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La scuola di (disin)formazione del PD e il Reddito di Cittadinanza

Matteo Renzi, per molti l’unico in Italia ad avere la caratura di uno statista, si è stamani dichiarato critico nei confronti del Reddito di Cittadinanza affermando che esso

è un meccanismo che devasta l’Art.1 della Costituzione, perché il lavoro non è solo un modo per prendere uno stipendio, ma è dignità, è il punto di sintesi tra culture diverse, è uno degli sbocchi possibili della necessaria relazione con gli altri. Noi siamo per il lavoro di cittadinanza e non per il reddito di cittadinanza.

Tralascio qui le metafore da operatore del marketing che ha usato di seguito  (“specchio” versus “finestra”, “nostalgia” contro “progetto”…) e vado al punto: Renzi inserisce il reddito di cittadinanza nella categoria “assistenzialismo”, dimostrando di ignorare di cosa sta parlando. E lo fa, per giunta, nientemeno che alla “Scuola di Formazione Pier Paolo Pasolini” del PD, garantendo così al partito una futura classe dirigente di ignoranti.

Il reddito di cittadinanza, infatti, non è nato come strumento di assistenza, bensì come correttivo delle distorsioni del mercato del lavoro. Basterebbe conoscere almeno una parte dell’ampia letteratura degli anni Novanta sul tema per saperlo. E quelle correzioni hanno sempre avuto per obiettivo – oltre a una diminuzione delle disparità economiche e sociali – proprio la restituzione della dignità ai lavori meno appaganti e ambiti.

Per esempio, James Robertson, nel suo Future Wealth: A New Economics for the 21st Century (1990, tradotto in italia nel 1993 da Red con il titolo Economia sostenibile), mostrava come il reddito di cittadinanza (lui lo chiamava allora “salario minimo garantito”) abbia molti vantaggi: azzera la povertà e la discriminazione dei disoccupati; incentiva l’attività sociale informale; aumenta la libertà del mondo del lavoro; togliendo dall’estrema indigenza i disoccupati, rende meno ambiti i lavori spiacevoli e perciò costringe i datori di tali lavori ad aumentarne la retribuzione, correggendo la perversione per cui si è ben pagati per fare lavori piacevoli e malpagati per farne di spiacevoli ma indispensabili.

Non è difficile rendersi conto che, grazie al reddito di cittadinanza, è proprio la dignità data ai cittadini dal lavoro ad essere esaltata, proprio perché si riduce la costrizione a svolgere per necessità e a basso compenso dei lavori utili ma spiacevoli e, per questo, anche socialmente degradanti. Non solo: grazie a esso sarebbe possibile fare con piena soddisfazione anche la gran mole di attività socialmente utili ma non retribuite, oggi in diminuzione proprio a causa del fatto che esse richiedono una libertà di tempo e una serenità economica che la crisi ha drasticamente ridotte. E, ancora, sarebbe possibile disincentivare la vergognosa pratica schiavista di far svolgere agli stranieri i lavori meno ambiti e anche diminuire l’esodo di giovani italiani all’estero.

Io non so con esattezza se questo concetto del reddito di cittadinanza sia o meno quello portato avanti dal M5S, né in questa sede m’interessa precisarlo. Perché, anche se non lo fosse e Grillo & Co. avessero un’idea “assistenziale” del provvedimento, le affermazioni di Renzi sarebbero lo stesso sbagliate: sono prese di posizioni disinformate e disinformanti, prodotto di un pressappochismo che i “nuovisti” del PD hanno mostrato più volte nel loro operare, ma anche una strategia di difesa nei confronti di un cambiamento in direzione dell’equità sociale che evidentemente è sgradita a una formazione politica di destra neoliberale (ancorché camuffata da sinistra moderata) qual è oggi il PD.

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Ma la democrazia non è né veloce, né economica

E’ piuttosto curioso quel che sta accadendo negli ultimi giorni nel(lo pseudo)dibattito sulla riforma costituzionale: i sostenitori del sì alla riforma hanno pressoché smesso di portare “ragioni”, limitandosi a dire che chi vota no si trova “in brutta compagnia”. Insomma, hanno ripreso l’argomento “antirenziano”, rovesciandolo in “antidalemismo”, “antibrunettismo”, e via dicendo.

Nulla di sorprendente: il “dibattito” sul tema non è mai stato un vero dibattito, ed è anche vero che scegliere una compagnia tra Renzi, D’Alema e Brunetta è cosa ardua. Ma il vero motivo di questo “arretramento”, a mio parere, è che le ragioni del sì sono semplicemente antidemocratiche, e perciò vanno messe in secondo piano.

Come osservava qualche settimana fa Eugenio Scalfari, la democrazia nasce come espressione diretta del potere da parte del popolo, che si riuniva nelle piazze, discuteva e poi esprimeva le decisioni in assemblea. Come lo stesso Scalfari sottolineava, la democrazia diretta non è però possibile in società complesse e di grandi dimensioni, per cui è diventato presto necessario esprimere il potere delegandolo a rappresentanti. E’ palese che questa modifica riduce il tasso democratico, perché il potere è del popolo solo in modo mediato; ne conserva però l’elemento essenziale: il popolo ha dei suoi rappresentanti, che discutono tra loro riproducendo per così dire “in scala proporzionale” il dibattito pubblico, che è l’essenza della democrazia. Ovviamente, perché la cosa funzioni è necessario il rispetto di alcune condizioni:

  • che l’assemblea dei delegati rispetti le proporzioni dei deleganti;
  • che le decisioni siano prese mediando le esigenze di tutti, cioé bilanciando le diverse opinioni e non a meri colpi di maggioranza;
  • che ciascun rappresentante abbia un rapporto continuo con i rappresentati, cioé svolga attività politica sul territorio in cui vivono gli elettori che lo hanno delegato.

Non è difficile rendersi conto che questo sistema – che è poi la democrazia – non è né veloce, né economico. Né può esserlo: il confronto tra posizioni diverse, la comprensione reciproca, la ricerca di punti di equilibrio che tengano conto delle esigenze di tutti coloro che convivono entro uno stesso Stato, non possono che essere processi lunghi e onerosi. Non è infatti un caso che la democrazia sia nata solo quando le società potevano permettersi un tale lusso (nell’antica Atene anche grazie all’esclusione dei pieni diritti civili agli schiavi, che ne pagavano gran parte del prezzo) e che sia dappertutto sospesa quando costi e tempi diventano decisivi – cioé in caso di guerra.

Ebbene, quali sono i principali argomenti a favore della riforma che è stata preparata dall’attuale governo e che sta per essere sottoposta al giudizio popolare? Che con essa avremo uno Stato più snello, efficiente, veloce ed economico! Che è come dire: avremo uno Stato meno democratico….

La domanda che può nascere è: ma allora perché non c’è una reazione popolare massiccia? Perché i fronti di favorevoli e contrari sono così in equilibrio? Le possibili risposte sono tante e non è questa la sede per affrontarle tutte. Mi limiterò a riflettere su una di esse.

Ho elencato tre condizioni (non voglio dire che siano tutte) per il buon funzionamento di una democrazia rappresentativa; osservandole con attenzione sarà facile rendersi conto che, gia adesso, nessuna di esse è più soddisfatta:

  • la proporzionalità dei rappresentanti è stata abbandonata il 18 aprile del 1993, con la modifica costituzionale che introdusse il sistema maggioritario – e si noti che le ragioni addotte allora erano le medesime di oggi, vale a dire efficienza, rapidità ed economia, unite alla “governabilità”;
  • la mediazione delle decisioni attraverso il rispetto e il bilanciamento di tutte le opinioni rappresentate non c’è forse mai stata – perché il governo è sempre stato assunto dalla maggioranza, che ha sempre marginalizzato la minoranza – ma si è anch’essa ridotta al lumicino con il maggioritario e il conseguente bipolarismo, che ha fatto sparire le differenze, soffocandole prima nei singoli partiti/coalizioni, poi in un parlamento ove si vota eseguendo gli ordini dei capifazione;
  • i rappresentanti dei cittadini hanno da tempo smesso di confrontarsi con chi gli ha eletti, lavoro impegnativo e oneroso (ci si scandalizza in questi giorni delle spese di un cinquestelle, ma sono davvero quel che non può non spendere chi affitti sale, faccia stampare manifesti, paghi spese a collaboratori sul territorio…) che oggi nessuno sente più il bisogno (e il dovere) di fare.

Politica, ormai, non è più sinonimo di “discussione pubblica” (ancorché mediata), bensì di “battaglia per la presa del potere”; quel che si sceglie non è più “un rappresentante delle proprie idee”, bensì “un atleta su cui scommettere”, per il quale continuiamo a “tifare” anche quando giochi male, o giochi sporco, perchè quel che conta è solo che vinca. Vinca per noi, anche se con le nostre idee – e persino con i nostri interessi – non ha più molto a che fare.

Abituati a questo stato di cose della politica – che infatti tutti sono pronti a deprecare e infamare, persino mentre la stanno appoggiando – è ovvio che i cittadini non percepiscano che questo ulteriore cambiamento istituzionale non è altro che un nuovo passo verso l’abisso che ci è stato spalancato ventitrè anni orsono dal maggioritario. Un’altra, piccola ma consistente serie di riduzioni alla sovranità popolare, come elencano molti critici della riforma. Magari le ricorderò anch’io e ne mostrerò i pericoli, ma in fondo non ce n’è neppure il bisogno. Basta infatti quel che dicevo poc’anzi, e cioé che efficienza e risparmio non sono compatibili con la pratica democratica della politica. Qualcuno preferisce rapidità ed economia alla democrazia? E’ lecito. Ma che lo dica, e non contrabbandi con la menzogna una riforma aziendalista (come diceva tanti anni fa Bobbio, in azienda la democrazia non è mai arrivata, e forse con qualche ragione) come una riforma democratica.

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Il PD è dannoso, non il referendum

In vista del referendum del 17 aprile, dopo aver taciuto finché ha potuto, il Partito Democratico – ufficialmente e per bocca della sua vicesegretaria – ha preso una posizione che sta ribadendo con una serie di spot: “il referendum è dannoso”.

Non voglio qui né prendere posizione sul referendum, né discutere la posizione del PD sul quesito e le sue conseguenze, ma solo riflettere sul suo messaggio e sui rapporti tra quello, la posizione del PD e la politica nel nostro paese. Cose che, a prima vista, ad alcuni potrebbero essere sfuggite.

Tralasciando che la posizione “ufficiale” del PD non è poi quella di tutti i suoi esponenti (uno per tutti: il Presidente della Regione Toscana e candidato alla segreteria post-Renzi ha altrettanto ufficialmente detto che voterà e voterà sì all’abrogazione), inizierei dicendo che – essendo uno strumento democratico di consultazione popolare in sé del tutto neutrale, qualunque siano i quesiti – un referendum non può essere dannoso. Al massimo si può sostenere sia un danno il costo elevato dell’istituto del referendum, non di questo in particolare; ma la democrazia, si sa, ha sempre un costo (cosa che si dimentica spesso, per esempio quando per ridurre il “costo della politica” si vuol ridurre il numero dei parlamentari o delle camere, riducendo così anche la rappresentanza democratica) e non ha senso prendere in considerazione la cosa in prossimità di una ben determinata scadenza. Dunque, che il principale partito politico del Paese faccia un’affermazione semanticamente scorretta è dannoso, perché accresce la confusione nel dibattito politico.

Oltretutto, il referendum in questione è stato vagliato e riconosciuto ammissibile dalla Consulta, ovvero da un’organo istituzionale preposto a stabilire giustappunto se sia lecito sottoporre un quesito a referendum, quindi anche se tale quesito possa in qualche modo essere “dannoso”. Che il PD dia un parere contrario a quello della consulta è dannoso, perché getta discredito su un’istituzione dello Stato.

Nell’argomentare la dannosità del referendum, il PD sottolinea però le conseguenze a suo parere negative della vittoria di una delle opzioni, quindi non “del referendum”, bensì di uno dei due suoi possibili esiti. Sì facendo, il PD crea ulteriore confusione in un dibattito pubblico – quello italiano – nel quale questa regna da anni sovrana, risultando ancora una volta dannoso.

Ma perché il PD fa questo? Tutto lascia pensare che la sua finalità sia quella di spingere i suoi elettori a non recarsi alle urne, così da non raggiungere il quorum, approfittando dell’alto numero di astensioni che da sempre caratterizza i referendum (e ormai da anni sempre di più anche le elezioni politiche e amministrative). In tal modo, l’esito indesiderato (l’abrogazione) sarebbe impedito con maggiori probabilità che non opponendosi votando in modo opposto. Ma, stando così le cose, il PD è per altre quattro ragioni dannoso:

  • perché cerca di persuadere i cittadini attraverso argomenti falsi e/o confusi, cioé manipolandoli;
  • perché vuol “vincere” utilizzando chi invece desidera solo astenersi;
  • perché disprezza e rovina un’istituzione democratica importante qual è il referendum;
  • perché prosegue e rafforza un malcostume politico iniziato all’epoca di uno dei leader politici più criticabili della Storia Repubblicana, apripista del malaffare in politica, che giusto venticinque anni fa invitava ad “andare al mare” gli elettori in prossimità di referendum (peraltro inizando la sua rapida caduta politica).

Forse si potrebbe andare anche oltre, ma credo che sette buone ragioni per dire che il PD è dannoso siano sufficienti. E abbiamo parlato solo delle sue affermazioni sul referendum del 17 aprile: chissà cosa succederebbe se analizzassimo puntualmente ciò che dice sulle tante questioni che interessano la nostra vita politica, sociale, economica…

Cercheremo di occuparcene, in futuro. Per il momento, per ridurre il danno prodotto dal PD, c’è un’unica cosa che tutti noi possiamo fare: andare a votare il 17 aprile. Informandosi bene prima di farlo e poi votando sì o no, come si ritiene meglio, ma comunque votando, senza cadere nella manipolazione indotta dalla confusione di un partito dannoso come il PD.

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