Archivio mensile:dicembre 2016

La sinistra e il problema del “capo”

Piuttosto per perdere tempo con i commenti sul risultato del referendum, preferisco guardare avanti fin da subito e ripartire da una riflessione fatta altrove – in modo necessariamente troppo frettoloso – a partire dalla morte di Fidel Castro e dai riti che essa ha innescato.

Personalmente sono sempre stato indifferente nei confronti sia di Castro, sia di Cuba: non amo le rivoluzioni (alle quali seguono puntualmente le controrivoluzioni), non mi piacciono i rivoluzionari (fatalmente troppo istrionici e narcisisti), soprattutto mi tengo lontano dall’influenza delle “figure carismatiche”, che con il loro fascino distraggono dall’osservazione attenta delle cose a loro collegate. Di conseguenza, non ho alcun interesse a parlare né di Castro – al quale riconosco molte colpe ma anche il merito di essere un “duce” assai diverso dai tanti che hanno popolato la storia latinoamericana – né di Cuba – che, per quanto poco la conosco, è senz’altro un paese privo di alcune libertà fondamentali, ma che permette di godere di alcuni diritti che ormai mancano anche in Italia, quale un’assistenza sanitaria gratuita ed efficiente.

Torno invece a osservare con forte criticità il culto della personalità che sta alla base delle “nostalgie” seguite alla scomparsa del lider maximo. Capisco che a Cuba si facciano funerali con folle oceaniche, era uno “di famiglia”, ma non che questo accada da noi, né che si parli di “fine di un’epoca” o ci si interroghi su cosa succederà adesso. I singoli hanno senza dubbio i loro meriti nel far accadere gli eventi, ma se si identificano con gli eventi c’è qualcosa che non va, qualcosa che mostra come si sia ancora lontani da quello stato di autonomia e protagonismo popolare che dovrebbe essere uno degli stigmi della sinistra.

La figura del leader – che d’ora in avanti nominerò nella sua traduzione italiana, che è “capo” – è arcaica e rimanda a consessi sociali familistici, bellicosi, privi di cultura, nei quali dominavano paura e sottomissioneimpotenzacieco affidamento. Ancora di più, quella figura rimanda alla nostra comune infanzia, quando – giustamente, essendo privi di conoscenze, esperienze, maturità, rapporti sociali – abbiamo tutti temuto la realtà e ci siamo rifugiati nelle braccia di chi era più grande di noi, i nostri genitori. E’ per questo che la maturità di una società e di un popolo si misura anche nella sua indipendenza dalla figura del capo e che una corrente politica che abbia di mira questa maturità, qual è la sinistra, deve liberarsi da questa figura.

Intendiamoci, non sto dicendo che non servano figure che si prendano la responsabilità di dirigere e, talvolta, anche di scegliere autonomamente: funzionalmente tali figure sono per me indispensabili. Quel che voglio dire è che una tale figura deve avere tra le sue (molte) qualità anche quella della invisibilità: deve essere un uomo che sa svolgere bene le proprie funzioni, non un insostituibile; deve essere un sintetizzatore delle idee di tutti, non un creatore; deve saper lavorare bene, ma sempre nell’ombra. Altrimenti, per quanto possa lavorare bene, farà danni: inibirà le forze ideative della moltitudine – che di tali forze ne ha incomparabilmente più di lui – e schiaccerà, volente o nolente, volontà e desideri di gran parte di essa, azzerando la partecipazione, che è l’essenza della democrazia.

Ora, quando tuttociò avvenga per ben precise e intenzionali ragioni – perché si vuol davvero schiacciare la moltitudine, come avviene in certi totalitarismi (per esempio in America Latina), o perché si vuol usare le moltitudini ai propri scopi, come avvenuto nei grandi totalitarismi del Novecento – per quanto si possa giudicarlo negativamente, può aver senso; ma quando invece avvenga “per il bene” di quelle stesse moltitudini che si inibiscono e schiacciano, allora si cade in una piena contraddizione: come i pessimi genitori che continuano a decidere cosa sia buono per i propri figli anche quando questi dovrebbero farlo da soli, magari pagando il prezzo dei loro errori e imparando da essi, i capi si ergono ben al di sopra del loro ruolo funzionario e si fanno elite demiurgica. E con ciò si spostano dall’altra parte – a destra – ne siano o meno consapevoli.

Questa considerazione partiva da Castro, ma come ho detto non mi interessa Fidel, che ho preso solo come esempio di un fenomeno generale. Mi interessa di più proiettare la riflessione sul nostro immediato futuro. Abbiamo infatti appena “perso” un capo e visto cadere una riforma che mirava a instaurare un sistema istituzionale incentrato sul capo: ebbene, chiunque sia di sinistra non può che gioirne e chi non si senta di gioirne ha di che interrogarsi sulla sua reale posizione politica. E chi sia di sinistra ha a questo punto il dovere di star bene attento per evitare che ciò si ripeta: la sinistra ha senz’altro bisogno di qualcuno che la diriga e che abbia le capacità per farlo bene, ma esso deve essere solo il suo portavoce e il rappresentante di quei contenuti politici che gli elettori di sinistra avranno messo a punto e continueranno a rielaborare, cooperativamente e assieme ai loro rappresentanti istituzionali – i parlamentari. Un capo che voglia decidere di testa sua, che non sia disposto ad ascoltare e a mediare, che sia sempre sulla breccia dei media e usi il suo carisma personale per catturare l’attenzione, non è e non può essere di sinistra, perché ne viola alcuni dei valori fondamentali: l’autonomia, la libertà di pensiero e la possibilità di essere protagonisti di tutti i cittadini.

Da qui dobbiamo ripartire, se vogliamo che una sinistra ci sia e che torni a votare quel 35% di elettori che non frequenta più le urne da quando si può votare solo un capo e non un progetto politico. Da quando, cioé, la sinistra non c’è più.

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Perché No (senza volere la caduta del Governo)

Eccoci dunque arrivati al giorno del voto, dopo una campagna referendaria assurda, forse ancora più assurda di quanto non sia ormai, purtroppo, normale. Una campagna nella quale solo una esigua parte di chi era schierato per il No ha informato e discusso sul merito, mentre tutti gli altri – del Sì e del No – hanno solo insistito su questioni legate ai rispettivi schieramenti: da una parte tutti contro Renzi, dall’altra tutti a suo favore e contro figuri certo loschi, ma ormai sepolti. Della Riforma, poco o nulla.

Lo avevo già detto, ma voglio ribadirlo in modo chiaro: non sono per il No perché voglia la caduta del Governo, ma per ragioni che stanno nel testo costituzionale modificato. Personalmente, in caso di vittoria del No auspico che Renzi rimanga. Chi mi segue sa che lo ritengo un avversario politico e un pericolo; tuttavia è oggi disgraziatamente il male minore: di lui è chiaro quali danni possa provocare, mentre di altri (il M5S, la Lega) non è neppure chiaro questo (l’uscita dall’Euro, per esempio, sarebbe un insensato e dannosissimo anacronismo). Quindi, che Renzi rimanga dov’è almeno finché qualcuno meno dannoso di lui non possa prenderne il posto.

Ma affinché i danni prodotti da lui o da altri non siano troppo gravi, affinché la politica non si trasformi definitivamente in una grossolana competizione basata sul marketing nella quale chi “vince” fa poi quel che gli pare senza contrappesi e senza dibattito pubblico, affinché in questo Paese la Democrazia non perda terreno, è necessario che la Riforma in discussione venga bocciata.

Ho cercato di spiegarne le ragioni “ideali” nel mio precedente intervento. Adesso vorrei aggiungere alcuni dettagli più “concreti”.

  1. si dice che la riforma “semplifichi”  la vita parlamentare e renda più “veloce” la promulgazione delle leggi. Non è esattamente vero (i rapporti con le Regioni divengono ancor più ambigui, le leggi erano varate spesso in tempi brevi anche prima e le lentezze dipendono dalla burocrazia amministrativa non da quella parlamentare), ma soprattutto è inaccettabile che possa avvenire al costo della rappresentanza: un Senato eletto che torna a vagliare e discutere le leggi già discusse alla Camera è un valore e una garanzia, non uno spreco. Se poi i ruoli dei due rami del Parlamento debbano essere rivisti può essere materia di discussione; che uno dei due venga trasformato in un fantoccio di nomina politica, no.
  2. Si dice che la riforma riduca “i costi della politica”: è falso, la riforma riduce proprio la politica, perché diminuisce i rappresentanti dei cittadini e taglia la discussione sul merito delle leggi. Per ridurre i costi della politica non serviva una riforma costituzionale, bastava una legge che riducesse in modo congruo lo stipendio dei Deputati, chiedesse rigorosamente conto delle loro spese prima di liquidarle e tagliasse via l’enormità di privilegi di cui godono (vedi lo scandalo buvette). Ma di quello né si parla, né mai si parlerà.
  3. Si dice che la nuova Costituzione garantisca la governabilità (lo si diceva anche all’epoca del referendum sul maggioritario, ma evidentemente ci si sbagliava): non so se sia vero o no, dico solo che non è questo il modo per ottenerla, perché non è accettabile farlo aumentando il potere nelle mani del Governo e togliendo controllo al Parlamento. Qui, proprio qui, si nasconde il deficit democratico della riforma, e il fatto che il suo maggior sostenitore dica di non essere disposto a governare ancora se la modifica non passa ne è dimostrazione: teme di essere costretto ad ascoltare, discutere, tessere politiche condivise, costruire mediazioni, mentre il suo desiderio (lo sappiamo dall’esperienza) sarebbe quello di governare ad libitum, in regale autonomia.
  4. Si dice che la riforma consenta una maggiore “efficienza”; si omette però di dire rispetto a quale fine (non c’è un’efficienza “in sé”). Tenendo conto della cultura dominante e conoscendo l’immaginario di riferimento di chi sostiene le modifiche, si capisce che il riferimento è a un “fare” qualsivoglia, che affermi il valore (in realtà astratto) del “non restare fermi”, anzi dell'”essere veloci”, perché questo e solo questo permetterebbe di essere al passo coi tempi e di “competitivi” con il mondo moderno. Come ho scritto altre volte su questa rubrica, si tratta di una cultura superficiale e deteriore, strettamente intessuta con l’individualismo proprietario, che è il cancro dell’epoca in cui viviamo. Se la riforma è efficacie rispetto a tuttociò, allora questa è un’altra ragione per respingerla.
  5. La nuova Costituzione assegna la soluzione dei contenziosi tra Potere Centrale ed Enti Locali al Governo, che può dichiarare il tema “di interesse nazionale” ed avocarlo interamente a sé. Si tratta di una completa espropriazione dei diritti delle comunità locali, senza neppure spazi di discussione e/o contrattazione (e taciamo del fatto che ciò non valga per le Regioni a Statuto Speciale, cioé quelle che già oggi godono di una decisionalità superiore rispetto alle altre…).
  6. La riforma è, infine, scritta malissimo, con ogni probabilità perché fatta in fretta. Ed è scritta male, si badi, proprio dal punto di vista grammaticale e logico, ancor prima che da quello giuridico. Ma scrivere male dal punto di vista logico e grammaticale apre spettacolari e pericolosissime incoerenze, che in prospettiva provocheranno conseguenze assai gravi, sia in termini di inadeguatezza costituzionale, sia in quelli di paralisi decisionale.

Ovviamente potrei dire di più, anzi ho sicuramente dimenticato alcune considerazioni critiche importanti. Ma c’è chi meglio di me ha analizzato il testo riformato e mostrato i suoi enormi difetti, per cui ho solo il compito di segnalare alcune fonti di questo genere, come il libro di Luca Benci, In otto punti le ragioni del No al Referendum Costituzionale, oppure il più neutrale confronto tra il nuovo e il vecchio testo della Costituzione, leggendo attentamente il quale saltano agli occhi le incoerenze, la pessima redazione e anche alcune terrificanti “sorprese”: perché, per esempio, nessun membro del Parlamento rappresenta più “la Nazione”, come avveniva prima (art. 67)?

Non mi resta che augurarvi buona meditazione, sperando di svegliarsi lunedì in un Paese che non abbia perso ancora altri pezzi delle garanzie democratiche.

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