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Buon Anno?

E’ passato da pochissimo il momento in cui un anno si tramuta nel successivo. Stavo leggendo un libro commemorativo del centenario della fine della I Guerra Mondiale, qunado sono iniziati le deflagrazioni, stavolta di festa e non di guerra.

Ma festa per cosa? Per le due navi cariche di profughi che, mentre tanti si abbuffano, restano in alto mare ormai quasi prive di cibo perché l’attuale Governo italiano rifiuta di farle attraccare nei nostri porti (per altro in compagnia di altri Paesi che pretendono di essere civili, evidenemente senza merito)? Perché il Paese più potente del mondo, governato da un miliardario sbruffone, rifiuta tassativamente ogni accordo sul controllo e la gestione dei danni che stiamo procurando all’ambiente in cui viviamo? Per i miliardi di esseri umani che vivono nelle bidonville, in Africa, in Asia, in America Latina? Perchè il nostro Governo ha appena aumentato il peso della fiscalità di circa mezzo punto percentuale tagliando al tempo stesso le spese per sanità, pubblica istruzione, servizi sociali? Perché da tutte le parti d’Europa – che se non è casa nostra è quantomeno il nostro condominio – si alzano voci egoiste, settarie, persino razziste?

“No, non stasera”, dirà qualcuno, “ai mali del mondo ci penseremo domani: stanotte è il momento della gioia, dei festeggiamenti, dei balli e dei cenoni. Bisogna pur vivere!”

Già. Peccato solo che questa dilazione, questo prendersi il proprio tempo per celebrare riti che sono parte consustanziale di quello stile di vita che è il motore produttore proprio di quei mali del mondo, è ben più che un rimandare il proprio intervento: è vera e propria complicità.

Lo è perché solo un intervento radicale sui nostri stili di vita – quelli che i Paesi benestanti hanno più volte e non ha caso dichiarati “non negoziabili” – può avere qualche efficacia sul modo in cui le risorse del mondo, quasi tutte scarse, vengono redistribuite. E una diversa redistribuzione non permetterebbe la presenza sui nostri tavoli di così tanti astici e costate, champagne e whiskey du puro malto, ostriche e vini barricati. Né permetterebbe veglioni dai costi insensati e milioni di euro spesi in spettacoli pirotecnici improvvisati.

“Vuoi forse impedirci di essere spensierati per una sera, vuoi toglierci la speranza che con la buona volontà le cose da domani possano aggiustarsi lo stesso?”, mi chiederà di nuovo quel qualcuno.

Ebbene sì, risponderò allora, vorrei impedirvelo. Lo vorrei perché la speranza è una truffa di vecchia data, fatta agire da chi ha tutto l’interesse a rimandare il cambiamento; lo vorrei perché c’è chi ha urgenza che qualcosa cambi, o pagherà con la propria vita; e infine lo vorrei perché anche voi, anche noi, ne abbiamo urgenza: non vi rendete conto che stiamo scavando sotto il terreno su cui poggiamo i piedi? Non capite che la perdita di posti di lavoro, potere d’acquisto, garanzie che stimo subendo da anni è dovuta proprio all’insostenibilità dei nostri stili di vita, e che la soluzione è una una rivoluzione nella direzione della misura, della sobrietà?

E allora, non mi resta che augurare buon nuovo anno, certo, ma non a tutti, bensì solo a chi lo abbia già festeggiato con misura e sobrietà, con il pensiero lucidamente presente a ciò che nel mondo non c’è da festeggiare e perciò già pronto, fin da stanotte, ad agire per cambiare, senza paura di pagare lui per primo un prezzo, quello che è giusto che ciascuno di noi paghi. Agli altri no, non posso augurare buon nuovo anno: non perché non lo voglia, ma solo perché è inutile. Se non hanno capito perché non c’è da festeggiare, per loro il nuovo anno non sarà lieto, bensì inevitabilmente foriero di inattese brutte notizie.

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Una riflessione anacronistica

Due notizie di ieri ci dicono che:

  • nell’ultimo anno è aumentato del 10% il numero di coloro che sono costretti a rinunciare alle cure mediche, dato che la sanità pubblica copre sempre meno e che i costi per la salute sono troppo elevati per i redditi medio-bassi;
  • è uscita la prima Dallara “stradale”, una “barchetta” due posti da 400 cavalli e 115.000 euro (più IVA, più altri 30.000 euro per il tetto, altrimenti quando piove sta in garage); ne saranno prodotte 10 al mese, ma la produzione del primo anno (circa 120 esemplari) è già venduta.

Si dirà che l’ampliamento della “forbice” tra ricchi e poveri è noto e va avanti da tempo; tuttavia l’incrocio di queste due notizie ci mostra una cosa che si continua a voler ignorare, forse perché accecati dal fumo negli occhi della propaganda della destra, forse perché si è troppo concentrati sul proprio meschino interesse per rendersi conto di quanto sia autolesionista difenderlo: che il taglio delle tasse, da tutti richiesto a gran voce, avvantaggia solo chi è pieno di soldi e rende ancor più misera l’esistenza dei meno avvantaggiati. Perché se la Dallara “stradale” fosse gravata – che so – da un’IVA al 60% e i redditi elevati fossero, come un tempo, tassati anche al 90% (non è una boutade, una volta era così), magari si raggranellerebbero un po’ più di fondi per farmaci e visite specialistiche. Oppure si renderebbe semplicemetne meno appetibile guadagnare tanto, lasciando così più lavoro a chi oggi non ne ha.

Ah, già: ma ieri eravate tutti occupati a parlare di Ventura e Tavecchio…

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