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Migranti, bulli e sepolcri imbiancati

Sta andando in scena sui media nazionali l’ennesima puntata del serial Non sbarcheranno!, starring Matteo Salvini, co-starring i rappresentanti delle opposizioni, guest una capitana tedesca, comparse (non retribuite) un gruppo di disgraziati in fuga dalla miseria più nera. E il pubblico italiano, di tutti gli schieramenti, pare appassionarsi moltissimo alla vicenda, tifando ora per la star cattiva, ora per l’ospite buona, parlando ora di clandestini e potenziali delinquenti in vacanza, ora di esseri sofferenti in balia del caldo e delle onde, a seconda degli schieramenti politici.

Nel frattempo a poche centinaia di metri altri profughi sbarcano tranquillamente, come testimonia il sindaco di Pantelleria, e – soprattutto – in Africa e Asia ci sono ben più di quei quarantasei migranti naufraghi (46, ci tengo a sottolinearlo a uso di entrambi gli schieramenti): ci sono milioni di persone che o stanno migrando lontano dai nostri occhi e dalle telecamere, o sono sul punto di farlo. Milioni, anzi, forse miliardi, visto che Africa e Asia assieme contano sei miliardi di abitanti e non sono pochi quelli che vedono nell’Europa un’opportunità di sostanziale miglioramento delle loro prospettive di vita.

Ebbene: di queli milioni – se non miliardi – di persone nessuno parla, tutti presi dai quarantasei presenti sulla Sea Watch dell’eroica capitana Carola. Quarantasei, vorrei sottolineare, che comunque adesso nessuno tortura, che ricevono almeno un minimo ragionevole di viveri e assistenza, che se dovessero star male verrebbero subito sbarcati. Mentre gli altri miliardi non hanno – e forse non avranno mai – niente di tutto ciò.

E allora non posso che concluderne che la strategia di entrambi gli schieramenti politici è andata a buon fine: sviare l’attenzione dal problema, portando il popolo al Colosseo e facendolo appassionare alla contesa. In questo modo né gli uni, né gli altri verranno messi in mora per la loro conclamata incapacità non già di risolvere, ma perfino di affrontare il problema, perché tutti sono impegnati a fare il tifo per gli uni contro gli altri (e viceversa) in un gioco che, per quanto drammatico, è appena un’ombra del dramma reale.

Uscendo di metafora, tutta l’Italia (e non solo lei) si sta occupando ormai da anni non del problema migratorio, bensì solo dell’emergenza che esso produce localmente: l’accoglienza di chi, migrando, è riuscito nella non facile impresa di arrivare fino alle porte di un paese “benestante” (uso il termine in modo generico, per indicare un paese dove è almeno possibile “star bene”). Ma non è pensabile – non è utile, non è proficuo, non è sensato, non è intelligente – occuparsi per anni dell’emergenza senza contemporaneamente occuparsi in modo ancor più intenso di ciò che la produce; anzi, farlo è necessariamente letale, perché se si lasciano agire liberamente le cause, quelle alla fine avranno il sopravvento. L’emergenza va certo in qualche modo tamponata – e qui potrà ben esserci una diatriba tra chi vuol accogliere senza riserve e chi invece vuol respingere quanto possibile, sulla quale non ho certo dubbi riguardo come schierarmi – ma ogni azione di tamponamento alla lunga sarà vana se non si trova una qualche soluzione per ciò che produce l’emergenza.

Arriviamo così al problema, immenso, che tutti noi abbiamo di fronte – non solo noi europei, perché riguarda anche altri continenti, come sappiamo dai respingimenti dell’Australia e dai morti nel Rio Grande tra Messico e USA.

Un processo migratorio non solo di proporzioni mai viste in precedenza, ma anche e soprattutto con tempi di trasferimento incomparabilmente più rapidi di quelli del passato; un fenomeno che, viste le dimensioni (miliardi di persone, come dicevo, e non – come si sostiene guardando solo a quando finora avvenuto – poche centinaia di migliaia), è di fatto insostenibile sia per chi migra, sia per chi accoglie i migranti; un dramma epocale che pressoché tutte le parti politiche assumono come una sorta di “dato di natura”, qualcosa di indipendente dalla politica e dall’organizzazione umana e perciò non modificabile, del quale di conseguenza ci si limita gli uni a volerlo fermare con muri ai confini, gli altri ad assecondarlo come inevitabile e inarrestabile.

Solo che il fenomeno migratorio non è un “dato naturale”: fa parte del mondo umano, è condizionato dalla struttura organizzativa che gli uomini si sono dati ed è perciò modificabile mutando queste ultime. E quelle strutture organizzative, volendo tagliare qui per semplicità le cose con l’accetta, hanno un nome preciso: neoliberismo, l’ideologia che si nasconde dietro la declamata “morte delle idiologie”, il pensiero unico al quale, come diceva trentacinque anni fa Margareth Tatcher, “non c’è alcuna alternativa”.

Sono le strutture organizzative del neoliberismo, discendente postmoderno del colonialismo e dell’imperialismo, che spingono alla crescita infinita i paesi già cresciuti anche troppo, rendendo impossibile la crescita di quelli poveri: perché ne continuano a depredare le preziose risorse naturali, impongono loro governi totalitari, ne danneggiano l’ambiente, alzano i costi delle materie prime rendendole loro inaccessibili. Stante l’accresciuta capacità di movimento, con queste strutture organizzative e con le conseguenti diseguaglianze negli stili di vita l’ondata migratoria è ovvia e inevitabile. E non basteranno i muri a fermarla: in breve tempo diverrà così forte che li abbatterà. Né avrà senso l’accoglienza: se aprissimo le frontiere a chiunque, come suggerirebbe l’astratto umanitarismo cui io stesso sarei propenso ad aderire, in breve tempo l’Europa intera sarebbe stipata. Lo capirebbe un bambino, ed è per quello che l’Europa sta andando a destra: perché la sinistra propone “principati che non esistono”, mentre la destra propone la guerra, che è sgradevole e da evitare, ma anche ahinoi possibilissima.

E allora la via per la ricerca di una risposta al problema migratorio è una sola ed è chiarissima: cercare alternative al neoliberismo, che cambino i rapporti di forza tra le parti del mondo e diminuiscano le differenze tra gli stili di vita. Che questo non lo cerchi la destra, preferendo aggrapparsi alla propaganda da somministrare al Colosseo delle Sea Watches, è comprensibile; che invece non lo cerchi la sinistra no, non lo si capisce proprio. L’unica spiegazione possibile è che anch’essa abbia ormai fatto proprio il motto tatcheriano: al neoliberismo non c’è alcuna alternativa.

Ma allora, riconosciamolo, non è più “sinistra”.

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Bagnai e i no-euro, i furbetti dell’Italietta

Parlando su Rai 3 il senatore Alberto Bagnai, economista grande critico dell’Euro e ispiratore delle politiche leghiste, ha affermato che

In questo momento c’è evidentemente bisogno di creare un incidente che tenga l’Italia sotto un sostanziale potere di ricatto: ti faccio la procedura se tu non accetti una serie di cose.

e ha definito l’ipotesi di procedura d’infrazione dell’Ue un

atteggiamento ricattatorio, mafioso

Come tutti sanno, la situazione è questa: l’Italia fa parte di un organismo sovranazionale con il quale ha liberamente concordato una serie di norme in materia finanziaria e di bilancio, norme che ha perfino inserito nella Costituzione; oggi l’Italia queste norme che lei stessa ha accettato non le rispetta e, del tutto correttamente, l’Europa minaccia di farle una multa: dove stanno la ricerca dell’incidente, il ricatto, l’atteggiamento mafioso?

Non sono un difensore di quella che alcuni chiamano assai scioccamente “Europa delle banche” e penso che ci sia molto, moltissimo da cambiare nel modo in cui è organizzata. Ma in questo tipo di prese di posizione non vedo alcuno spirito di cambiamento o di opposizione a un sistema: vedo solo la ricerca di un facile consenso, basata sulla condivisione (non so se autentica o strumentale) di un’antica e deteriore cultura nazionale: quella dei “furbetti”.

Con le sue affermazioni, infatti, Bagnai riutilizza per l’ennesima volta l’eterno argomento dell’italiano-medio colto in fallo: minacciato di multa per aver lasciato l’auto sul marciapiede, non è lui in difetto, bensì il vigile, che – lungi dal svolgere il proprio mestiere e far rispettare le regole – è un nazista frustrato che abusa (sic!) del suo potere; beccato a non pagare le tasse e richiesto di sanare la sua mancanza con un aggravio di mora, non si vergogna della propria azione, bensì attacca l’Ufficio delle Imposte come se fosse un’associazione a delinquere; ripreso da una telecamera mentre è al mare invece che al lavoro, ma con il cartellino timbrato da un collega, si ribella contro le forze dell’ordine che si sono permesse di “spiarlo”. E si potrebbe continuare.

Questa cultura nazionale è basata sullo scarso senso civico del nostro Paese ed è una delle principali ragioni del nostro elevato debito pubblico, della nostra scarsa produttività, del pessimo funzionamento dei nostri servizi pubblici. Non siamo mai riusciti a liberarci di quel “familismo amorale”, studiato negli anni Cinquanta, che impedisce la cooperazione e lo sviluppo prima civile e poi materiale delle comunità. Anzi, con il tempo quel difetto ha fatto un salto di qualità e si è esteso dalle piccole comunità del meridione a tutti gli agglomerati di cittadini dell’intera Nazione – cosa che spiega perché, come riportano le statistiche, l’80% degli italiani non si fidi neppure dei propri connazionali.

Ed è per questo che affermazioni come quella di Bagnai – e quindi le politiche della Lega – incontrano l’attenzione e ricevono il plauso di così tanti cittadini italiani: perché fanno leva proprio sulla loro stessa maleducazione civica. Quella che non permette di capire che se tutte le auto fossero in divieto di sosta non si circolerebbe più, se nessuno pagasse le tasse non avremmo più né strade, né scuole, né ospedali. E non permette di capire che oggi – in un momento storico in cui potenze “opache” e potenzialmente assai pericolose come Cina, Russia e Stati Uniti lottano per una spartizione del mondo – proprio l’Europa è la nostra unica possibilità per costruire una società di pace e di diritti. Ma a noi, tutti presi dal non rispettare i nostri doveri, la pace e i diritti di domani sembrano non interessare.

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Ecologia e politica: è urgente attivarsi, ma anche pensare alternative

La mobilitazione giovanile che si sta svolgendo oggi per sensibilizzare sul problema ambientale non può che essere salutata con interesse e speranza: l’ecologia è ormai da oltre trent’anni un fattore essenziale con il quale deve fare i conti qualsiasi prospettiva politica e – ciononostante o, forse, proprio per questo – viene trascurata, minimizzata, spesso perfino nascosta nel dibattito pubblico e nei programmi delle forze politiche. E tuttavia lasciano perplessi le forme attraverso le quali questa mobilitazione è nata e le prospettive che essa lascia intendere.

Cominciamo da una premessa: il cambiamento climatico, al centro dell’allarme portato in piazza oggi, per quanto minaccioso sia, è solo uno degli aspetti della crisi ecologica e, probabilmente, anche uno dei meno “certi”: la sperequata distribuzione delle risorse tra i paesi del mondo, l’impossibilità di renderla equa portando tutti i cittadini del mondo al livello alto di fruizione, la ridotta disponibilità di risorse essenziali (e non mi riferisco alle energie non rinnovabili, bensì a materie prime oggi indispensabili come l’allumino, il rame, i metalli rari necessari per gli onnipresenti apparecchi elettronici, ecc.) sono aspetti della crisi ambientale assai meno contestabili del futuro innalzamento delle temperature. Aspetti, peraltro, tra loro connessi, non parlare dei quali fa sì che ogni appello e ogni mobilitazione finiscano per essere superficiali e sterili.

Aggiungiamo un’altra considerazione preliminare: il problema della crisi ecologica non ha, finora, quasi mai attratto l’attenzione di un significativo numero di cittadini-elettori (e, perciò, neppure dei politici deputati a rappresentarli) proprio perché ogni serio intervento non potrebbe che comportare una radicale ridiscussione sia dei rapporti di forza internazionali, sia degli stili di vita dei paesi più forti – e noi siamo, di fatto, parte dei paesi forti. Da un lato ha dunque ragione chi vede nei messaggi lanciati dalla giovanissima icona del movimento giovanile, Greta Thunberg, molta ingenuità e qualche imprecisione (si legga per esempio questo articolo de “Il Post”); dall’altro, però, per superare questo problema sarebbe necessario mettere a punto analisi della crisi ambientale più ampie, mostrando l’ineludibilità di determinate scelte politiche e le loro inevitabili conseguenze sulla nostra vita quotidiana.

In particolare, sarebbe necessario sottoporre a una seria critica l’onnipresente concetto di crescita, questo totem al quale nessuno sembra voler e poter rinunciare, che – come capirebbe un bambino – è il principale fattore determinante la crisi ambientale: la terra è una sfera di superficie finita – scriveva venticinque anni fa Vittorio Hösle nel suo Filosofia della crisi ecologica – e pertanto anche la crescita di ciò che vi accade deve avere un limite. Del resto, potremmo aggiungere, poiché l’unica cosa che cresce senza limite in natura è il tumore, si può ben dire che un modello di sviluppo come quello che è stato universalmente adottato e che ha per obiettiva la crescita senza limiti è un vero e proprio cancro del pianeta.

In astratto potrebbero forse essere in molti a convenire con quanto appena scritto, specie tra coloro che in questi giorni manifestano per il clima con splendidi slogan come “noi non difendiamo la natura, siamo la natura che si difende”. Ma quanti continuerebbero a esserlo una volta messe in chiaro le conseguenze? Per fare un esempio: la settimana scorsa un quotidiano (“Il Foglio”) lamentava che l’Italia fosse al sest’ultimo posto nella classifica della crescita economica, a pari merito con lo Zimbabwe; ebbene, in una strategia di contenimento della crisi ecologica la cosa grave di quel dato è che lo Zimbabwe non cresca sedici volte più dell’Italia, visto che il suo reddito pro-capite è meno di un sedicesimo del nostro, e non viceversa; noi, per dare allo Zimbabwe e ai centosessantacinque paesi meno ricchi del nostro lo “spazio ecologico” per crescere, dovremmo addirittura invertire la tendenza e ridurre le produzioni, i consumi, gli spostamenti nostri e delle nostre merci.

Ma chi è disposto a farlo, oggi? Lo sono quei giovani che manifestano? E sono consapevoli dei cambiamenti che questo necessita e comporta? Cose non da poco, come il crollo del sistema economico universalmente dominante, il capitalismo liberista, e la sua sostituzione con qualcosa ancora tutto da inventare; la ricostruzione delle forme di convivenza civile, oggi basate sulla struttura del lavoro funzionale allo scambio mercantile; la creazione di nuovi sistemi di protezione sociale, fin qui finanziati dal prelievo fiscale sul surplus produttivo e dal sistema finanziario-speculativo, destinato a collassare con la fine della crescita; l’invenzione di un nuovo (e forse anche migliore, ma fin qui ignoto) modo di vivere il proprio tempo di vita, non più primariamente condizionato dal lavorare per procurarsi soldi da spendere.

Qualcuno dirà che quelle appena scritte sono parole vuote, vaneggiamenti, “filosofia”; in parte è vero, non lo nego, né potevano essere altro, perché la filosofia è scienza delle domande senza risposta e sulla crisi ecologica noi – tutti, cittadini ed esperti, in piazza o nelle proprie stanze, favorevoli o contrari ad affrontarla – risposte non ne abbiamo: perciò dobbiamo in primo luogo interrogarci, immaginare, progettare quelle che un tempo erano definite “utopie concrete”, e solo dopo (o durante) provare a sperimentare. Quel che manca oggi – certo nella politica praticata, ma mi pare anche in chi è in piazza a manifestare – è proprio quella riflessione ampia e consapevolmente astratta sul tema, che è propria della filosofia. Senza la quale scendere in piazza rischia di diventare solo un’azione autoconsolatoria, se non un divertente passatempo.

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