Archivio mensile:febbraio 2014

Ieri ho avuto la ventura di ascoltare prima il nuovo Presidente del Consiglio fare indeterminate promesse all’insegna dei “sogni” e del “coraggio”, poi il Sindaco di Roma Ignazio Marino (fino a un anno orsono grande speranza di cambiamento) autoincensare i suoi primi otto mesi di mandato dicendo sostanzialmente nulla di concreto ma proclamando che i mali del nostro paese stiano tutti nel “pessimismo”.

C’è poco da fare: la caduta delle “ideologie politiche” pare aver lasciato spazio alla sola “ideologia della vendita”, quella per la quale il prodotto non conta nulla a fronte dell’importanza delle strategie per il suo smercio. Così, è ben possibile non dire affatto quel che si ha intenzione di fare, oppure – come sta facendo Renzi – non dire dove si troveranno i soldi per farlo (oggi ci ha detto che lo sapremo tra un mese… ma allora perché non ha aspettato un mese a soffocare il vecchio governo?) e limitarsi a persuadere l’elettorato che con il “coraggio” e l'”ottimismo” si realizzeranno anche i “sogni” – ovvero quelle “attività mentali, anche frammentarie, che si svolgono durante il sonno” (dal “Dizionario Treccani”).

Il riferimento ai “sogni” nei discorsi politici c’è sempre stato (il più celebre ha più di cinquant’anni e fu fatto da Martin Luther King), ma negli ultimi due decenni è diventato ossessivo ed esclusivo: non si parla mai di realtà ma sempre solo di sogni. Non a caso: la realtà è diventata troppo complessa, per capirla e affrontarla servono analisi ampie, collaborazione, cambi radicali di orientamenti, obiettivi, stili di vita. Non solo:  con le sue problematiche ambientali, con la redistribuzione della ricchezza su scala planetaria, con il potere gestito da un denaro che non ha più un “padrone” identificabile, e via dicendo, oggi non si può tentare di cambiare la realtà con ricette univoche, ma è invece necessario che tutti mettano in gioco impegno, sudore e – soprattutto – critica e modifica dei propri progetti di vita. Tutte cose, queste, per un politico troppo difficili da spiegare (ammesso e non concesso che ne sia capace) a dei cittadini abituati a tornare a casa e guardare sit-com o festival canori e che – particolare decisivo – di mettere in gioco impegno, sudore e cambiamento delle loro vite proprio non hanno nessuna voglia.

Ecco allora che lo spostamento sul “sogno” ha il significato della “fuga dalla realtà”: se questa non abbiamo né idee, né forze e neppure voglia di cambiarla,  lasciamola serenamente da parte e investiamo nel “sogno”. D’altronde, siamo o non siamo il paese delle lotterie, che le statistiche ci dicono essere giocate proprio da chi è più povero (e che lo diventerà sempre di più gettando il denaro nel gioco)? E a chi si provi a sostenere che ciò sia insensato (come sto facendo adesso) non rispondiamo con fatti e dati – che del resto, facendo parte della realtà, non contano – ma demonizziamolo sul piano personale con gli aggettivi (pregiudiziale, pessimista, distruttivo, apocalittico).

Detto di sfuggita, l’ultima strategia viene usata spessissimo nell’agone politico, ma è un errore logico (quello etichettato come “avvelenamento dei pozzi”, per il quale si para un’obiezione di contenuto delegittimando chi l’avanza invece che confutandola) . Cosa grave, certo (così come grave è il fatto che i cittadini di solito neppure se ne accorgano), ma non quanto il fatto che l’abbandono della realtà per i sogni è una delle cause del disastro del nostro paese: non si disegnano più progetti di società e convivenza civile, perché basta sognare; non c’è più bisogno di fare, perché basta far credere che si farà (a Firenze, per inciso, l’unica cosa che si ricorda fatta da Renzi – la tramvia – l’ha fatta l’amministrazione precedente, lui l’ha solo inaugurata); non contano più conoscenza delle cose, merito, competenze dimostrabili, sono sufficienti gioventù, coraggio, faccia tosta; non servono a nulla analisi critiche e valutazioni di fattibilità, tutto ciò di cui abbiamo bisogno è “ottimismo”. Tranne la gioventù, è tutta roba già vista da vent’anni, che ha fallito miseramente e rigettato il paese nel medioevo.

Credo che un vero cambiamento passi perciò dal rifiuto dei sogni e dall’assunzione collettiva di un sano senso di realtà. Cose che ci permettano di definire quali ideali e obiettivi siano giusti o seriamente realizzabili e quali no, quante forze siano disponibili per realizzarli, quali nuovi obiettivi debbano essere valorizzati per sostituire e compensare quelli impossibili da ottenere. Cose, queste, definibili – di fatto e di diritto – solo collettivamente, e non da far decidere a un singolo, qualunque siano le sue vere o presunte qualità.

“Pessimismo”, dirà di queste parole l’ottimista Sindaco Marino. O, forse, lo avrebbe detto ieri, visto che oggi deve confrontare il suo ottimismo con la bocciature del “decreto salva Roma”, che trasforma i suoi sogni nell’incubo di 850 milioni da trovare entro pochi giorni per coprire l’enorme buco di bilancio, senza avere neppure una risorsa.

Su, caro Sindaco, sia ottimista…!

Basta con i sogni, sveglia!

Giovane, caparbio e sognatore. Ecco il governo di Pinocchio…

Lasciamo da parte ciò che si può dire del nostro nuovo Primo Ministro per il suo passato, remoto (di quello ho già detto qualcosa tempo fa) e recente (ha giurato fedeltà alla Repubblica, non a Letta): è inutile ripetersi e, comunque, se chi voleva informarsi e capire non l’ha fatto è inutile insistere adesso. Guardiamo invece a quel che l’oggi ci mette davanti.

Un governo, ha detto Napolitano, che “presenta così ampi margini di novità da spiegare ad abundantiam il tempo che è stato richiesto per definirne la composizione”. Lasciando nuovamente da parte il fatto che gli elementi nuovi del governo appaiono davvero poco “abbondanti”, c’è da ritenere che “il tempo” cui si riferiva il Presindente della Repubblica fosse quello del colloquio tra lui e Renzi, inusitatamente lungo (oltre due ore e mezzo), perché tutti gli altri sono stati anche troppo brevi. Perché quel lungo colloquio? Non perché tra i due ci siano state discordanze, assicura Napolitano: anzi il Presidente del Consiglio avrebbe esercitato “in pieno” la sua “prerogativa costituzionale” di scelta dei ministri, “in un clima di serena collaborazione istituzionale”. Tradotto: Renzi è arrivato con la lista dei ministri e ne abbiamo parlato serenamente, senza che io, Napolitano, abbia modificato alcunché. Perfetto.

Peccato che, nel prosieguo del discorso, il Presidente della Repubblica si contraddica in modo palese, affermando che “le due ore e mezzo di incontro sono state, però, anche, due ore e mezzo non di incontro tra me e il Presidente incaricato ma di lavoro parallelo: io ho fatto un po’ di mio lavoro diciamo di routine, il Presidente del consiglio ha completato consultazioni per potere definire la composizione del Consiglio dei Ministri”. Poffarbacco! Il Presidente del Consiglio ha completato le consultazioni nel corso del colloquio con il Presidente della Repubblica? Ma allora la lista con cui è arrivato non andava bene ed è stata ritoccata! Altrimenti, che bisogno avrebbe avuto di continuare a consultarsi?

Lo conferma la excusatio non petita che Napolitano sente immediatamente dopo il bisogno di avanzare, assicurando ai “cultori di ricostruzioni giornalistiche a tinte forti” che il suo braccio “non è stato sottoposto a nessuna prova di ferro”. Grazie, Presidente! La precisazione, passata al vaglio del “paiolo bucato” (l’antica novella ricordata da Freud come esempio di confessione in negativo), completa il quadro: c’è voluto molto tempo e un supplemento di consultazioni, pertanto sicuramente non c’è stato nessun braccio di ferro… Mi chiedo: ci voleva poi tanto a raccontarcela giusta?

Quindi, concludendo, fin dalla presentazione istituzionale si manifesta l'”abbondanza”  di novità del governo nuovista: innovative sono le idi di marzo del precedessore, inaudito l’accentramento sul leader che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni, mai vista la versione di comodo – stavolta persino mal recitata – data in pasto agli elettori. Aggiungiamoci che la lista dei ministri sembra fatta con il famoso manuale Cencelli e abbiamo completato l’opera “innovativa”.

Gli apologeti potranno obiettare che siamo però di fronte al governo più giovane e più femminile della storia italiana. Quanto alla prima cosa, vorrei ricordare una banalità che sembra sfuggire ai più, e cioè che la giovinezza non è necessariamente una virtù, visto che di solito porta con sé da un lato minore esperienza, dall’altro maggiore arroganza e desiderio di protagonismo (“doti” che il nuovo salvatore della patria ha finora dimostrato di avere ad abundantiam); riguardo invece alla seconda, beh, forse si potrebbe esserne lieti, se non fosse che il salomonioco “pareggio” tra maschi e femmine profuma tanto di packaging – cosa nella quale Renzi eccelle, non si scordi che assumendo il ruolo di Sindaco disse che a Firenze non serviva una guida ma bastava un buon direttore commerciale…

Ma fermiamoci qui: prendiamo atto che finora nel governo nuovista non funziona nulla, rubrichiamo il tutto sotto l’etichetta “vista la situazione era il massimo” e andiamo a vedere cosa succederà adesso. Con un “avviso ai naviganti” in anteprima, che riprenderò prossimamente: tra i ministeri uno è stato palesemente e clamorosamente assegnato per distribuzione di poltrone e non per competenze – quello all’Ambiente, affidato a un commercialista in quota UDC privo di ogni esperienza in ambito ambientale e per giunta nuclearista (mentre Fukushima ancora brucia e non si sa quando si spegnerà…). Una cosa che non stupisce, visto che a Renzi non è mai stata sentita pronunciare una sola parola sui problemi ambientali, ma ciononodimeno preoccupa, dato che in epoca di globalizazione proprio l’Ambiente è il ministero più importante di un governo, subito dopo quello dell’Economia e assieme a quello del Lavoro.

Lasciamoli lavorare, ma restiamo costantemente all’erta nel nostro ruolo di cittadini critici.