Archivi categoria: politica economica

La morte dell’alternativa: il lato oscuro della caduta del muro

Ricordo bene la sera del 9 novembre 1989, quella in cui cadde il muro di Berlino: la passai ascoltando una lunga diretta radiofonica (su Radio3, una delle poche cose a non essere stata s-travolta dal tempo), con stupore, commozione, speranza e qualche timore. In quella Berlino divisa c’èro infatti stato, quattro anni prima, e ne ero tornato con impressioni estremamente controverse.

Questa presentazione richiede JavaScript.

 

Da un lato stavano l’indignata rabbia per l’essere stato obbligato a decidere anticipatamente dove andare, pernottando nei pochi luoghi dove mi era permesso, in quanto “occidentale”; l’intimorita emozione per il passaggio dal check-point Charlie, con i controlli nei più remoti recessi del mio camper; l’imbarazzo per i tanti saluti e le tante “V” rivoltemi dai tedeschi orientali al passaggio sulla transit Straße; il turbamento nel vedere, all’Ufficio del Turismo, la confusa paura di un giovane che richiedeva il suo primo visto d’uscita dal Paese; soprattutto, l’angoscia provata alla Porta di Brandeburgo di fronte a un assembramento di ragazzi vicino al muro, lì per ascoltare un concerto rock che si stava svolgendo nella parte ovest!

Dall’altro lato stavano invece il contrasto con l’appena attraversata Germania Ovest, più pulita, più ordinata, più ricca e scintillante – Mercedes versus Trabant, mille marche invece di una sola nei negozi –  ma senza apparenti differenze di vita materiale (la DDR non era come la Cecoslovacchia, dove mancava tutto…) e con uno stile di vita assai meno libero (ebbene sì): diversamente che a Ovest, oltrecortina tutti se ne stavano in giro fino a tardi, i balli nei campeggi duravano fino all’una di notte (a Monaco alle dieci usciva il teatro…), i bambini facevano il bagno nelle fontane sotto lo sguardo placido delle mamme, l’edicola di Jena stava aperta tre al giorno (giusto, perché lavorare tanto?). Insomma, come mi disse quasi vent’anni dopo un “nostalgico” di Halle, “prima non potevamo uscire dal Paese, ma avevamo piscine, campi sportivi, sale da concerto; adesso possiamo andare dove vogliamo, ma non abbiamo i soldi per farlo e tutto quel che c’era prima è stato chiuso”.

Questa presentazione richiede JavaScript.

Non sono mai stato comunista, anzi, con chi lo era sono sempre entrato in conflitto critico; tuttavia, quella sera del 1989 alla commozione per il venir finalmente meno di un ostacolo alla libertà di milioni di persone e alle possibilità di incontro tra i popoli si affiancava un’inquietudine che poteva esser riassunta in una domanda: “chi prenderà il ruolo di alternativa, adesso?” Un’inquietudine che, lungi dall’essere cancellata, si fa ancor più acuta oggi che a quella domanda si può dare come risposta: “nessuno!”

Sappiamo infatti bene cos’è successo in questi trent’anni: i soggetti, individuali o collettivi, che battevano strade alternative a quella del capitalismo consumista e che guardavano – anche solo come punto di riferimento ideale – ai paesi socialisti, hanno prima lasciato cadere ogni riferimento a quel tipo di alternativa (anche quando, come il nostro PCI, di fatto un partito socialdemocratico, non avevano ormai più niente a che fare con essa), poi anche ogni riferimento all’alternativa stessa. Oggi, di fatto, quel che di loro è rimasto ha assunto a principio il motto di uno dei grandi avversari degli anni precedenti la caduta del muro, Margaret Thatcher, la quale ripeteva in continuazione che “non c’è alternativa”.

Germania2A conferma di quanto appena detto valgano due esempi tratti dalla cronaca dello scorso fine settimana: la convention di quanto resta oggi del fu PCI e l’anniversario di un anno di mobilitazioni dei “gilet gialli” francesi.

La prima ha per l’ennesima volta prodotto un fallimento riguardo a una comune visione politica: molti e contrastanti brandelli di proposte “miglioriste”, come si diceva una volta, ovvero orientate a correggere il sistema vigente (spesso peraltro vecchie, consunte o palesemente dal respiro cortissimo), ma nessuna visione alternativa. E questo a dispetto di una situazione critica sotto mille punti di vista, globali (i cambiamenti climatici, l’ondata migratoria, i conflitti nelle aree economicamente in espansione, la crescita esponenziale in tutto il mondo di nazionalismi, xenofobie e razzismo) e locali (la crisi economica, l’Ilva, la spaccatura sociale e politica, la crescita della violenza pubblica e privata). Ma il coraggio, o forse persino l’intelligenza, per immaginare, progettare e iniziare a costruire un’alternativa a una società basata sul ciclo sfruttamento-produzione-consumo, sulla competitività sfrenata e violenta, sul valore economico a discapito dei valori umani, continua a non esserci.

Il secondo è addirittura un perfetto simbolo dei postumi nefasti della caduta del muro, che pur tanti elementi positivi ha prodotto: quello dei “gilet gialli” è infatti un movimento puramente rivendicativo, una protesta che chiede ma non propone, che antepone la soddisfazione dei desideri (eterodiretti, perché prodotti e imposti dal sistema stesso) alla giustizia (ovvero alla difesa dei soli desideri la cui soddisfazione sia possibile per tutti gli abitanti del pianeta). Non a caso quello dei “gilet gialli” è un movimento nato dalla protesta contro l’aumento del costo di una merce – la benzina – che i cambiamenti climatici e la redistribuzione delle risorse scarse verso i paesi poveri imporrebbero di rendere molto, molto più cara, al fine di ridurne l’uso.

Germania8Intanto, negli ex paesi socialisti, “liberati” da quello storico mutamento geopolitico, il “pensiero unico” thatcheriano – il neoliberismo –  sembra comunque non bastare e crescono quasi ovunque i nostalgici non già del “regimi socialisti”, bensì di quelli “nazionalsocialisti” – che, come ben sappiamo, fanno proseliti anche a casa nostra. Senza avere particolari nostalgie ideologiche, non posso non rimpiagnere il tempo in cui era ancora possibile immaginare, pensare, discutere, progettare alternative. Prima che sia troppo tardi, credo sarebbe il caso di ricominciare. Senza aspettare la ricostruzione (peraltro già in corso) di nuovi muri.

Contrassegnato da tag ,

Bagnai e i no-euro, i furbetti dell’Italietta

Parlando su Rai 3 il senatore Alberto Bagnai, economista grande critico dell’Euro e ispiratore delle politiche leghiste, ha affermato che

In questo momento c’è evidentemente bisogno di creare un incidente che tenga l’Italia sotto un sostanziale potere di ricatto: ti faccio la procedura se tu non accetti una serie di cose.

e ha definito l’ipotesi di procedura d’infrazione dell’Ue un

atteggiamento ricattatorio, mafioso

Come tutti sanno, la situazione è questa: l’Italia fa parte di un organismo sovranazionale con il quale ha liberamente concordato una serie di norme in materia finanziaria e di bilancio, norme che ha perfino inserito nella Costituzione; oggi l’Italia queste norme che lei stessa ha accettato non le rispetta e, del tutto correttamente, l’Europa minaccia di farle una multa: dove stanno la ricerca dell’incidente, il ricatto, l’atteggiamento mafioso?

Non sono un difensore di quella che alcuni chiamano assai scioccamente “Europa delle banche” e penso che ci sia molto, moltissimo da cambiare nel modo in cui è organizzata. Ma in questo tipo di prese di posizione non vedo alcuno spirito di cambiamento o di opposizione a un sistema: vedo solo la ricerca di un facile consenso, basata sulla condivisione (non so se autentica o strumentale) di un’antica e deteriore cultura nazionale: quella dei “furbetti”.

Con le sue affermazioni, infatti, Bagnai riutilizza per l’ennesima volta l’eterno argomento dell’italiano-medio colto in fallo: minacciato di multa per aver lasciato l’auto sul marciapiede, non è lui in difetto, bensì il vigile, che – lungi dal svolgere il proprio mestiere e far rispettare le regole – è un nazista frustrato che abusa (sic!) del suo potere; beccato a non pagare le tasse e richiesto di sanare la sua mancanza con un aggravio di mora, non si vergogna della propria azione, bensì attacca l’Ufficio delle Imposte come se fosse un’associazione a delinquere; ripreso da una telecamera mentre è al mare invece che al lavoro, ma con il cartellino timbrato da un collega, si ribella contro le forze dell’ordine che si sono permesse di “spiarlo”. E si potrebbe continuare.

Questa cultura nazionale è basata sullo scarso senso civico del nostro Paese ed è una delle principali ragioni del nostro elevato debito pubblico, della nostra scarsa produttività, del pessimo funzionamento dei nostri servizi pubblici. Non siamo mai riusciti a liberarci di quel “familismo amorale”, studiato negli anni Cinquanta, che impedisce la cooperazione e lo sviluppo prima civile e poi materiale delle comunità. Anzi, con il tempo quel difetto ha fatto un salto di qualità e si è esteso dalle piccole comunità del meridione a tutti gli agglomerati di cittadini dell’intera Nazione – cosa che spiega perché, come riportano le statistiche, l’80% degli italiani non si fidi neppure dei propri connazionali.

Ed è per questo che affermazioni come quella di Bagnai – e quindi le politiche della Lega – incontrano l’attenzione e ricevono il plauso di così tanti cittadini italiani: perché fanno leva proprio sulla loro stessa maleducazione civica. Quella che non permette di capire che se tutte le auto fossero in divieto di sosta non si circolerebbe più, se nessuno pagasse le tasse non avremmo più né strade, né scuole, né ospedali. E non permette di capire che oggi – in un momento storico in cui potenze “opache” e potenzialmente assai pericolose come Cina, Russia e Stati Uniti lottano per una spartizione del mondo – proprio l’Europa è la nostra unica possibilità per costruire una società di pace e di diritti. Ma a noi, tutti presi dal non rispettare i nostri doveri, la pace e i diritti di domani sembrano non interessare.

Contrassegnato da tag , , ,

Crescita, felicità e ottusità politica

Non ho mai visto nessuno decrescere ed essere felice. Secondo me la decrescita felice è un ossimoro antistorico.

Queste parole di Matteo Salvini, così grossolane e perfino in parte prive di senso, non meriterebbero una riflessione, se non fosse che la sostanza di ciò che l’attuale Ministro degli Interni voleva comunicare potrebbe essere sottoscritto – magari in forma meno inconsistente – da qualsiasi altro politico di destra, centro e perfino estrema sinistra.

E allora vediamole, queste parole, cominciando proprio dall’evidenziare dove mancano di senso e, solo dopo, mostrando perché, anche laddove un senso lo abbiano, sono semplicemente sbagliate.

Quando si usano i termini bisognerebbe conoscerne il significato o, comunque, dar loro quello corretto; “ossimoro”, nella fattispecie, identifica una figura retorica costruita accostando nella stessa espressione parole esprimenti significati opposti; ora, predicare una figura retorica dell’aggettivo “antistorico” è cosa del tutto senza senso, così come lo è definire antistorica una contraddizione logica o una sinonimia.

Ma l’insensatezza non finisce qui, perché l’espressione incriminata da Salvini non è neppure un ossimoro: il sostantivo “decrescita” denota infatti un generico fenomeno quantitativo, mentre l’aggettivo “felice” si riferisce a un ben preciso stato d’animo qualitativo; due ambiti del tutto diversi che, pertanto, non possono produrre un contrasto di significati tra i termini che li denotano.

Fin qui la grossolanità del Ministro degli Interni, dalla quale magari altri politici si terranno alla larga; passiamo dunque al contenuto della sua esternazione, il quale – sebbene espresso con la formula retorica “non ho mai visto” – è questo: è impossibile decrescere ed essere felici. Ebbene, su questo contenuto temo siano d’accordo la quasi totalità dei politici (e forse anche gran parte dei cittadini), visto che ogni genere di opposizione lamenta la mancata crescita economica del Paese – l’ultimo a farlo, proprio ieri, è stato il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni.

Per massima chiarezza, è forse meglio precisare di cosa stiamo parlando. “Decrescita” è infatti un termine generico, dunque perché abbia significato dire che si possa essere felici o infelici quando si “decresce” è necessario specificare cosa decresce: credo infatti che nessuno abbia dubbi sul fatto che si sia quasi sempre felici quando decrescono, per esempio, i debiti, l’inquinamento, il tempo impiegato in attività tediose o poco gratificanti, la febbre, l’acqua dopo un’alluvione, e via dicendo. Ma qui, è chiaro, ci si sta riferendo alla decrescita economica; teniamolo per fermo e domandiamoci allora: quando dManifesto per la felicitàiminuisce la crescita economica si è sempre infelici? La risposta, dettata dall’esperienza, è un secco no!

Se questa risposta vi stupisce, vuol dire che, come Salvini, siete poco attenti a cosa accade attorno a voi.

Prendiamo un imprenditore che, dopo aver lavorato per anni duramente e sanza sosta, a un certo punto decida di cedere la propria attività e godersi il frutto del proprio lavoro (per inciso, è quel che accade spesso in molti settori, per esempio in quello della ristorazione): la sua economia decresce, ma lui è felicissimo, perché finalmente può occuparsi di tutte quelle cose della vita che fin lì aveva dovuto trascurare – anche grazie al fatto, va detto, che mentre la sua economia decresce, crescono invece il suo tempo libero, l’energia che può dedicare ad altro, il benessere psicofisico, l’attenzione verso le persone e il mondo che lo circondano, ecc. E non si tratta certo di un esempio isolato: prendiamo anche i pensionati, che nel momento in cui lasciano il lavoro vedono (spesso drasticamente) decrescere la loro economia: sono per questo infelici? Niente affatto: in genere sono felicissimi, perché finalmente sono liberi, possono decidere in toto l’organizzazione della loro vita, dormire a piacimento, passeggiare, leggere libri, giocare coi nipoti e quant’altro. Tanto che, di solito, non vedono l’ora di poter decrescere (cioé andare in pensione).

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, ma quelli fin qui fatti già bastano a confutare l’affermazione di Salvini e la credenza che senza crescita economica non si possa essere felici. Casomai può essere interessante sottolinere come importanti studi fatti a livello internazionale abbiano da tempo evidenziato che i paesi dove i cittadini sono più “felici” (termine definito sommando una serie di parametri diversi e almeno in parte misurabili) non sono quelli con il maggiore livello di benessere materiale, evvero non sono quelli che godono della crescita economica – come ben spiega Stefano Bartolini, docente di Economia Sociale all’Università di Siena, nel suo libro Manifesto per la felicità. Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere (Donzelli, 2010). E può anche valer la pena ricordare che non mancano affatto testimonianze di come la crescita possa portare con sé aspettative e impegni eccessivi, ansie e tensioni distruttive, quando non addirittura condizioni relazionali tali da produrre vera e propria iTerra dell'abbastanzanfelicità: ne è un esempio la assai realistica storia messa in scena dal film dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo La terra dell’abbastanza, così come l’elevato tasso di depressione e di suicidi tra i manager e gli operatori finanziari dei paesi ricchi.

Ma allora, viene da chiedersi, perché è così diffusa la convinzione che la crescita continua del benessere materiale (il ben-avere di Bartolini) sia condizione imprescindibile per la felicità? Perché fermare la crescita è considerata un’idea eretica, folle, ancor più e ancor prima che utopistica? Le risposte a queste due domande sono diverse l’una dall’altra e richiedono una riflessione sia sulla cultura di massa delle nostre società, sia sul sistema economico nel quale viviamo; ci tornerò quindi nei miei prossimi interventi.

 

Contrassegnato da tag , ,