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Siria, casa mia

 

Damascob

Stanotte i comodi potenti del mondo, con motivazioni dubbie e che fanno parte del loro sordido gioco per la spartizione di quell’area, hanno scaricato un altro flagello sulla già stremata popolazione siriana. Pare che non vi siano vittime e solo un numero limitato di feriti, ma la “pioggia di missili” (così gli organi d’informazione) è caduta a pochi passi da Damasco, metropoli da due milioni di abitanti.

Solo una decina di giorni fa ho visto al cinema un film bellissimo, Insiryated, vincitore di vari premi, che mette in scena il terrore di una famiglia di Damasco assediata dalla guerra civile. Un’opera dalla locandina-insyriatedtensione spasmodica, che toglie il respiro, semplice e brutale come solo la realtà sa essere.

In quella casa ho rivisto quella che mi ospitò per alcuni giorni quando, nel 2005, mi recai in Siria, facendo tappa da un’amica impegnata in un progetto di cooperazione a Damasco. Giorni che mi permisero di scoprire una terra arsa ma bellissima e – soprattutto – una popolazione povera ma allegra, accogliente e onesta, che viveva con gioia una situazione anche allora non facile, sia per questioni economiche, sia per ragioni politiche: neanche a quei tempi, infatti, il governo di Assad – al potere per “diritto di discendenza”, non lo dimentichiamo – era visto di buon occhio. Dopo, le cose sono peggiorate.

Un paese, la Siria, che mi colpì moltissimo (con mia sorpresa, visto che non ero attratto né dai luoghi caldi, né quel tipo di cultura) e che – per dirlo con un’espressione piuttosto abusata e che di solito evito – mi è rimasta nel cuore. La gente semplice e paziente, che viveva con dignità la condizione materiale certo non esaltante, uscendo al calar del sole per godersi il fresco portato dal vento dopo i 45 gradi del giorno e per fare allegri pic nic nelle aiuole ai margini delle strade, mi fece riflettere una volta di più su quanto noi, abitanti dei “paesi ricchi”, siamo incapaci di godere di quel che abbiamo – molto, enormemente molto di più di quanto loro non avessero.

Quel film non ha ricevuto molta attenzione in Italia: la gente (il “popolo”, i “cittadini”) al cinema vuol divertirsi, scordare la sofferenza, non guardarla negli occhi, soprattutto se si tratta di una sofferenza reale e non di una finzione romanzesca. D’altronde, è proprio la Siria, a dispetto del dramma che vive da anni,Damasco 2b a non ricevere attenzione in Italia, se non per le lamentele di chi ritiene che i suoi abitanti giunti da noi nel corso della loro fuga non siano veri profughi e, comunque, non debbano ricevere accoglienza nel nostro paese. Come possano fare a rimanere dove sono, tra l’incudine di Assad, il martello dell’Isis e le ciniche strategie dei paesi esteri interessati solo al controllo di un’area povera, sì, ma centrale per le dinamiche politiche del ricco medioriente, a nessuno interessa.

Qualcuno dei lettori sa infatti cosa dicessero della Siria i programmi dei partiti (e dei “movimenti”) presentati in vista delle elezioni del 4 marzo scorso? A mia conoscenza, niente. E quante volte il tema è tornato nei discorsi della (peraltro terribile) campagna elettorale? Mai, credo.

Qualcuno potrà ribattere domandando perché mai un partito italiano debba porre all’ordine del giorno un tema che riguarda terre lontane. Suq Damasco 2bRimando quel qualcuno al mio post precedente, aggiungendo anche che in ballo non c’è solo la vita e la morte di esseri umani con i medesimi diritti di noialtri, in primo luogo quello di vivere pacificamente e democraticamente là dove sono nati, ma anche la nostra vita quotidiana, perché i siriani in fuga dal macello, arrivati da noi, hanno in secondo luogo il diritto di essere accolti in quanto in stato di pericolo e di indigenza, ci piaccia o non ci piaccia. E, personalmente, posso capire che oltre un certo limite la cosa non piaccia, ma proprio per questo il problema richiede di essere messo all’ordine del giorno, cosa che né “la vecchia politica”, né quella “del cambiamento” hanno fatto.

Oggi ho sentito che sia questa, sia quella si sono affrettate a rigettare ogni connivenza con l’intervento americano (diciamocelo, gli altri alleati sono solo dei lacché); ma questo non solo non basta, anzi è perfino meschino, perché interessato solo a proteggersi da eventuali ritorsioni (sai tu cosa passa per la testa degli integralisti musulmani) e del tutto privo di un progetto di politica estera che faccia fronte a un problema immane.

Ma “progetto politico” è ancora un’espressione dotata di senso nell’era della “post ideologia”, dei “consumatori”, Ristorante Damasco 2dei “cittadini” (di un paese o del mondo?), della fine della politica sostituita dalla “gestione onesta”? Chissà. Proviamo ad aprire un dibattito. Nel frattempo, in Siria, a migliaia continuano a morire. Chissà con quanti di coloro che sono scomparsi in questa mattanza infinita, tredici anni fa, ho scambiato informazioni, riso per l’impossibilità di comprendersi, condiviso passaggi sui taxi collettivi, mangiato assieme nei loro poveri e pur coloratissimi ristoranti.

Soffro con te, mia povera Siria.

 

 

Damasco Nightb

Damasco, la notte dal colle di Qasioun

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Non è una guerra, ma praticando l’idiozia riusciremo a renderla tale

Non è facile stabilire in modo chiaro quando uno spargimento di sangue sia una guerra, perché manca una definizione precisa e condivisa del termine. Tuttavia, checchè ne dicano tanti, quello che stiamo vivendo in questi giorni non mi pare proprio sia una guerra, così come non lo erano gli eventi dell’11 settembre, delle stazioni spagnole in fiamme, della strage di Utøya, dell’attentato a Charlie Hebdo.

Qualcuno si stupirà che abbia messo nella lista l’eccidio norvegese: non fu infatti opera di un folle solitario? Che c’entra dunque con gli altri, prodotti da cellule terroriste facenti capo a fanatici religiosi? Ebbene, io tutta questa differenza non la vedo.

Tutti gli eventi sono infatti terroristici, tutti sono ispirati ideologicamente (Breivik era per l’appunto anti-islamico), tutti sono opera di figure almeno relativamente isolate e, in diversi casi, assimilabili o al disagio mentale, o alla criminalità comune “rigenerata” in criminalità a sfondo politico. E – cosa più importante – tutti sono stati eseguiti con armi reperibili da chiunque, anzi, spesso autocostruite con mezzi di fortuna.

Ecco, ha senso chiamare “guerra” una serie di attentati condotti da tre-quattro persone per volta, la metà dei quali disadattati o pregiudicati per rapina, realizzati con lattine di coca cola piene di fertilizzante? Nel caso norvegese, infatti, nessuno o quasi ha speso il termine “guerra”. Perché allora usarlo negli altri?

I motivi, come sempre, ci sono; solo che non hanno alcuna oggettività: trasformano la realtà in qualcosa di diverso per spinte “irrazionali”, anzi direi insensate.

Il primo deriva dal peso emotivo di questi eventi – peraltro, diciamocelo, del tutto “normali”: l’uomo ha mai conosciuto epoche nelle quali non vi fossero eventi luttuosi provocati ad arte? Un peso esageratamente, intenzionalmente e irresponsabilmente amplificato dai media, che hanno necessità di “notizie emotive” per catturare l’attenzione del pubblico e che, trovatele, vi rimestano a non finire facendole diventare delle pubbliche ossessioni. E, si sa, un’ossessione impedisce il ragionamento lucido e complesso, richiede risposte semplici e drastiche, come la teoria del complotto, la credenza in Burattinai e Grandi Vecchi, la costruzione del Nemico. Bianco e Nero, senza sfumature di grigio che ci dicano come veramente sono andate le cose, quale peso reale abbiano e quali siano anche le nostre responsabilità negli eventi – che ci sono, signori, ci sono a profusione.

Del secondo è responsabile la nostra cialtronesca (sotto)cultura di massa individualista, che riconduce alla percezione sensibile ogni fenomeno: se sul bus qualcuno mi pesta un piede, o lui o l’autista (meglio tutti e due) vanno puniti per la disattenzione, senza cercare di capire il perché della frenata, magari dovuta all’improvvisa caduta di un bambino dal marciapiede o, peggio, dalla mia stessa macchina lasciata in doppia fila dietro una curva.

Il terzo motivo è puramente economico: la guerra, lo sanno anche i sassi, è sempre stata il miglior rimedio per le crisi economiche, perché aumenta esponenzialmente la produzione – di armi, di vettovaglie, di farmaci, di materiali edili per la ricostruzione. Il P.I.L si nutre anche di terremoti, disgrazie e distruzioni, mentre non si nutre di felicità. Bob Kennedy lo diceva cinquant’anni fa: allora lo hanno ucciso, oggi lo ignorano.

E allora ecco che si spiega che si parli di “guerra” là dove ci sono solo alcuni disadattati (e, mi raccomando, non riflettiamo sulle ragioni sociali e geopolitiche del disadattamento…) “ispirati” da pochi personaggi – i vertici dell’IS, che è un’organizzazione criminale e non uno stato – i quali, più che fanatici, sono assetati di potere. E chi parla di “guerra”? Una massa emotivamente eterodiretta, messa nell’incapacità di far funzionare il proprio – in quasi tutti casi eccellente – cervello, e un manipolo di personaggi non diversi da quelli che “ispirano” i terroristi “lattina&fertilizzante”, perché come loro talebanicamente intolleranti, insensibili alla vita e ai diritti di chi non sia “loro”, assetati di potere: gli opinion maker, i leader dei partiti politici populo-razzisti, i detentori del potere economico.

Se non inizieremo a impegnarci per invertire questa tendenza, il futuro sarà molto, molto tetro. Perché questa non è una guerra, ma proseguendo su questa strada riusciremo benissimo a farla diventare tale. I bombardieri sono già in azione e colpiscono soprattutto innocenti già sofferenti: domani saranno al fianco dei loro tiranni per difendersi da noi.