addirittura prossima al voto di scambio.

L’unica cosa che si può dire a parzialissima scusante di chi scelga il “voto utile” è che, sebbene in Italia lo si propugni fin dagli esordi della Repubblica, di fatto la sua “utilità” è fortemente cresciuta con l’introduzione del sistema maggioritario, una riforma che ha a sua volta leso gravemente i principi della democrazia rappresentativa: si basa infatti sull’aggiramento della funzione del confronto dibattimentale al fine, dimostratosi illusorio, di rendere più stabili e nette le maggioranze di governo. Tuttavia, se si ha a cuore la democrazia, a tale riforma sarebbe necessario opporsi, mentre tutto al contrario esercitare il “voto utile” significa adeguarvisi e confermarne, accentuandola, la deriva antidemocratica.

Osservare tutto questo, purtroppo, è però come predicare nel deserto, visto che contemporaneamente al “voto utile” molti sedicenti democratici sostenevano a questa tornata anche l’approvazione referendaria del taglio dei parlamentari, palese riduzione della rappresentatività delle differenze che giustamente attraversano il corpus della società civile. Così, di riforma in riforma, di riduzione in riduzione, i cittadini si convinceranno sempre più che la sola “utilità”, per loro, sia andarsene al mare il giorno delle elezioni. Da quando, nel 1993, è iniziata la deriva “riformista”, coloro che la pensano così sono non a caso già cresciuti del 35%.

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Analfabetismo funzionale bipartisan

Mentre ero in vacanza, sul terrazzino (privato) adiacente al mio, all’aperto di fronte al mare, una ragazza (italiana) forse venticinquenne, seduta al (proprio) tavolino, consultava il telefono indossando la mascherina. Poche ore dopo l’ho vista tornare, in motorino con il ragazzo coetaneo, sempre indossando la mascherina.

Di fronte a fenomeni di questo tipo la mia reazione è identica a quella che ho di fronte a chi rifiuti di indossare la mascherina in luoghi pubblici al chiuso, o neghi l’esistenza di un problema virus: né odio, né paura, né reprimenda, ma solo amareggiato sconcerto per il manifesto analfabetismo funzionale.

Si, perché qui – come sempre, peraltro – la questione non è la posizione che si prende, ma come la si prende. Chi indossa la mascherina in assenza di altri e per giunta all’aperto non ha semplicemente capito un accidente né sul covid, né sul perché è importante usare le mascherine: gli hanno detto di indossarle e lo fa, ottusamente, senza preoccuparsi di capirne il perché. Esattamente come chi afferma che le mascherine sono un inutile imposizione del “potere”, perché (per esempio) il virus “non è nell’aria” o “è più piccolo del tessuto e non viene fermato”: gli hanno detto che il “potere” è sempre “cattivo”, e lui si oppone, ottusamente, senza preoccuparsi di capire come funziona il contagio.

Questo pervasivo analfabetismo funzionale bipartisan è l’autentica minaccia del nostro tempo: è quello che permette tanto la dilagante omologazione, quanto il proliferare di movimenti antagonisti – di destra, di sinistra e “nédidestranédisinistra” – tutti immancabilmente campati per aria e alla fin fine funzionali all’unico “potere” che abbia oggi senso chiamar tale – quello economico del consumo.

E’ il medesimo analfabetismo funzionale che il prossimo fine settimana porterà milioni di persone alle urne per decidere su una riforma istituzionale pur senza aver capito cosa sia la democrazia rappresentativa, o per eleggere dei rappresentanti istituzionali senza essersi curati di comprendere che tipo di società propongano e se sia davvero realizzabile.

Ma è possibile combattere l’analfabetismo funzionale? In teoria certamente sì, ma in pratica francamente non saprei dirlo. Anche perché non appena si inizi a superarlo ci si accorge che la realtà è più complessa di quel che credevamo e che ci dicevano i media, i politici e il Mulino Bianco. Così diversa da far apparire impossibili e persino ingiusti molti dei nostri sogni. E di fronte a questa scoperta i più arretrano, preferendo chi l’ignoranza, chi lo scontro, chi la delega a una qualche autorità che gli prometta qualcosa.

Così, alla fine resta solo lo sconcerto. Bipartisan.