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Ancora sul populismo pentastellato e sulla sua inevitabile caduta

L’ultimo mio intervento, nel quale cercavo di spiegare la débâcle del M5S alla luce dell’acuta interpretazione del populismo data da Ernesto Laclau nel suo La ragione populista, ha suscitato un buon numero di commenti. Uno in particolare, opera di Luciano Sesta, mi è sembrato particolarmente interessante; posto in due forme, ho risposto a quella del blog, ma qui voglio tornare su quella invece pubblicata su facebook, perché permette un approfondimento e alcune precisazioni di quanto avevo scritto in precedenza.

Secondo Sesta, nel mio intervento avrei detto che

5 stelle vive finché il popolo che lo sostiene non ottiene risposte dalla politica. Una volta, però, che un simile movimento presta il proprio successo elettorale a una Lega che ne ha ottenuto di meno, e una volta che al governo la stessa Lega, con maggior competenza di quanto non faccia il Movimento stesso, comincia a darle davvero delle risposte, per quanto discutibili, ecco che il Movimento si sfalda.

Di fronte a ciò, Sesta si interroga – anche giustamente – sulla diade “saggezza morale”-“competenza tecnica”, osservando come gli elettori siano attratti tanto dalla prima (nel caso specifico «la “genericità” della denuncia globale della classe politica» operata dai cinquestelle), quanto dalla seconda (ossia dalla «“concretezza” delle sue risposte parziali», quelle date da Salvini nel suo periodo di governo). E – ricordando che Laclau non riteneva sbagliato il populismo – osserva anche che se

«la competenza tecnica e l’efficacia rinviano a strutture, a burocrazia e a istituzioni impersonali, la saggezza morale non può che riguardare singole persone. Anche un singolo leader».

Ci sarebbero varie cose sulle quali interloquire in queste considerazioni di Sesta, ma qui mi limiterò a quanto concerne il loro essere commento al mio post. Il quale, tanto per cominciare, non affermava affatto che il travaso di voti dal M5S alla Lega fosse causato dalla “efficacia” delle risposte date da Salvini: primo, perché a mio parere quelle risposte non sono per niente efficaci (non entro nella giustificazione di questo giudizio perché non decisiva per quanto segue), secondo perché – come spiegavo – ciò che attrae della Lega non è la concretezza dell’efficacia, bensì l’ideologia. Giustappunto ciò che il M5S pretendeva di rifiutare, non meno di come rifiutava l’identificazione con un leader: i suoi vertici sono stati sempre e solo “cittadini tra i cittadini”, meri portavoce degli elettori e soggetti a rotazione. Per queste ragioni definivo il M5S un movimento “puramente” populista, diversamente da realtà politiche come la Lega o il PD (almeno quello renziano), includenti aspetti populisti ma anche portatrici di contenuti ideologici. Il fatto che un commento attento qual quello di Sesta abbia equivocato questi punti mi spinge a precisarli meglio.

Inizierò da una precisazione terminologica (che peraltro rimanda a questo mio intervento successivo alle elezioni del 2018): intendo per “ideologia” ogni interpretazione della realtà, indipendentemente dalla sua completezza o raffinatezza; da questo punto di vista, il M5S, checché ne dica, ha un’ideologia. Il fatto che rifiuti di averne è di fatto parte della sua ideologia, la quale afferma (a mio parere a torto, ma non è questa la sede per discutere la cosa) che per “risolvere i problemi dei cittadini” non sia necessario avere una concezione della giustizia distributiva, una posizione sull’opportunità o meno delle distinzioni di classe, una precisa idea dei rapporti tra gli Stati, le popolazioni e le culture, una prospettiva sulle forme di convivenza nazionali e internazionali, una posizione determinata sui sistemi economici da adottare, e via dicendo. “Problemi dei cittadini” che, stante ciò, sono necessariamente solo problemi materiali, essendo quelli simbolici – etici, identitari, religiosi, culturali, ecc. – funzione delle ideologie adottate e nel M5S invece assenti (almeno esplicitamente). Nel mio precedente intervento, e perciò anche in questo, userò tuttavia “ideologia” come se la pretesa postideologica del M5S fosse reale e non viziata da questa contraddittorietà logica.

Secondo Laclau il populismo è caratterizzato da una ben precisa specificità: la costruzione del popolo. Come già accennavo nel precedente intervento, un popolo, infatti, non esiste “in natura”, ma è il prodotto di una cultura e tanto la sua identità, quanto la sua composizione sono modificabili operando con strumenti culturali. Il populismo fa proprio questo, e lo fa per ragioni di consenso elettorale – per ottenere l’egemonia, come dice Laclau citando addirittura Gransci. Il suo parere non negativo nei confronti del populismo è dovuto a due ragioni: la prima è che egli lo ritiene un utile strumento cratico, ossia atto a raggiungere il potere (e su ciò non è detto che sbagli); la seconda è che a suo parere tutti i partiti politici sarebbero populisti, qualcuno consapevolmente e altri no, con conseguenze negative per i secondi, che non sanno sfruttare lo strumento cratico.

Personalmente non condivido la seconda opinione di Laclau: non tutti i partiti “costruiscono il popolo”, per la banale ragione che non tutti pretendono di avere l’egemonia e si limitano – con maggiore rispetto per l’idea della democrazia parlamentare – a voler rappresentare le idee di una certa parte dell’elettorato, anche piccola, nel dibatto politico che si svolge in parlamento e che determina le decisioni del Governo attraverso la costruzione di leggi e dispositivi che tengano conto delle idee di tutti. Riguardo invece all’idea di Laclau che il populismo sia un utile strumento nella battaglia per il potere, la ritengo figlia della mancata distinzione di etica politica (quella che sviluppa ideologie e forme di governo) e cratologia (la parte strategica della politica, volta a ottenere il potere per attuare l’etica politica), distinzione fondamentale anche per la buonissima ragione che – come sa chiunque abbia un po’ di dimestichezza con il cosiddetto “problema della tecnica” – non sempre gli “strumenti” sono compatibili o comunque privi di conseguenze sui contenuti che vorrebbero veicolare.

Sempre personalmente, ritengo il populismo piuttosto pericoloso, ma non perché promuova il leaderismo (cosa non necessaria e comunque realizzabile anche senza populismo), né perché «promette “soluzioni semplici” per problemi che in realtà sono “complessi”» (come scrive Sesta), bensì proprio per la sua specificità intrinseca: perché, costruendo ideologicamente un popolo, cerca di far passare un’ideologia in modo surrettizio, spacciandola per “non ideologica”. Un’ideologia, oltretutto, anch’essa assai pericolosa, perché basata sulla distinzione netta di una massa di individui – il Popolo – da altre – altri popoli – o, ancor peggio, da coloro ai quali è stato tolto il diritto di far parte del Popolo, in quanto di esso ritenuto in qualche modo “nemico”.

Il populismo, dunque, non è un mero e neutrale strumento cratico, ma una vera e propria ideologia non dichiarata. Quando esso è “puro”, come nel caso dei cinquestelle, è solo questa ideologia, mentre quando è anche altro le accoppia altre componenti ideologiche dichiarate, come nel caso della Lega. In questo caso, però, chi lo sostiene rinuncia in modo palese a cercare consenso da una parte dei cittadini – una parte numericamente importante e non solo la minoranza della “casta”, del “potere”, dei “banchieri”, eccetera. Nel caso della Lega, si è infatti dovuto costruire figure come gli “antitaliani”, i “mondialisti”, gli “amici di Soros”, persino i “radical-chic del congiuntivo”, le quali alienano il consenso di una parte di elettorato, connotando senza timori a destra il partito – cosa mai fatta dal M5S.

Quest’ultimo, come già scrivevo, raccoglie il popolo attorno a un “significante vuoto”, nel suo caso l’“onestà”; questa è certo una ragionevole richiesta di saggezza morale, come afferma Sesta, ma è anche e soprattutto un carattere sufficientemente vuoto da poter andar bene a tutti e che per essere soddisfatto non necessita che sia data risposta a nessuna domanda concreta – atto che finirebbe necessariamente per scontentare qualcuno, orientare ideologicamente il movimento, spaccare il “popolo” perdendone parte del consenso. Il M5S ha per anni seguito questa strada “puramente populista”: il “popolo” erano i “cittadini” (veniva sottinteso un concetto di Stato e di cittadinanza, così da limitarli ai cittadini italiani); il “nemico del popolo” era la “casta”, il potere, i politici, corrotti e bugiardi per definizione ancor prima che per prove provate. La costruzione di questo nemico da un lato ha unito (come in tutte le forme di azione politica “contro”, lo sa bene la sinistra, che si unisce solo di fronte alle emergenze), dall’altro ha permesso di accogliere ogni tipo di domanda insoddisfatta, indipendentemente dal fatto che molte di esse collidessero e che la soddisfazione di alcune implicasse semplicemente la negazione di altre. Non essendoci alcuna ideologia (nel senso, ripeto, di visione complessiva delle forme di convivenza), mancavano tanto le strategie per dare risposta (e, si badi, mancavano di principio e non per impreparazione), quanto i principi per negare la legittimità ad alcune di tali domande. Il Paradiso in Terra era impossibile solo per colpa del “nemico”, della “casta privilegiata”, sorta di Serpente secolarizzato, scacciato il quale l’Eden poteva tornare ad accogliere il Popolo dei Cittadini.

Il M5S, come avevo scritto, è dunque caduto perché non poteva dare risposte alle domande popolari, dato che un populismo “puro”, se lo fa, si sucida. Per conservare il potere avrebbe dovuto o trasformare lo Stato, per esempio abolendo la democrazia parlamentare a favore di una presunta democrazia diretta, più facilmente manipolabile (sulla totale inconsistenza della “democrazia diretta” tornerò in un intervento futuro), oppure far sì che i famosi “bisogni dei cittadini” mutassero, per esempio puntando su una trasformazione degli stili di vita (decrescita dei consumi e perciò minor bisogno di anche di occupazione e di guadagni). Entrambe le possibilità mi pare fossero ipotesi in parte esplorate dentro il M5S, ma per attuarne almeno una sarebbero state necessarie due condizioni: che un’ideologia esplicita (ancorché non dichiarata) qualcuno nel M5S l’avesse (forse l’aveva Casaleggio senior, ma è scomparso troppo presto); che al governo il MoV fosse da solo, o con un partner dall’ideologia impalpabile (il PD, per esempio), mentre venne scelta proprio la Lega, che ha oggi quella più forte, e se ne è pagato il prezzo.

Adesso siamo oltre, grazie al fatto che neppure la Lega è riuscita a capitalizzare strategicamente il vantaggio cratico accumulato. Vedremo cosa succederà. Ma resta un fatto, su cui tornerò: o si ricomincia a elaborare ideologie e lo si fa in modo ampio, esplicito, condiviso; o continueremo a veder cadere uno dopo l’altro, sempre più velocemente, tutti i soggetti (individuali o collettivi) di volta in volta investiti dagli elettori del ruolo di Salvatori.

Fino a quando non sarà più possibile per nessuno rialzarsi.

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Mussolini, il recordman del “fare”

La settimana scorsa Maurizio Sguanci, politico e amministratore fiorentino, ha scritto su facebook in uno scambio con un suo amico:

“Fatto salvo che Mussolini è la persona più lontano da me e dal mio modo di pensare, nessuno in questo Paese ha fatto, in quattro lustri, quello che ha fatto lui in vent’anni. E purtroppo a dircelo è la storia. Fatte salve tutte le peggiori nefandezze, fece anche: la riforma industriale, la riforma del lavoro, la riforma dei salari, introdusse la tredicesima, la riforma delle pensioni, della scuola, la riforma agraria, l’edilizia sociale, le varie bonifiche, rinnovato le linee ferroviarie. Eretto università, istituti agrari, scuole di guerra aeree e navali e tante altre cose”.

Sembra inoltre che, in seguito e telefonicamente, Sguanci si sia solo parzialmente corretto, affermando che “Mussolini fu un criminale, anzi, uno dei più grandi criminali della storia. È più che assodato. È un fatto. E io sono un antifascista, non c’è nessuno più antifascista di me; mi dolgo che un criminale come lui, in venti anni, sia riuscito a fare tutto quello che ha fatto, mentre noi stiamo qui a litigare in continuazione”. Solo più tardi, di fronte all’infuriare della polemica, ha poi offerto le proprie scuse: “Consapevole di aver ferito, involontariamente, la sensibilità di qualcuno, non solo me ne dispiaccio, ma anche mi scuso”.

Ora, Sguanci non è un esponente di Casa Pound o della destra storica, bensì un membro del Partito Democratico con incarichi locali importanti: Consigliere Comunale nell’amministrazione Renzi e oggi Presidente del Quartiere 1, quello del Centro Storico. Ovvio quindi che le sue parole abbiano fatto trasalire molti ed esplodere polemiche politiche, fino alla crisi della coalizione tra PD e MdP.

Le reazioni si sono in buona sostanza polarizzate in due direzioni: da un lato quelli che hanno visto nelle sue parole un’apologia del Duce e del fascismo, sufficienti alla condanna di Sguanci e alla richiesta delle sue dimissioni; dall’altro quelli che le hanno considerate solo un grossolano errore di comunicazione, un “post scritto male” che non può cancellare trent’anni di attività politica ricca di attività sociali e solidali.

Entrambe queste reazioni mi sembrano miopi e superficiali.

Non conosco Sguanci, ma non fatico a credere che si senta un antifascista lontanissimo da Mussolini, lo consideri un criminale, condanni le sue “peggiori nefandezze” e abbia una storia personale di solidarietà. Sono certo che il suo post non volesse essere una riabilitazione del Duce, anche se in certa misura lo è stato (i media di destra ci si sono buttati a pesce). Chiederne le dimissioni con queste motivazioni è solo una grossolana strumentalizzazione tipica della politica “di palazzo”.

D’altro canto non possono neppure bastare delle semplici scuse per cancellare in toto le parole di Sguanci, le quali non fanno di lui un fascista, ma un totalitarista nostalgico dei bei tempi nei quali la discussione democratica era abolita sì. Solo che questo i suoi amici e compagni di fede politica più vicini non lo capiscono, perché la pensano come lui.

Al netto di ciò che egli stesso ha negato, e tenuto da parte il fatto (non indifferente, ma tutto sommato secondario) che non tutto quel che assegna a merito di Mussolini era poi così meritorio, qual è infatti il nucleo sostanziale delle parole di Sguanci? Che il Duce eccelleva nella “cultura del fare”, quella tanto cara al PD nell’era renziana – ma anche a Berlusconi (ricordate lo spot “Fatto!” con colpo di timbro?) e, soprattutto, a Bettino Craxi, non a caso più volte assimilato a Benito dai vignettisti.

Sguanci si duole che un criminale come Mussolini abbia fatto in vent’anni più di chiunque altro, ma non s’interroga sul perché ciò sia accaduto; non viene colpito dalla coincidenza che l’esecuzione delle decisioni sia stata più spedita proprio quando – sospese le garanzie democratiche – al Capo nessuno poteva opporsi; non ha mai riflettuto sul fatto che la democrazia, con la sua complessa tessitura di proposte e controproposte, verifiche e aggiustamenti, mediazioni che tengano conto dell’interesse di tutti, incluse le minoranze, è fatalmente più lenta e meno efficacie in termini di “fare”. Eh no, non l’ha fatto, perché altrimenti non avrebbe potuto sostenere una riforma elettorale come quella caduta nel referendum del 2016 (cosa che senz’altro ha fatto, siedendo sulla poltrona di Presidente di Quartiere a Firenze, città ultrarenziana), nata giustappunto per “semplificare” le procedure parlamentari e tagliar via un bel pezzo di vita democratica.

Ecco, questo è il punto: non ci si può stupire di sentire da chi sposa la “cultura del fare” uscite come quella di Sguanci. E il rimedio non è far dimettere chi le fa, ma rimuovere chi le pensa, chi le implica necessariamente nella propria cultura politica. Solo che, in questo caso, dovrebbero andarsene probabilmente tutti i politici del PD, così come quelli del M5S, il dibattito democratico dei quali si riduce a votare per via telematica proposte calate dall’alto senza alcuno spazio per il dissenso. Per tacere del Centrodestra.

Non si impressionino perciò ebrei, zingari e omosessuali, non si scaldino i difensori dei migranti o i pacifisti: le “peggiori nefandezze” l’antifascista Sganci non le farà di sicuro; si limiterà solo, assieme ai suoi amici, alla “nefandezza minore”: l’abolizione del lento, antiquato, inefficace, penalizzante dibattito democratico. Perché in quella parte politica non se ne sente più il bisogno, anzi, si rimpiangono i politici capaci, ai loro bei tempi, di “fare” quanto poi, nell’era democratica, non si è più riusciti.

Se poi, una volta abolito il confronto democratico, a uno dei futuri capi designati oltre che la riforma del lavoro (certo in stile Job Act), la riforma delle pensioni (Fornero style), la “buona scuola”, la privatizzazione delle linee ferroviarie, prenderà lo sghiribizzo di far passare, senza dibattito, anche leggi razziali e alleanze con paesi guerrafondai… beh, non si sarà così ideologici da darne la colpa a chi gli ha preparato il terreno!

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Ius Soli, terrorismo e incapaci al potere

Ieri colui che dovrebbe dirigere l’intero Stato Italiano, il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ha auspicato che lo Ius Soli venga approvato al più presto, includendo tra le ragioni il fatto di essere “strumento di integrazione” utile per prevenire il terrorismo.

Ora, tutti sanno – o quantomeno sono in condizioni di poter sapere – che lo Ius Soli è adottato in Europa da Francia, Inghilterra e, con varie limitazioni, Germania, per l’appunto le tre nazioni più colpite dal terrorismo. Non solo: tutti sanno o dovrebbero sapere che gran parte dei terroristi sono “immigrati di seconda generazione” aventi cittadinanza delle rispettive nazioni, ottenuta proprio grazie allo Ius Soli. Se c’è quindi un argomento chiaro e immediato contro l’adozione di tale norma giuridica è proprio quello del terrorismo. Ma Gentiloni lo utilizza lo stesso. Perché?

Esistono diverse risposte possibili, tutte però poco rassicuranti:

  • che il Presidente del Consiglio non conosca i dati sul terrorismo – che ne farebbe un ignorante al potere;
  • che ne trascuri il significato, convinto (a torto) che a un atto buono e generoso come la concessione della cittadinanza non possa non seguire la riconoscenza – che farebbe di lui un insipiente al potere;
  • che ignori consapevolmente quei dati, anzi ne rovesci il significato, semplicemente per continuare a sostenere ciecamente una posizione già presa ” prescindere” – che ne farebbe un ciarlatano al potere.

Quale che sia la risposta “giusta”, resta comunque il fatto che alla testa del governo italiano abbiamo una persona inadeguata, così come inadeguati sono coloro che lo circondano, i quali evitano di correggere o prendere le distanze da tali assurde affermazioni, ma anzi ne sostengono la improponibile validità.

Non c’è da state allegri sul nostro futuro.

Post Scriptum – A scanso di equivoci specifico che questa nota NON riguarda lo Ius Soli (sul quale ho posizioni piuttosto critiche mutuate in parte da Sartori, la discussione delle quali rimando però a un altro articolo), bensì lo stato miserevole della politica nazionale.