Archivio mensile:dicembre 2015

Considerazioni inattuali sulla genitorialità omosessuale

Vorrei chiudere un anno piuttosto triste per la riflessione politica e sociale con alcune osservazioni su un tema piuttosto dibattuto e sul quale anche le istituzioni si apprestano a darsi delle regole. E’ probabile che non tutti apprezzino quanto dirò. Ben vengano le osservazioni critiche, a patto che non siano solo anatemi o mere dichiarazioni di diversa opinione prive di ragioni a sostegno: di partiti contrapposti ce ne sono anche troppi, è l’ora che il conflitto si spinga fino alla comprensione delle strutture che sostengono le opinioni.

Diversamente da molti cattolici conservatori, ritengo che chiunque sia sentimentalmente legato a un’altra persona e voglia condividere con lei la propria vita abbia il diritto di vedere riconosciuta la propria unione dalle istituzioni dello stato in cui vive, con pari dignità e diritti di cittadinanza, a prescindere dalla nazionalità, dalla razza, dal ceto e anche dal sesso dei membri della coppia.

Sempre diversamente da molti cattolici conservatori, ma anche da alcuni psicologi senza cognizioni critico-epistemologiche, non ritengo per niente necessario che “ogni figlio debba avere un padre e una madre”: sono cioé certo che un bambino possa crescere con le cure solo di una madre, o solo di un padre, o anche solo di uno zio o di un gruppo di affezionati assistenti non congiunti, in assenza di padre e madre. La riuscita o meno dipende da condizioni socioculturali che oggi rendono forse un po’ più difficile la crescita “extrafamiliare”, come sempre avviene nei cambiamenti della cultura umana, ma certo non impossibile.

Tuttavia, diversamente da molti sedicenti progressisti, non ritengo neppure che la genitorialità sia un diritto universale di cui dovrebbe godere qualunque coppia sentimentalmente legata, anzi, mi appare molto chiaro come in alcuni casi una tale pretesa sia del tutto priva di senso. Tra quei casi ci sono appunto quelli delle coppie omosessuali.

Con qualche inevitabile semplificazione assertiva, cercherò di spiegare perché.

La ragione concreta per cui nel mondo umano esistono le coppie è che esse generano figli e che questi, diversamente dalla maggior parte dei “cuccioli” di altri esseri viventi, impiegano un tempo lunghissimo per diventare autonomi: ciò ha reso necessaria una “stabilizzazione” della coppia, “stabilizzazione” che, nel corso dei millenni di cultura umana, ha prodotto fenomeni spirituali quali il sentimento e l’amore di coppia. Senza la lunga gestazione dei figli, un legame stabile di coppia forse non sarebbe neppure mai nato, o comunque non sarebbe oggi egemone, perché si basa su un progetto esistenziale comune – crescere i propri figli – terminato il quale almeno fino a non molto tempo fa ci si ritrovava o ormai legati quanto bastava per non desiderare di cambiare partner, oppure stanchi e anziani quanto bastava per non poterlo fare neanche desiderandolo.

Questo significa che la coppia stessa esiste come fenomeno umano solo perché “funzione” dei figli.

È tuttavia vero che in tempi recenti le cose sono repentinamente cambiate. Da almeno cinquant’anni, nelle società materialmente più avvantaggiate, è del tutto possibile per un genitore crescere figli senza il supporto dell’altro genitore e – soprattutto – già da oltre un secolo non mancano coppie formatesi sulla base di progetti diversi dalla procreazione: coppie di scienziati,  artisti, animatori sociali e politici, professionisti, che si scelgono e si amano con il progetto condiviso di affermare “valori” e realizzare “cose”, assieme, nel mondo, e non di fare figli.

Tuttaciò non toglie però il fatto che la coppia, in quanto tale, poggi ineludibilmente su un progetto comune. Quel che cambia, con la modernità, è che si apre la possibilità di mantenere i contenuti spirituali della coppia (sentimento, legame, amore) poggiandoli però su una base materiale diversa: non più “crescere figli”, ma “fare cose importanti per i figli degli altri” (e anche per i padri e le madri). Perché il progetto esistenziale su cui poggia la coppia è poi la ragione nascosta a seguito della quale ci si innamora “di quella” persona, tra le mille che incontriamo: perché proprio lei ci appare la più adatta per realizzate assieme il nostro progetto di vita. Che questo di solito non ci sia pienamente consapevole ma passi solo attraverso la sfera del sentimento non cambia la sostanza del discorso.

È vero che, qualche volta, ci si sbaglia: il perfetto genitore dei nostri figli, o il fantastico partner per il nostro progetto di vita da scienziati, risulta a posteriori inaffidabile, inadeguato, perfino indecente. Ma questo fa parte del gioco umano: non abbiamo la sfera di cristallo, mai.

Ed è vero anche che, qualche volta, le cose vanno storte: il partner ideale per la nostra esistenza artistica diventa lentamente ma inesorabilmente cieco e non può più supportarci, oppure il genitore ideale dei nostri figli scopre di essere sterile. Qui siamo di fronte a deficit imprevisti e imprevedibili, a malattie che si manifestano, o si scoprono, quanto ormai è tardi. Talvolta arrivano a causare la fine del sentimento e della coppia stessa, altre volte le fanno rivedere progetti, più spesso fanno assumere la consapevolezza della patologia e spingono a provare a curarla.

L’ultima situazione, però, è completamente priva di senso nel caso di una coppia omosessuale, che non è malata, bensì diversa: la sua diversità consiste proprio nel non essere una coppia procreatrice, di non esserlo fin dall’inizio, mancandole – di principio e non per accidente – le caratteristiche necessarie. Il sentimento che lega una tale coppia, perciò, o è semplicemente distorto (frutto cioé dell’errore umano elencato prima, che ci fa vedere il partner giusto laddove invece oggettivamente non lo è), oppure non può che scaturire da tutt’altro progetto, così come da altro scaturisce quello che lega coppie di artisti, scienziati e via dicendo.

Detto diversamente: se uno dei due membri di una coppia omosessuale prova un sentimento genitoriale ha semplciemente sbagliato partner: deve cercarne uno dell’altro sesso, uno cioé adatto a realizzare il progetto procreativo. E, forse, deve anche interrogarsi sulla sua omosessualità, per capire se sia vera, cosa la sostanzi.

Ciò significa che rincorrere la genitorialità ha, per una coppia omosessuale, tutta una serie conseguenze nefaste:

  • fa perdere la consapevolezza della diversità della coppia rispetto a quelle eterosessuali, spingendola a scimmiottarle invece che a realizzarsi in modo originale e congruo;
  • fa perdere anche senso e ragioni del sentimento che la lega assieme;
  • rende la coppia dipendente e al tempo stesso sfruttatrice (spesso con scambio economico mercantile) di terzi, i fornitori del “servizio” procreativo;
  • la rende perciò anche parassitaria delle esistenti situazioni di degrado (bimbi abbandonati, povertà o assenza di scrupoli emotivi di chi “vende” il servizio, ovvero il proprio figlio, ecc.), invece che farne un agente del loro superamento;
  • torna a dare una parvenza di legittimità alla categoria della patologia per l’omosessualità, perché solo quella categoria permette di riconoscere bisogno ineludibile una cosa irrealizzabile di principio.

Dovrebbero essere le coppie omosessuali stesse, pertanto, ad opporsi a chi si batte per un presunto loro diritto alla genitorialità, perché ne va della dignità della loro diversità. E personalmente ne conosco diverse che si oppongono, ma evidentemente non sono abbastanza, visto che il tema viene portato avanti rivendicativamente a livello anche politico e che a breve il nostro Parlamento potrebbe votare una legge che, in buona sostanza, istituzionalizza questo non senso. Ovviamente – com’è normale nella nostra ridicola realtà politica – senza una discussione che meriti di essere chiamata tale ma solo avanzando a spallate tra partiti contrapposti.

Personalmente, da frequentatore di omosessuali fin dall’adolescenza e da critico della famiglia – origine delle più profonde e sofferte problematiche esistenziali che l’uomo porta con sé, oltre che luogo ove avvengono il maggior numero di violenze – è proprio da “coppie diverse” che mi attendo una spinta e una lungimiranza per superarla. Sentire anche da loro riprendere, per giunta in modo incongruo, il tema del “diritto alla genitorialità” è profondamente sconsolante.

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Della manipolazione affettiva: il caso Boschi

Ignacio Matte Blanco, grande piscoanalista cileno morto vent’anni fa, sosteneva che gli uomini utilizzino due logiche: quella della ragione e quella della sfera emotivo-affettiva. La prima fondamentalmente divide e, grazie a questo, permette di comprendere cose ed eventi distinguendone le loro diverse parti, separando il buono dal cattivo, l’utile dall’inutile, ciò che ci interessa da ciò che non ci interessa, il pertinente dal non pertinente; proprio per questa processualità, l’uso della logica della ragione richiede tempo e attenzione. L’altra logica, invece, unisce, fa – potremmo dire – di tutta l’erba un fascio, tenendo assieme il buono e il cattivo, l’utile e l’inutile, il pertinente e il non pertinente, sotto l’unica insegna dell’emozione che predomina; proprio per l’assenza di processualità, l’uso di questa logica è istantaneo.

La differenza tra le due logiche è stata in seguito confermata dagli studi dei neuroscienziati, i quali riconoscono che il ruolo delle emozioni sia proprio quello di “interrompere” l’uso della razionalità per rendere più rapide le decisioni: cosa vitale in caso di situazioni di pericolo (meglio fuggire subito a distanza di sicurezza piuttosto che chiedersi se l’esplosione alle nostre spalle sia dovuta a un petardo o a un’attentato dinamitardo), piacevolmente auspicabile in quelle che ci entusiasmano (meglio corteggiare la donna che ci affascina piuttosto che continuare a chiedersi se abbia tutti, ma proprio tutti i tratti della compagna vita dei nostri sogni).

Questa struttura “bilogica”, così la chiama Matte Blanco, non è però immune da problemi. E’ infatti evidente come l’una logica vada in direzione esattamente opposta dell’altra e, in particolare, come la logica dell’emozione sopprima, almeno temporaneamente, l’uso di quella della ragione, il che comporta l’abdicazione dalla comprensione del significato delle cose nella loro complessità. Il problema sta nella durata di tale abdicazione (che senso può avere fuggire in eterno dopo un’esplosione?) e nell’uso strategico che, dall’esterno, può esser fatto dell’attivazione della logica dell’emozione. Un uso che può spingersi fino alla manipolazione.

Ne è esempio il caso Boschi, in questi giorni in discussione e che non mi perderò qui a riassumere, limitandomi a osservare cosa sia successo ieri in Parlamento (per un eccellente resoconto rimando all’articolo di Alessandro De Angelis su Huffington Post).

La Ministra, accusata di conflitto di interesse per essere parte di un governo che ha legiferato scaricando interamente sui risparmiatori il crack di alcune banche e salvando completamente i loro ricchi manager tra i quali figurava suo padre, si è difesa dichiarando al Parlamento e ai cittadini di essere di umili origini, di amare suo padre, di averne gran stima perché andava a piedi a scuola da giovane, di considerarlo innocente e di ritenere giusto che paghi nel caso non lo fosse.

Ora, di tutte queste cose al Parlamento e ai cittadini non importa – o meglio non dovrebbe importare – assolutamente nulla, visto che non solo sono questioni private della signorina Boschi e non pubbliche del Ministro, ma anche e soprattutto che sono del tutto non pertinenti al problema in discussione, che (sebbene ne includa anche altre) può essere riassunto in tre semplici domande:

  1. Perché il governo non ha scaricato anche sui manager delle banche il costo del salvataggio, magari recuperando gli emolumenti erogati dai Consigli di Amministrazione ai suoi stessi membri mentre la crisi avanzava (14 milioni di euro negli ultimi cinque anni solo per Banca Etruria, del cui CdA faceva parte il padre della Boschi)?
  2. Perché, oltre ad applicare la direttiva europea che scarica sugli azionisti i costi del salvataggio, ha applicato anche una clausola che sembra rendere più complicato rivalersi sui dirigenti delle banche invece che applicarne una che si rivalesse subito su di loro (recuperando dai loro beni, spesso ingenti, almeno parte del denaro per il salvataggio)?
  3. Perché, stante il fatto che il padre – colpevole o innocente che sia – alla vicepresidenza della banca c’era, la Ministra non si è dimessa, evitando il palese e inconfutabile conflitto di interessi e salvando il governo dall’ombra della non trasparenza?

L’ordine delle domande non è casuale, perché secondo me la terza è la meno interessante. Trovo infatti sciocco quello che hanno fatto in molti, da Saviano ai Cinquestelle, cioè chiedere in primo luogo le dimissioni della Ministra, quando molto più importante era innanzitutto contestare al governo il mancato coinvolgimento dei manager nei costi del salvataggio e solo dopo sottolineare che c’era anche un conflitto di interessi. Tanto sciocco che ha offerto alla Boschi il destro per non rispondere: alla personalizzazione dell’attacco ha replicato con una personalizzazione della difesa, evitando così di toccare i veri aspetti politici della questione e nascondendo dietro gli affetti le mancate dimissioni. Suscitando in tal modo – come già aveva fatto alla Leopolda la settimana prima – un’ondata di analoghi affetti nei suoi confronti da parte di tutti quelli che – parlamentari ed elettori del PD – la sentono “una di loro” e che, con un “familismo amorale” simile al suo, si sono schierati dalla sua parte senza neppure notare che aveva parlato di tutt’altro da ciò di cui era chiamata a rispondere.

Tutto questo non è nuovo. C’è perfino chi, stoltamente, lo chiama “capacità di comunicare”. In realtà il nome giusto sarebbe “capacità di manipolare”, esercitata mandando avanti gli affetti anche quando non c’entrano nulla (un Ministro è un “funzionario” e di lui ai cittadini interessano le funzioni e non i sentimenti per i parenti) con il preciso intento di distogliere l’attenzione dalle ragioni, quelle che proprio la logica degli affetti sospende. E proprio il fatto che non sia nuovo ci dice quanto poco “nuovo” sia il governo dei nuovisti rottamatori, manipolatori delle opinioni quanto e più dei loro predecessori. Se poi questo serva loro per tutelare i propri interessi o quelli dei propri cari e amici, poco importa: quel che conta è che i cittadini continuano a essere sistematicamente imbrogliati. E che, ahinoi, continuano a lasciarsi imbrogliare.

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