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Il virus e i professionisti della paura… di cambiare

Nel mio ultimo intervento dicevo di trovare preoccupante che, di fronte a un fenomeno inedito e incognito quale il SARS-CoV-2, ci si affanni a difendere posizioni incertissime, trovare colpevoli e farsi coraggio, invece di prendere atto della realtà qual è e immaginare, progettare, magari anche sperimentare nuove forme di vita, compatibili con i limiti impostici dal virus.

Tra coloro che stanno perdendo l’opportunità di un possibile, radicale cambiamento che il virus, pur nella sua negatività, ci sta offrendo, spiccano ai miei occhi coloro che si lamentano di una presunta “cultura della paura” – per molti di loro creata ad arte dal “potere”, che cambia identità a seconda delle preferenze ideologiche del parlante – alla quale soggiacerebbe una cittadinanza di pavidi, disposti a “non vivere per paura di morire”.

Anche tralasciando l’uso ricorrente come supporto alle loro posizioni delle teorie della cospirazione (quanto di meno razionale e ragionevole esista di fronte a fenomeni complessi, oltre che prive di qualsivoglia credibilità epistemologica), quel che colpisce di chi sostiene queste posizioni è da un lato l’identificazione di ciò che chiama “vivere” con quel che faceva nel recente passato, quasi non potesse darsi una vita diversa da quella che era stata progettata, dall’altro l’indisponibilità a “sospenderlo” anche solo per un periodo determinato. Due aspetti che, sommati, individuano soggetti marcatamente conservatori, privi dello spirito necessario per accettare la sfida che il virus ci mette davanti – insomma, persone con una tremenda paura di cambiare.

Va detto che, per quel che posso vedere dal mio modesto (ma non angusto) punto d’osservazione, il clima di paura di cui questi signori parlano non lo vedo. Di fronte a un fenomeno naturale che mette a rischio la vita di molti – spero che, con le pile di bare che non trovano posto nei cimiteri, nessuno arrivi a negarlo – non c’è di fatto alcun panico, ma solo attenzione e precauzione. Non è infatti paura di morire, ma semplice precauzione, ciò che spinge a guardare i due lati della strada prima di attraversare, così come è la precauzione e non la paura che ci fa rispettare il semaforo e attendere, anche a costo di perdere il treno, se lungo la strada sfrecciano veicoli a gran velocità. Lo stesso accade oggi che si rispettano le misure di distanziamento sociale per limitare i danni del virus.

Di più: non è paura di morire, ma senso di responsabilità, quello che spinge molti giovani – il cui rischio di morte in caso di contrazione del virus è piuttosto basso – a rispettare rigorosamente le misure, come nel caso di una giovanissima coppia, figli di conoscenti, che – pur soffrendo a non vedersi fisicamente – si limitano a incontri virtuali per evitare ogni rischio ai genitori. Tra la paura e la precauzione, così come tra la pavidità e la responsabilità, c’è uno iato che, evidentemente, alcuni neppure conoscono – cosa che spiega perché la nostra società sia così malridotta.

Ma non solo nel nostro paese non c’è “paura di morire”: non è nemmeno vero che chi accetta responsabilmente e di buon grado le limitazioni stabilite dalle Istituzioni “rinunci a vivere”. Infatti – anche trascurando che le privazioni più drastiche dureranno solo un tempo limitato e che chiunque non sia un bambino viziato è in grado di fare rinunce pro tempore – per moltissimi cittadini quella che si viveva prima della pandemia era una pessima vita: non libera, costretta dentro i tempi di una società della produzione e del consumo; scandita da tempi inumani, perché dettati dalle macchine e dal mercato; stressante, perché priva di pause perfino nei momenti di svago, fatti di rumore e di consumo coatto; dalla quale restavano sistematicamente esclusi importanti momenti privati, perché incentrata sull’immagine pubblica. La sola vita possibile nella società dell’individuo proprietario e del consumismo edonista, nella quale ciascuno di noi è solo un’ingranaggio del sistema produttivo/dissipativo, quello stesso che ha rovinato l’ambiente contribuendo a produrre il virus e ha depauperato il sistema sanitario perché improduttivo.

Nella sua drammaticità, le misure imposte dalla presenza del virus hanno bloccato il sistema, liberando gli ingranaggi, che in tal modo sono potuti tornare – almeno temporaneamente – a vivere come uomini. E’ probabilmente per questo che gran parte delle persone che conosco stanno vivendo questo periodo di presunte privazioni non solo serenamente, ma addirittura con un certo piacere: c’è chi da tanto tempo lasciava indietro importanti questioni private e adesso può finalmente occuparsene; chi ha ripreso a leggere, attività accantonata per mancanza di tempo; chi può con gioia passare tutto il tempo con i figli o con il coniuge; chi si dedica con soddisfazione a care passioni improduttive; chi semplicemente si riposa, e ne aveva tanto bisogno. Perfino i più giovani paiono rivalutare la quiete, la lentezza e la prossimità: mai avevo vista tanta intesa tra i miei vicini e la figlia ventenne, così come mai tanta paziente serenità nei bambini degli altri miei vicini. Meno multitasking, più serenità. Per tutti.

Certo, c’è chi è fortemente e giustamente preoccupato per il proprio futuro economico: alcune attività (anche la mia, se è per questo) producono reddito solo se vengono svolte e non posseggono ammortizzatori sociali; altre rischiano di scomparire con la crisi economica che certo seguirà l’emergenza pandemica. Ma è questa una buona ragione per parlare di “non vita”? No, perché per molti quella che stiamo vivendo, pur con i suoi – perlopiù esigui – vincoli, è una vita migliore di quella precedente. E per questo, lungi dal pensare a come tornare alla perduta “normalità”, si dovrebbe tutti assieme ingegnarsi per capire come costruirsene una del tutto nuova, che conservi i tanti aspetti positivi di questa “vacanza casalinga”.

Solo chi nella precedente “normalità” fosse un privilegiato, oppure chi – e credo si tratti dei più – manchi affatto della libertà personale, interiore, che gli consenta di cambiar vita, può ritenere quello che sta passando adesso una “non vita”. A questi professionisti della paura di cambiare, che tanto stigmatizzano le paure altrui inconsapevoli di star osservando uno specchio che riflette le loro, posso solo augurare di svegliarsi presto dall’incubo, così da recuperare la libertà persa già prima della pandemia e la fiducia nella vita in tutte le sue mutevoli forme.

 

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Buon Anno?

E’ passato da pochissimo il momento in cui un anno si tramuta nel successivo. Stavo leggendo un libro commemorativo del centenario della fine della I Guerra Mondiale, qunado sono iniziati le deflagrazioni, stavolta di festa e non di guerra.

Ma festa per cosa? Per le due navi cariche di profughi che, mentre tanti si abbuffano, restano in alto mare ormai quasi prive di cibo perché l’attuale Governo italiano rifiuta di farle attraccare nei nostri porti (per altro in compagnia di altri Paesi che pretendono di essere civili, evidenemente senza merito)? Perché il Paese più potente del mondo, governato da un miliardario sbruffone, rifiuta tassativamente ogni accordo sul controllo e la gestione dei danni che stiamo procurando all’ambiente in cui viviamo? Per i miliardi di esseri umani che vivono nelle bidonville, in Africa, in Asia, in America Latina? Perchè il nostro Governo ha appena aumentato il peso della fiscalità di circa mezzo punto percentuale tagliando al tempo stesso le spese per sanità, pubblica istruzione, servizi sociali? Perché da tutte le parti d’Europa – che se non è casa nostra è quantomeno il nostro condominio – si alzano voci egoiste, settarie, persino razziste?

“No, non stasera”, dirà qualcuno, “ai mali del mondo ci penseremo domani: stanotte è il momento della gioia, dei festeggiamenti, dei balli e dei cenoni. Bisogna pur vivere!”

Già. Peccato solo che questa dilazione, questo prendersi il proprio tempo per celebrare riti che sono parte consustanziale di quello stile di vita che è il motore produttore proprio di quei mali del mondo, è ben più che un rimandare il proprio intervento: è vera e propria complicità.

Lo è perché solo un intervento radicale sui nostri stili di vita – quelli che i Paesi benestanti hanno più volte e non ha caso dichiarati “non negoziabili” – può avere qualche efficacia sul modo in cui le risorse del mondo, quasi tutte scarse, vengono redistribuite. E una diversa redistribuzione non permetterebbe la presenza sui nostri tavoli di così tanti astici e costate, champagne e whiskey du puro malto, ostriche e vini barricati. Né permetterebbe veglioni dai costi insensati e milioni di euro spesi in spettacoli pirotecnici improvvisati.

“Vuoi forse impedirci di essere spensierati per una sera, vuoi toglierci la speranza che con la buona volontà le cose da domani possano aggiustarsi lo stesso?”, mi chiederà di nuovo quel qualcuno.

Ebbene sì, risponderò allora, vorrei impedirvelo. Lo vorrei perché la speranza è una truffa di vecchia data, fatta agire da chi ha tutto l’interesse a rimandare il cambiamento; lo vorrei perché c’è chi ha urgenza che qualcosa cambi, o pagherà con la propria vita; e infine lo vorrei perché anche voi, anche noi, ne abbiamo urgenza: non vi rendete conto che stiamo scavando sotto il terreno su cui poggiamo i piedi? Non capite che la perdita di posti di lavoro, potere d’acquisto, garanzie che stimo subendo da anni è dovuta proprio all’insostenibilità dei nostri stili di vita, e che la soluzione è una una rivoluzione nella direzione della misura, della sobrietà?

E allora, non mi resta che augurare buon nuovo anno, certo, ma non a tutti, bensì solo a chi lo abbia già festeggiato con misura e sobrietà, con il pensiero lucidamente presente a ciò che nel mondo non c’è da festeggiare e perciò già pronto, fin da stanotte, ad agire per cambiare, senza paura di pagare lui per primo un prezzo, quello che è giusto che ciascuno di noi paghi. Agli altri no, non posso augurare buon nuovo anno: non perché non lo voglia, ma solo perché è inutile. Se non hanno capito perché non c’è da festeggiare, per loro il nuovo anno non sarà lieto, bensì inevitabilmente foriero di inattese brutte notizie.

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