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La “postideologia”, o l’abolizione della consapevolezza

Nella prima dichiarazione dopo il voto, il candidato alla Presidenza del Consiglio dei Cinquestelle, Luigi Di Maio, ha sostenuto che il pronunciamento elettorale che ha assegnato la vittoria al suo movimento sia “postideologico, oltre la destra e la sinistra”, perché “riguarda temi, non ideologie”.

Sul fatto che il voto ai Cinquestelle sia oltre la destra e la sinistra ho forti e fondate perplessità, che non esprimerò adesso; non dubito invece che esso sia “postideologico”, anche se temo che non molti abbiano capito cosa significa e quanto ciò sia grave.

Al lemma “ideologia” l’enciclopedia Treccani online riporta la seguente definizione:

Il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale.

Ora, se si fa eccezione per il reiterato leitmotiv dell’onestà, il M5S non ha esplicitato – né in questa campagna elettorale, né in passato – le “credenze, opinioni, rappresentazioni, valori” che lo “orientano” e – soprattutto – si è sempre ben guardato dal presentarle come un “complesso”, ovvero come ciò che sarebbe stato a un tempo il suo profilo identitario e il modello di cultura politica e sociale sul quale fondare la propria idea di società da realizzare e le promesse che rivolgeva agli elettori. Ha quindi ragione Di Maio: il M5S e il voto per esso espresso sono “postideologici”, perché quel movimento e – presumibilmente – i suoi elettori un’idea di società non ce l’hanno, così come non hanno una cultura sociale e politica. Almeno, non in modo esplicito.

Che importa, si dirà, visto che comunque il M5S si occupa di temi quali “la povertà, i tagli agli sprechi, l’immigrazione e la sicurezza, il lavoro, le tasse e lo sviluppo economico delle imprese”? È questo, e non altro, che interessa agli elettori.

Già, ma la domanda che qui si impone è: come può quel movimento occuparsi di tali “temi” in assenza di una ideologia che lo “orienti” rispetto ad essi? Perché – mi limito a uno solo, ma lo stesso vale per tutti i temi – l’immigrazione si può affrontare per esempio accogliendo senza riserve tutti coloro che arrivano ed evitando i naufragi attivando a spese dello Stato linee aeree gratuite per chiunque voglia venire, oppure sparando sui barconi, oppure ancora inviando ai migranti a dominicilio valanghe di beni e denaro affinché rimangano dove sono: quale tra queste (o altre) strategie attuare dipende dall’ideologia che si adotta, appunto da quell’ideologia che il M5S dice di non avere.

In effetti, seguendo la definizione della Treccani, senza un’ideologia si rimane semplicemente “disorientati”. Ora, è vero che i Cinquestelle non sembrano sempre orientatissimi (per esempio, sul tema dell’immigrazione sembrano piuttosto imprecisi e in economia hanno spesso parlato conteporaneamente di decrescita e rilancio dei consumi, due cose in contraddizione), ma sui “temi” indicati da Di Maio delle direzioni sembrano averle, le hanno anche scritte sui loro programmi. E se le hanno, allora non possono che avere anche un’ideologia che li orienti. In cosa consiste allora il loro carattere “postideologico”?

Semplicemente in questo: che la loro ideologia non l’hanno né elaborata, né esplicitata, né quindi condivisa. Forse non sanno neppure di averla.

La loro postideologia consiste nella rimozione della consapevolezza di avere un’ideologia che li orienta. Che, alla fine della fiera, significa di fatto una cosa sola: l’assunzione di un’ideologia qualunquista, basata sull’interesse crasso e immediato, di pancia, non strutturato da una riflessione consapevole, da una rielaborazione continua e condivisa. Un’ideologia, oltretutto, dalla vista corta (potrebbe essere altrimenti, essendo inconsapevole?), incapace di pensare i “temi” che affonta su tempi lunghi e spazi larghi.

Bene, questa “postideologia” è quanto ha appena prevalso come “nuovo orizzonte” nel nostro Paese. È ignoranza e cecità, superficialità e inconsapevolezza. È pericolosa non meno della boria autoritaria della “vecchia politica”. Anche ad essa è necessario, con urgenza ed energia, reagire, resistere, rispondere con altre, nuove, ricche, creative proposte.

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Mussolini, il recordman del “fare”

La settimana scorsa Maurizio Sguanci, politico e amministratore fiorentino, ha scritto su facebook in uno scambio con un suo amico:

“Fatto salvo che Mussolini è la persona più lontano da me e dal mio modo di pensare, nessuno in questo Paese ha fatto, in quattro lustri, quello che ha fatto lui in vent’anni. E purtroppo a dircelo è la storia. Fatte salve tutte le peggiori nefandezze, fece anche: la riforma industriale, la riforma del lavoro, la riforma dei salari, introdusse la tredicesima, la riforma delle pensioni, della scuola, la riforma agraria, l’edilizia sociale, le varie bonifiche, rinnovato le linee ferroviarie. Eretto università, istituti agrari, scuole di guerra aeree e navali e tante altre cose”.

Sembra inoltre che, in seguito e telefonicamente, Sguanci si sia solo parzialmente corretto, affermando che “Mussolini fu un criminale, anzi, uno dei più grandi criminali della storia. È più che assodato. È un fatto. E io sono un antifascista, non c’è nessuno più antifascista di me; mi dolgo che un criminale come lui, in venti anni, sia riuscito a fare tutto quello che ha fatto, mentre noi stiamo qui a litigare in continuazione”. Solo più tardi, di fronte all’infuriare della polemica, ha poi offerto le proprie scuse: “Consapevole di aver ferito, involontariamente, la sensibilità di qualcuno, non solo me ne dispiaccio, ma anche mi scuso”.

Ora, Sguanci non è un esponente di Casa Pound o della destra storica, bensì un membro del Partito Democratico con incarichi locali importanti: Consigliere Comunale nell’amministrazione Renzi e oggi Presidente del Quartiere 1, quello del Centro Storico. Ovvio quindi che le sue parole abbiano fatto trasalire molti ed esplodere polemiche politiche, fino alla crisi della coalizione tra PD e MdP.

Le reazioni si sono in buona sostanza polarizzate in due direzioni: da un lato quelli che hanno visto nelle sue parole un’apologia del Duce e del fascismo, sufficienti alla condanna di Sguanci e alla richiesta delle sue dimissioni; dall’altro quelli che le hanno considerate solo un grossolano errore di comunicazione, un “post scritto male” che non può cancellare trent’anni di attività politica ricca di attività sociali e solidali.

Entrambe queste reazioni mi sembrano miopi e superficiali.

Non conosco Sguanci, ma non fatico a credere che si senta un antifascista lontanissimo da Mussolini, lo consideri un criminale, condanni le sue “peggiori nefandezze” e abbia una storia personale di solidarietà. Sono certo che il suo post non volesse essere una riabilitazione del Duce, anche se in certa misura lo è stato (i media di destra ci si sono buttati a pesce). Chiederne le dimissioni con queste motivazioni è solo una grossolana strumentalizzazione tipica della politica “di palazzo”.

D’altro canto non possono neppure bastare delle semplici scuse per cancellare in toto le parole di Sguanci, le quali non fanno di lui un fascista, ma un totalitarista nostalgico dei bei tempi nei quali la discussione democratica era abolita sì. Solo che questo i suoi amici e compagni di fede politica più vicini non lo capiscono, perché la pensano come lui.

Al netto di ciò che egli stesso ha negato, e tenuto da parte il fatto (non indifferente, ma tutto sommato secondario) che non tutto quel che assegna a merito di Mussolini era poi così meritorio, qual è infatti il nucleo sostanziale delle parole di Sguanci? Che il Duce eccelleva nella “cultura del fare”, quella tanto cara al PD nell’era renziana – ma anche a Berlusconi (ricordate lo spot “Fatto!” con colpo di timbro?) e, soprattutto, a Bettino Craxi, non a caso più volte assimilato a Benito dai vignettisti.

Sguanci si duole che un criminale come Mussolini abbia fatto in vent’anni più di chiunque altro, ma non s’interroga sul perché ciò sia accaduto; non viene colpito dalla coincidenza che l’esecuzione delle decisioni sia stata più spedita proprio quando – sospese le garanzie democratiche – al Capo nessuno poteva opporsi; non ha mai riflettuto sul fatto che la democrazia, con la sua complessa tessitura di proposte e controproposte, verifiche e aggiustamenti, mediazioni che tengano conto dell’interesse di tutti, incluse le minoranze, è fatalmente più lenta e meno efficacie in termini di “fare”. Eh no, non l’ha fatto, perché altrimenti non avrebbe potuto sostenere una riforma elettorale come quella caduta nel referendum del 2016 (cosa che senz’altro ha fatto, siedendo sulla poltrona di Presidente di Quartiere a Firenze, città ultrarenziana), nata giustappunto per “semplificare” le procedure parlamentari e tagliar via un bel pezzo di vita democratica.

Ecco, questo è il punto: non ci si può stupire di sentire da chi sposa la “cultura del fare” uscite come quella di Sguanci. E il rimedio non è far dimettere chi le fa, ma rimuovere chi le pensa, chi le implica necessariamente nella propria cultura politica. Solo che, in questo caso, dovrebbero andarsene probabilmente tutti i politici del PD, così come quelli del M5S, il dibattito democratico dei quali si riduce a votare per via telematica proposte calate dall’alto senza alcuno spazio per il dissenso. Per tacere del Centrodestra.

Non si impressionino perciò ebrei, zingari e omosessuali, non si scaldino i difensori dei migranti o i pacifisti: le “peggiori nefandezze” l’antifascista Sganci non le farà di sicuro; si limiterà solo, assieme ai suoi amici, alla “nefandezza minore”: l’abolizione del lento, antiquato, inefficace, penalizzante dibattito democratico. Perché in quella parte politica non se ne sente più il bisogno, anzi, si rimpiangono i politici capaci, ai loro bei tempi, di “fare” quanto poi, nell’era democratica, non si è più riusciti.

Se poi, una volta abolito il confronto democratico, a uno dei futuri capi designati oltre che la riforma del lavoro (certo in stile Job Act), la riforma delle pensioni (Fornero style), la “buona scuola”, la privatizzazione delle linee ferroviarie, prenderà lo sghiribizzo di far passare, senza dibattito, anche leggi razziali e alleanze con paesi guerrafondai… beh, non si sarà così ideologici da darne la colpa a chi gli ha preparato il terreno!

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