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Una serata di politica

Proprio mentre la campagna elettorale per le consultazioni europee e amministrative (in città si rielegge il Sindaco) era in fase di decollo, è stato presentato a Firenze – alla presenza di uno dei suoi autori, Michele Nardelli – il libro Sicurezza, del quale avevo parlato alcune settimane fa. L’evento aveva l’obiettivo di discuterne i temi, i quali muovono da una delle parole-chiave dell’odierna propaganda politica per spingersi fino alla delineazione di nuove forme di etica personale e civile, toccando questioni come la scomparsa del welfare, l’immigrazione, l’etica del lavoro, la crisi ambientale, la cultura del limite. Si trattava pertanto di un’occasione per interrogarsi su un’ampia rosa di questioni politiche sia all’ordine del giorno, sia tenute perlopiù nascoste da media e politicanti, e di farlo in un “campo neutro”, senza cioè la necessità di schierarsi su uno dei diversi fronti della rappresentanza politica.

Va subito detto che – come purtroppo era da prevedersi – l’occasione è stata sfruttata da un numero abbastanza limitato di persone: assai più comodo e “adrenalinico” rimanere a casa propria a scrivere velenosi post sui social media, piuttosto che uscire di casa, raggiungere la sala, ascoltare, rielaborare, discutere con gli altri la propria posizione. Dall’epoca della nascita della democrazia, nel VI secolo a.C., tutto questo si chiama “politica”, ma oggi la gente sembra non saper più usare il nobile termine e utilizzarlo quasi esclusivamente per riferirsi allo scambio di offese.

Fatta questa non lieta premessa, la buona notizia è che un pubblico comunque c’era e, soprattutto, era attento e partecipe. “Non è frequente trovare tutta quest’attenzione”, ha commentato a posteriori Massimo De Micco, che ha introdotto la presentazione commentato il saggio; uno che un po’ se ne intende, visto che è candidato alle amministrative, nonostante che – per rispettare la “neutralità” del campo – neppure lo abbia detto. Il merito dell’attenzione va senza dubbio assegnato al modo in cui Nardelli – in risposta ad alcune domande prima dei relatori, poi del pubblico – ha toccato e approfondito i temi del libro, rendendoli vivi attraverso il racconto di alcune delle sue numerose esperienze politiche e sociali in Trentino, in Italia e all’estero. Un modo al tempo stesso informato e colto, elegante e provocatorio, equilibrato e radicale. Un invito a nozze anche per gli interventi, che hanno avanzato domande o distinguo, e anche mostrato perplessità su alcune delle questioni sollevate dal libro.

Al centro della discussione la crisi della rappresentanza, il deterioramento del dibattito politico, l’assenza di progetti che provino ad affrontare le grandi domande della contemporaneità, cose che hanno spinto Nardelli – trovatosi per la prima volta nella vita senza riferimenti rappresentativi – a trasformare parte del suo agire politico in una serie di “viaggi” in quella che chiama “solitudine della politica”: in aree geografiche emblematiche (italiane ma anche straniere, come la Catalogna, i Balcani, prossimamente il nord Africa), per raccogliere esperienze, forme di reazione, ispirazioni per noi e il nostro futuro. Ed è proprio dai Balcani, considerati per molti aspetti gli antesignani di quella crisi che oggi travolge l’intera Europa (e non solo) che è iniziata la riflessione: “se solo avessimo capito quel che accadeva là, se avessimo raccolto il monito di chi aveva erroneamente ritenuto solo grotteschi fantocci quelli che sarebbero diventati prima capipopolo, poi criminali di guerra, oggi non saremmo al punto in cui siamo”. Là l’errore fu soprattutto degli intellettuali e dei politici di sinistra, incapaci di capire come le questioni economiche e sociali venissero trasformate sotto i loro occhi in narrazioni grossolane, certo, ma incentrate su miti, su riti religioni arcaici (Nardelli ha ricordato l’irresistibile quanto torbida ascesa di Medjugorje), su identità improbabili risalenti a falsi storici, adatte a una popolazione dal modesto livello culturale e incapace di affrontare responsabilmente la crisi successiva alla morte di Tito e alla caduta del muro di Berlino. Oggi qualcosa di simile sta accadendo da noi, con il ritorno all’orgoglio nazionale e perfino religioso, con la retorica dell’Uomo Forte, con l’attacco a tutto ciò che sappia di colto, di intellettuale, di complesso. Cose che non vengono comprese, ma solo condannate.

Il tema a cui è dedicato il libro, la “sicurezza”, ne è una dimostrazione: a chi ha obiettato che l’ambivalenza del titolo – la parola chiave è salviniana, anche se poi viene coniugata in modo totalmente diverso – può essere respingente per il lettore, se non apparire perfino subalterna a quella logica, Nardelli ha risposto che, invece, si tratta di una sfida: prendere sul serio un messaggio che, di fatto, con il suo successo pare rispondere a delle esigenze diffuse, per poi “smontarlo” dal suo interno per riappropriarsi della parola; tutto il contrario di quel che fanno tanti sedicenti oppositori, che si limitano invece a negarne ogni elemento di senso, accusando di ignoranza chi non ne capisce la vacuità. Con ciò recitando la parte delle “anime belle” e lasciando il campo a chi fomenta la guerra tra poveri, il razzismo, il nazionalismo sovranista. E allora la sola risposta possibile, oggi, è interrogarsi e capire, cercando di immaginare, condividere e progettare un nuovo stile di vita, che sia sostenibile e possa costituire l’ossatura di nuove rappresentanze politiche.

Ed è qui che Nardelli ha ricordato le recenti mobilitazioni per la difesa dai cambiamenti climatici – memore anche del suo recente viaggio nell’area dolomitica, ove i boschi sono stati abbattuti da una nottata di tempesta mai vista prima – e come nessuna delle forze politiche abbia oggi proposte per quell’emergenza: perché essa è causata in primo luogo dai nostri comportamenti e per affrontarla servirebbe una riforma degli stili di vita ben più che della politica. Una riforma impopolare, che necessiterebbe di una revisione critica della cultura che ha caratterizzato la modernità e, in particolare, di uno dei suoi capisaldi: il concetto di crescita. Al suo posto servirebbe sviluppare e diffondere una nuova narrazione, incentrata sulla cultura del limite, non a caso del tutto assente dal dibattito politico. Una narrazione che coniughi la riduzione del danno che l’uomo arreca al pianeta (ormai dopo soli sei mesi si raggiunge il livello di sfruttamento delle risorse che la terra è in grado di rinnovare in un anno) con l’equa distribuzione planetaria delle risorse. Con modalità operative tutte da progettare, ma che nessuno degli attori della politica mette neppure lontanamente a tema, seppellendole sotto il “prima noi”, la “cooperazione allo sviluppo” (che spesso, ha sottolineato Nardelli per esperienza, è in primo luogo un business per chi la fa), le strategie per la crescita (che sono poi l’origine della diseguaglianza crescente).

L’obiezione a questa proposta, arrivata in forme diverse e dipendenti dall’esperienza e dall’età di chi l’avanzava, è ch’essa corre il rischio di essere a sua volta destinata a non incidere. Fortunatamente nessuno ha tirato fuori dal cassetto l’abusata questione del “sogno” da offrire ai cittadini per recuperarne il credito e il consenso; e tuttavia il bisogno di non rimanere solo a riflettere e progettare, di fare qualcosa – sia essa resistenza, propaganda, opposizione – è parso serpeggiare tra i presenti, incarnando l’eterno dilemma tra la teoria e la pratica, tra il pensare e l’agire. Perché è senz’altro vero che l’urgenza è grande e che, nel frattempo, la realtà va avanti e supera nel male la fantasia – un ironico esempio letterario l’ha fornito De Micco, leggendo un amaro racconto sulle condizioni delle città, scritto qualche anno fa e che oggi suona profetico. Ciononostante il messaggio del libro era proprio che, in assenza di pensiero, anche l’azione da sola diventa cieca e pertanto inefficace, anzi, alla luce dell’avanzata delle destre perfino estreme, addirittura controproducente.

E allora, ferma restando la necessità di una sua futura ed equilibrata coniugazione con qualche forma d’azione, la ridiscussione dei temi d’attualità politica, la creazione di una nuova narrazione, la sua diffusione e popolarizzazione sembrano ineludibili aspetti qualificanti di una politica che voglia uscire dalle secche della “solitudine”. Ed è comunque incoraggiante che la discussione nata a Firenze attorno a Sicurezza abbia non solo destato grande attenzione, a dispetto della sostanziale inattualità di modi e proposte, ma anzi abbia anche prodotto risposte che testimoniavano la positività degli esiti della sfida lanciata dal libro: alcuni degli intervenuti hanno infatti ringraziato Nardelli per aver mostrato come il termine “sicurezza” possa essere letto anche in modo diverso da quello della retorica salvinana, sollevati dalla scoperta che fosse possibile perciò preoccuparsi della propria sicurezza senza scivolare sulla criminalizzazione, sulla discriminazione del diverso, sulla costruzione di muri o di città videocontrollate, ma anzi tornando a chiedere più sanità, più cultura, più previdenza sociale, più equità.

Siamo in cammino e la strada è lunga, ma questo potrebbe essere uno dei primi passi.

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Una riflessione politica sulla sicurezza

Che la sicurezza, a torto o a ragione, sia oggi un tema centrale della politica ce lo mostra quotidianamente l’attuale Ministro degli Interni, ma è evidente da mille altri segnali, per esempio dal libro dell’ex Ministro ed esponente del PD Carlo Calenda, Orizzonti selvaggi: capire la paura e ritrovare il coraggio, nel quale essa gioca fin dal titolo un ruolo anche troppo importante. Ma quello della sicurezza è un tema complesso e scivoloso, non foss’altro perché, com’è noto, mentre la percezione di insicurezza cresce, i reati diminuiscono costantemente. Fenomeno, quest’ultimo, in prima approssimazione sorprendente e che richiederebbe una lettura più attenta per essere compreso nel suo significato reale, ma che invece viene liquidato o dando valore alla sola percezione, in modo da cavalcarla politicamente, oppure considerandola mero segno di ignoranza, lasciandosi così sfuggire le ragioni di chi comunque la prova.

Nardelli Insicurezza

In realtà, ridurre la sicurezza all’ordine pubblico è un’imperdonabile semplificazione: si può essere insicuri perché crescentemente minacciati dalla criminalità, ma anche perché si teme la perdita del lavoro, di ricevere una pensione da fame quando non si potrà più lavorare, di ammalarsi e perdersi nei meandri di un sistema sanitario pubblico sempre meno affidabile, oppure perché il legame sociale si allenta sempre più e ci fa sentire soli, o ancora perché – come ricordato nei giorni scorsi da chi manifestava per il clima – l’ambiente si degrada sempre più e mette a rischio il nostro futuro. Questi e altri fattori, ben diversi dalla criminalità e dalla presenza di “stranieri” sentiti come minacce, entrano a produrre quella percezione di insicurezza che, non analizzata, stricto sensu non corrisponde alla realtà. Ed è proprio la complessa interazione di questi fattori che Michele Nardelli e Mauro Cereghini, nel loro breve ma denso libro Sicurezza (Edizioni Messaggero, Padova 2018, 102 pagine, 10 euro), prendono in esame per affrontare tale tema, ma anche e soprattutto quello più generale della politica e delle sue prospettive future.

Va subito detto che il libro è attraversato, quasi incorniciato, proprio dalla questione ambientale, rilevantissima e in questi giorni sulla bocca di tutti. I due autori la toccano nella prefazione, quando osservano come il «diritto diseguale» del «prima noi», tipico del neoliberismo dominante, derivi dal fatto che «le risorse disponibili non bastano per tutti» (11); la riprendono più volte, ricordando per esempio come da oltre trent’anni politici di destra (Bush padre) e sinistra (Tony Blair) abbiano esplicitamente sostenuto che modello di sviluppo e stili di vita dei cittadini dei loro paesi (ricchi) non sono negoziabili; la confermano nelle conclusioni, quando – senza alcun giustificazionismo – invitano a «interrogarsi sulle motivazioni che portano dei ragazzi al suicidio terrorista», ricordando che la violazione dei diritti umani, l’esclusione e la violenza da essi vissute nei loro paesi «deriva anche dai nostri stili di vita e di consumo insostenibili, e dalle scelte dei governi che per garantirli intervengono ovunque nel mondo» (97). È perciò proprio la questione ambientale e dei limiti di sostenibilità delle azioni dell’uomo sulla terra – letta non tanto nell’ottica della salvaguardia del pianeta, quanto da quella della equa condivisione da parte di tutti i suoi abitanti – che i due autori del libro ci indicano come la scaturigine di molti dei fattori che sono parte della moderna insicurezza.

È il caso della «grande menzogna dello scontro di civiltà» (29), «evocato per stabilire un presunto primato di cultura e giustificare il diritto all’esclusione, a fronte di un modello di sviluppo insostenibile considerato non negoziabile» (32). Una menzogna che si declina poi come «una guerra globale dichiarata più o meno consapevolmente verso il prossimo, nella quale ciascuno è mobilitato a difesa del proprio stile di vita» (32), quella “terza guerra mondiale” di cui spesso parla Papa Francesco. Una guerra che è però di tutti contro tutti, perché le disuguaglianze, macroscopiche a livello globale tra i cittadini dei paesi poveri e quelli dei paesi ricchi, crescono anche all’interno di questi ultimi a causa dello smantellamento del welfare pubblico, della riduzione dei budget per i sistemi sanitari e del taglio delle pensioni, non sostituiti da «forme più avanzate di servizi su base mutualistica o comunitaria» (49). Come ogni guerra, anche questa sospende i diritti universali – sostituiti da privilegi di razza, nazionalità, casta, censo – facendo crescere il numero degli esclusi e amplificando in tal modo, anche grazie ai media, quella “percezione” di insicurezza su cui poi opera chi ha costruito la menzogna, dando però risposte di mera autoreclusività che l’intensificano ancora di più. Citando Paura liquida di Zygmunt Bauman: «l’opinione secondo cui il “mondo là fuori” è pericoloso ed è meglio evitarlo, è più diffusa tra coloro che di rado escono la sera», né c’è modo si sapere se essi non escano perché avvertono il pericolo o lo provino proprio perché non hanno familiarità con le strade la sera…

Ma le paure e le guerre non si possono comprendere se non si elaborano i conflitti, indagandoli. E questo Nardelli e Cereghini lo sanno bene, forti della loro esperienza nei Balcani dopo la guerra intestina della ex Jugoslavia – della quale anni fa avevano dato conto nel loro Darsi il tempo (EMI, Bologna 2008). Un processo, quello dell’elaborazione del conflitto, che richiede «un contesto accettato da tutte le parti e poi conoscenza, fiducia, terzietà, capacità di dialogo e di mediazione, autorevolezza, forza… Non equidistanza, perché in genere i gradi di responsabilità sono diversi, piuttosto equiprossimità. Mettersi nei panni dell’altro, quando l’altro è imperdonabile, non significa relativizzare il male, ma comprenderne la normale e umana complessità» (66-67). Un processo filosofico, verrebbe da chiosare, e infatti non a caso già all’epoca di Darsi il tempo ci fu un mutuo riconoscimento di prossimità tra la mia pratica di consulenza filosofica e quella di elaborazione dei conflitti svolta da Nardelli in Bosnia.

Senza un tale lavoro di «elaborazione condivisa» paure e insicurezze non possono passare. Ma quel lavoro diviene impossibile se si alzano muri per dividerci dai “diversi”, se si usano «le identità in chiave oppositiva, non accettando di riconoscere il dolore dell’altro e dunque la sua umanità» (69), com’è avvenuto spesso nei dopoguerra e come sta accadendo adesso nei confronti dei migranti. Solo «apertura, incontro e conoscenza reciproca», praticate attraverso un «esercizio di apprendimento permanente» che ci faccia riconoscere e comprendere gli altri e le loro culture, sono «l’antidoto alla paura» (70).

Diviene così chiaro come “sicurezza” sia un concetto polisemico, del quale vanno affrontate le molte sfaccettature e non – come si tende a fare – il solo aspetto d’ordine pubblico. In primo luogo c’è, come detto, la sicurezza ambientale, del tutto fuori dal dibattito politico pubblico (a parte dopo le recenti manifestazioni per il clima) nonostante la sua latenza sia all’origine delle grandi migrazioni; per costruirla è necessario «ridurre l’impronta ecologica sul pianeta, dalla sfera globale a quella del comportamento individuale» (87), ovvero «accettare il limite quale misura delle scelte, anziché la crescita infinita» (82). C’è poi la sicurezza sociale, da affrontare in primo luogo tornando a coltivare sanità e previdenza pubbliche, ma – vista la generalizzata crisi fiscale degli Stati – anche connettendole con il welfare comunitario, così da sviluppare un sistema di assistenza sociale territoriale, di quartiere, che faccia interagire istituzioni, professionisti, volontari, cittadini e utenti, in un sistema che ricostruisca anche il legame sociale. Essenziale, quest’ultimo, per far crescere la sicurezza personale, la percezione negativa della quale dipende dall’isolamento e dalla solitudine prodotte dagli stili di vita delle nostre città e che per consolidarsi necessita anche della ricostruzione degli spazi di incontro oggi abbandonati a favore dei periferici «“non luoghi” serializzati, come centri commerciali, villaggi turistici o mercatini di Natale» (85). E ancora, c’è una sicurezza che potrebbe essere definita globale, costruibile attraverso «l’impegno a prendersi cura della pace» (92), anche uscendo «dalla retorica di società senza conflitti» (93) e «andando così oltre l’antimilitarismo di maniera del “senza se e senza ma”, quando al contrario i “se” e i “ma” sono la chiave per capire e abitare i fenomeni di un tempo sempre più interdipendente» (95).

Siamo lontani mille miglia, lo si vede bene, dall’ordinario modo di parlare non solo di sicurezza, ma anche di politica, perché qui si rifuggono le semplificazioni e si invita ad affrontare la realtà nella sua complessità. Senza tuttavia scivolare nell’astratto o nel criptico, sempre con un linguaggio semplice e chiaro, oltre che con riferimenti molto concreti. Gli spunti che ne emergono sono moltissimi, ben aldilà di quel poco a cui è stato possibile accennare in questa breve analisi. Tanto che, se c’è un difetto che si può addebitare al libro, questo è la sua sinteticità, che lascia solo intravedere proposte e scenari possibili i quali, probabilmente, possono sfuggire a chi non conosca gli autori o il contesto teorico e pratico nei quali operano. Un difetto veniale, auspicabilmente superabile con l’ampliamento del dibattito e con l’uscita di altri scritti, che approfondiscano alcuni degli aspetti importanti toccati da questo lavoro.

 

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Buon Anno?

E’ passato da pochissimo il momento in cui un anno si tramuta nel successivo. Stavo leggendo un libro commemorativo del centenario della fine della I Guerra Mondiale, qunado sono iniziati le deflagrazioni, stavolta di festa e non di guerra.

Ma festa per cosa? Per le due navi cariche di profughi che, mentre tanti si abbuffano, restano in alto mare ormai quasi prive di cibo perché l’attuale Governo italiano rifiuta di farle attraccare nei nostri porti (per altro in compagnia di altri Paesi che pretendono di essere civili, evidenemente senza merito)? Perché il Paese più potente del mondo, governato da un miliardario sbruffone, rifiuta tassativamente ogni accordo sul controllo e la gestione dei danni che stiamo procurando all’ambiente in cui viviamo? Per i miliardi di esseri umani che vivono nelle bidonville, in Africa, in Asia, in America Latina? Perchè il nostro Governo ha appena aumentato il peso della fiscalità di circa mezzo punto percentuale tagliando al tempo stesso le spese per sanità, pubblica istruzione, servizi sociali? Perché da tutte le parti d’Europa – che se non è casa nostra è quantomeno il nostro condominio – si alzano voci egoiste, settarie, persino razziste?

“No, non stasera”, dirà qualcuno, “ai mali del mondo ci penseremo domani: stanotte è il momento della gioia, dei festeggiamenti, dei balli e dei cenoni. Bisogna pur vivere!”

Già. Peccato solo che questa dilazione, questo prendersi il proprio tempo per celebrare riti che sono parte consustanziale di quello stile di vita che è il motore produttore proprio di quei mali del mondo, è ben più che un rimandare il proprio intervento: è vera e propria complicità.

Lo è perché solo un intervento radicale sui nostri stili di vita – quelli che i Paesi benestanti hanno più volte e non ha caso dichiarati “non negoziabili” – può avere qualche efficacia sul modo in cui le risorse del mondo, quasi tutte scarse, vengono redistribuite. E una diversa redistribuzione non permetterebbe la presenza sui nostri tavoli di così tanti astici e costate, champagne e whiskey du puro malto, ostriche e vini barricati. Né permetterebbe veglioni dai costi insensati e milioni di euro spesi in spettacoli pirotecnici improvvisati.

“Vuoi forse impedirci di essere spensierati per una sera, vuoi toglierci la speranza che con la buona volontà le cose da domani possano aggiustarsi lo stesso?”, mi chiederà di nuovo quel qualcuno.

Ebbene sì, risponderò allora, vorrei impedirvelo. Lo vorrei perché la speranza è una truffa di vecchia data, fatta agire da chi ha tutto l’interesse a rimandare il cambiamento; lo vorrei perché c’è chi ha urgenza che qualcosa cambi, o pagherà con la propria vita; e infine lo vorrei perché anche voi, anche noi, ne abbiamo urgenza: non vi rendete conto che stiamo scavando sotto il terreno su cui poggiamo i piedi? Non capite che la perdita di posti di lavoro, potere d’acquisto, garanzie che stimo subendo da anni è dovuta proprio all’insostenibilità dei nostri stili di vita, e che la soluzione è una una rivoluzione nella direzione della misura, della sobrietà?

E allora, non mi resta che augurare buon nuovo anno, certo, ma non a tutti, bensì solo a chi lo abbia già festeggiato con misura e sobrietà, con il pensiero lucidamente presente a ciò che nel mondo non c’è da festeggiare e perciò già pronto, fin da stanotte, ad agire per cambiare, senza paura di pagare lui per primo un prezzo, quello che è giusto che ciascuno di noi paghi. Agli altri no, non posso augurare buon nuovo anno: non perché non lo voglia, ma solo perché è inutile. Se non hanno capito perché non c’è da festeggiare, per loro il nuovo anno non sarà lieto, bensì inevitabilmente foriero di inattese brutte notizie.

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