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L’Europa dei Balcani – 1. Confini

Com’è noto, va oggi molto di moda sostenere che destra e sinistra siano categorie obsolete, a mio parere sciocchezza utile solo ai molti che, un tempo di sinistra e oggi di destra, non hanno neppure il coraggio di riconoscere il loro voltafaccia. Qui non voglio però riprendere la diatriba, ma solo riaffermare che “sinistra” si può riassumere nella sua generalità come un progetto di convivenza civile orientato all’equità per tutti gli esseri umani, indipendentemente non solo da genere, razza, colore della pelle, istruzione, censo, ma anche e in primo luogo dalla loro nazionalità o luogo di origine. «La sinistra o è internazionale o non è», si diceva un tempo, e se si rimane a questo la sinistra esiste ancora (ancorché assai minoritaria) e continua ad avere senso. Anzi, forse a fronte di tutti i “primagliitaliani” esplici e impliciti da cui siamo circondati, ne ha oggi ancor più che in passato.

È per questo motivo che nel bel mezzo del mese di Agosto, invece che andare al mare o al fresco della montagna, mi sono aggregato alla nona tappa del Viaggio nella solitudine della politica organizzato dall’amico e antico compagno di battaglie politiche Michele Nardelli, tappa che prevedeva l’attraversamento di quelle terre balcaniche che negli anni Novanta hanno vissuto la guerra che seguì la dissoluzione della Jugoslavia.

Michele è un profondo conoscitore di quelle terre, essendo stato tra i fondatori dell’Osservatorio sui Balcani, una delle più importanti istituzioni non solo italiane in materia, e avendo collaborato a lungo per la rinascita di una società civile e per il ritorno dei profughi nelle città colpite dalla guerra. In quei luoghi conosce moltissime persone, con le quali è spesso legato da rapporti di autentica amicizia, incontrare ancora una volta le quali – assieme alla diretta percezione di ciò che oggi avviene in quei paesi –  era l’obiettivo del viaggio. Con l’ambizione, o almeno la speranza, di poter trovare idee, spunti, suggestioni per provare a capire sia quell’area – di cui oggi poco si parla, ma che è invece in mille modi centrale per l’Europa – sia il nostro stesso Paese.

Di questo viaggio, delle sue impressioni e suggestioni parlerò nei miei prossimi interventi, iniziando qui da un primo aspetto, solo apparentemente ovvio e banale (la filosofia, del resto, che altro è se non la problematizzazione dell’ovvio?): i confini.

Già, i confini, quelle barriere alla nostra libertà nel mondo che ci siamo artificiosamente costruiti e alle quali oggi siamo perlopiù soliti non pensare, perché nel nostro immediato diventate obsolete, ma che invece già a pochi chilometri dal nostro Paese esistono e sono “resistenti”, anche per noi.

Il nostro viaggio è iniziato passando senza alcuna limitazione il confine tra Italia e Slovenia a Trieste (ma ricordo ancora quando, solo dieci anni fa, un’amica brasiliana sposata con un italiano fu respinta anche alla frontiera slovena perché munita solo di Carta d’Identità…), Frontiere 2ha trovato la prima coda per l’accesso in Croazia, per poi bloccarsi per un’ora e mezza al passaggio in Bosnia Erzegovina. La ragione? Il grande numero di emigranti bosniaci di rientro per le vacanze, unito alle tensioni tuttora esistenti tra i due paesi confinanti, oltre vent’anni dopo la fine del conflitto.

Alla fine del viaggio passeremo ben otto “barriere” e solo quelle tra Italia, Slovenia e Austria saranno davvero libere: per il resto code oscillanti tra la mezz’ora e le due ore, con controllo dei passaporti, analisi visiva dei volti (con attenzione particolare a chi non fosse adeguatamente somigliante alle foto), scannerizzazione dei documenti e, spesso, lunga verifica sui data base elettronici. Controlli ai bagagli, invece, praticamente assenti, perchè le merci possono circolare: diversamente dal passato, oggi il problema sono le persone.

La prova di questo l’abbiamo alla barriera serba in uscita verso la Croazia. Nel gruppo, per filmare incontri e viaggio, abbiamo un attore e regista afghano (un suo film è in questi giorni alla Mostra del Cinema di Venezia), in Italia da anni con asilo politico e in attesa di cittadinanza, accompagnato dalla moglie iraniana, anch’essa regista cinematografica, e dal figlio adolescente (in Italia dall’età di tre anni), entrambi con cittadinanza italiana. Frontiere.jpgForse per un errore del controllo all’ingresso in Serbia (doveva essere fatta una registrazione che invece non risultava), il nostro amico afghano è stato fermato per due ore (e noi con lui, ovviamente, con ulteriori controlli anche dei nostri documenti) mentre le guardie di frontiera serbe cercavano di appurare il suo status contattando presumibilmente l’Italia (era il 15 agosto…), ammettendo che la mancanza fosse probabilmente dei loro colleghi all’ingresso, ma anche che, stante la situazione, non potevano prendersi la responsabilità di crederci sulla parola. Bontà loro che dopo “sole” due ore hanno deciso di “liberarci” e di lasciarci riprendere il viaggio.

I “sovranisti” gioiranno di tale solerzia: è ben necessario difendere l’Europa (e quindi, soprattutto, l’Italia) dall'”invasione di migranti” (invasione che, dati alla mano, al momento non c’è). In realtà, sarebbero ben altre le cose dalle quali difenderci: in Serbia gli stipendi medi oscillano tra i tre e i quattrocento euro e, ormai da anni, diverse attività lavorative, quali per esempio i call center degli operatori telefonici, vengono spostate dall’Italia alla Serbia proprio per approfittare della sperequazione retributiva e abbattere i costi. Da questa perdita di posti di lavoro, però, non ci difendiamo; anzi, siamo ben felici di cambiare operatore telefonico approfittando del fatto che costa un po’ di meno. Tranne poi lamentarci delle “esternalizzazioni”, parola un po’ astrusa che nasconde solo il nostro disinteresse per come gestiamo i personali rapporti politico-economici.

Su come questi ultimi siano complicati e quanto pesino sulle relazioni internazionali il viaggio nei Balcani ci ha insegnato molto: ci torneremo nei mei prossimi interventi. Ma già queste prime impressione portano a farsi una domanda: coloro che spingono per uscire dall’Europa sanno veramente di cosa stanno parlando?

 

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Allarme razzismo? Sì, perché è nel Governo

In questi giorni sui media si è parlato spesso di allarme razzismo, mostrando il reiterarsi di aggressioni riconducibili alla discriminazione razziale. Certo la cosa “fa notizia” e, vista la cattiva abitudine dei media di enfatizzare tutto ciò che può far alzare le vendite, non c’è dubbio che abbia in parte ragione chi denuncia la presenza di qualche strumentalizzazione, come quella dello squallido tweet di Renzi qui riportato:

Che l’ex Presidente del Consiglio, non pago dei danni fatti in passato, stesse strumentalizzando è chiaro: non solo parlava prima di conoscere chi e perché avesse agito, ma usava un “selvaggiamente picchiata” che con il lancio di uova ben poco aveva a che fare.

Rimane tuttavia il fatto che gli episodi di aggressioni a immigrati o rom esistono eccome: questo articolo della fine di luglio ne censisce trenta (denunciati) in due mesi, cioé uno ogni due giorni dalla formazione del governo. Non pochi e non sottovalutabili. Sebbene, anche in questo caso, servirebbero dei dati per dichiarare apertamente che le cose siano davvero peggiorate e che non si tratti solo di un fenomeno già esistente al quale adesso si stia dando maggiore attenzione mediatica.

Personalmente ho non poche perplessità a parlare di un “allarme razzismo” scoppiato negli ultimi due mesi: per me l’allarme razzismo esiste da tempo e l’acuirsi del problema lo si vede non dall’incremento degli episodi, ci sia stato o meno, ma dal fatto che – diversamente dal passato – la cultura razzista si è fatta palese e trova un amplificatore nel Governo stesso. E su questo piano l’incremento c’è stato ed è stato forte.

Tutto è iniziato con lo slogan legnista “primagliitaliani”, semanticamente discriminatorio e xenofobo, sebbene non ancora razzista. E’ poi proseguito con affermazioni di Salvini quali la celebre “i rom italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere”, per la quale il viceprimoministro ha una denuncia pendente per istigazione all’odio razziale. E’ andato quindi avanti con il trattamento cinico riservato ai migranti naufraghi nel canale di Sicilia (con aumento dei morti pur nella netta diminuzione degli arrivi). E ha trovato la consacrazione con le inquietanti dichiarazioni del Ministro della Famiglia Lorenzo Fontana del 3 Agosto.

E vediamole, queste dichiarazioni di Fontana.

I fatti degli ultimi giorni rendono sempre più chiaro come il razzismo sia diventato l’arma ideologica dei globalisti e dei suoi schiavi (alcuni giornalisti e commentatori mainstream, certi partiti) per puntare il dito contro il popolo italiano, accusarlo falsamente di ogni nefandezza, far sentire la maggioranza dei cittadini in colpa per il voto espresso e per l’intollerabile lontananza dalla retorica del pensiero unico.

A parte la difficoltà di capire chi e cosa siano “i globalisti” e perché giornalisti e partiti siano i suoi (sic!) “schiavi”, si evidenzia la presenza di un “popolo italiano” di cui, a rigore, fa parte anche chi non la pensi come il ministro (chi scrive, così come “i globalisti” e i “suoi schiavi”), visto che pur sempre di italiani si parla, e di un “pensiero unico” che però, curiosamente, non è né quello del “popolo italiano”, né quello del Governo, quindi tanto “unico” non può essere. Ma andiamo avanti.

Una sottile e pericolosa arma ideologica studiata per orientare le opinioni. Tutte le prime pagine dei giornali, montando il caso ad arte, hanno puntato il dito contro la preoccupante ondata di razzismo, per scoprire, in una tragica parodia, che non ce n’era neanche l’ombra.

Ora, le pagine dei giornali che puntavano il dito sull’ondata di razzismo proprio “tutte” non erano, visto che Il Giornale, Libero, Il Foglio e in buona parte anche Il Fatto Quotidiano in realtà erano invece impegnati a minimizzare il significato (quando non a negare il dato) degli attacchi ricevuti da stranieri; attacchi che come visto ci sono e che perciò non possono aver fatto “scoprire” che di razzismo “non ce n’era neanche l’ombra”, ma che, al contrario, debbono quanto meno far tenere alta la guardia. Per Fontana, invece

Se c’è quindi un razzismo, oggi, è in primis quello utilizzato dal circuito mainstream contro gli italiani.

Anche qui, cosa sia e come si individui questo “circuito mainstream” è difficile dirlo, ma è ancor più difficile capire come esso possa volgersi “contro gli italiani”, essendo un circuito composto proprio da italiani: che si tratti di un autodafé? Vediamo che ne pensa Fontana:

La ragione? Un popolo che non la pensa tutto alla stessa maniera e che è consapevole e cosciente della propria identità e della propria storia fa paura ai globalisti, perché non è strumentalizzabile.

Ora, in Italia il “popolo” (ammesso e non concesso che parlare di una tale entità abbia senso) non ha mai pensato tutto nella stessa maniera, lo dimostra la storica difficoltà di realizzare dei governi tenendo assieme i rappresentanti di idee spesso diversissime tra loro – una difficoltà che il Ministro Fontana dovrebbe conoscere bene visto che il suo governo detiene il record di tempo impiegato per formarsi in tutta la storia della Repubblica. Solo che se un popolo non la pensa tutto nella stessa maniera, come pare desiderare il Ministro, allora non può avere un’identità unica né interpretare la storia in un solo modo, cosa che contraddittoriamente sembra essere un altro suo desiderata. Il Ministro pare quindi molto, molto confuso.

Sarà forse questa la ragione per cui, a questo punto, egli manifesta tutta la sua anima razzista?

Abroghiamo la legge Mancino, che in questi anni strani si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano.
I burattinai della retorica del pensiero unico se ne facciano una ragione: il loro grande inganno è stato svelato.

Dunque, prima Fontana propone di eliminare la legge che rende reato il razzismo, cosa che può fare solo chi non lo ritenga reato, ovvero sia razzista e ritenga giusto esserlo; poi parla di “razzismo anti-italiano”, di fatto avvalorando l’idea che l’essere italiani abbia qualcosa a che fare con la “razza” (chi critica gli italiani odia la “razza italiana”), una cosa mai sentita prima (forse neppure in epoca fascista) e che evidentemente alberga nella testa del nostro Ministro – ahinoi! – della Famiglia.

Idee – se le vogliamo chiamare così – di questo genere vanno di fatto a confermare tutti i peggiori timori contenuti nello slogan “primagliitaliani”, che da discriminatorio e xenofobo si fa qui razzista: gli italiani, per il Ministro della Famiglia, sono una razza e chi li critica è razzista. E – per lo slogan del suo partito – questa razza è über alles, viene prima delle altre, che esistono e vanno discriminate.

Solo che quel partito è al Governo, anche se in larga minoranza, e ha l’appoggio silenzioso del partito di maggioranza nel Paese; il Vicepresidente del Consiglio è il suo leader e il confuso estensore di quelle parole uno dei Ministri. Di fronte a tutto questo diventa inevitabile concludere che sì, un “allarme razzismo” c’è. Ed è anche piuttosto preoccupante.

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Il vicolo cieco

Onorevole Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Interni Matteo Salvini,

non sono mai stato un sostenitore né dell’immigrazione indiscriminata, né della cosiddetta “società multietnica” come sua soluzione, ritengo radicalmente sbagliate le politiche messe in atto dai governi passati e persino schiavista chi consideri utile, se non necessario, l’afflusso di immigrati che facciano “lavori che noi non vogliamo più fare” e che “contribuiscano a pagare le pensioni alla nostra popolazione che invecchia”. Ciononostante, considero le Sue azioni dei giorni scorsi, oltre che cinicamente pericolose, del tutto inutili per affrontare seriamente il problema e le parole da Lei usate per giustificarle in parte immorali, in parte grossolani tentativi di manipolazione.

Che seicento migranti vengano accolti dalla Spagna invece che dall’Italia non ha infatti alcuna rilevanza per l’epocale migrazione di popoli alla quale stiamo assistendo: molte altre migliaia ne arriveranno e, per quanti muscoli Lei possa mostrare, parte di esse spetterà al nostro Paese ospitarle. Né ha alcuna importanza che l’Italia “non sia più zerbino dell’Europa” (anche ammesso e non concesso che lo fosse in passato), perchè la questione non è chi si faccia carico del problema di accogliere i migranti, bensì come far sì che quei popoli non abbiano più la necessità di emigrare.

Su questo punto, Onorevole Salvini, Lei sta operando su un solo piano, quello del terrorismo: vuole spaventare i migranti aumentando il rischio delle traversate attraverso la rimozione delle navi addette al salvataggio e attivando ronde militari sulle coste da cui esse partono. Questa strategia, Onorevole, è solo un esercizio di cinismo (come le ha ben detto il Suo collega Macron, e ciò non è meno vero per il fatto che questi sia cinico quanto Lei). Un cinismo comunque sterile, perché i migranti arriveranno lo stesso, anche se morendo in numero maggiore di oggi prima di trovare altri modi e altre strade per giungere da noi. Lei sarà quindi solo causa di sofferenze e morti che si potrebbero evitare, ma il fenomeno rimarrà.

Perché è sciocco e infantile credere (oltre che intellettualmente disonesto e mistificatorio far credere) che quel fenomeno epocale sia il prodotto di qualche soggetto interessato al “business dell’accoglienza”: la migrazione immensa cui stiamo assistendo è il frutto della non meno immensa sperequazione economica internazionale. Un’ingiustizia che spinge popoli senza speranza, immersi nella miseria, nel totalitarismo, nelle malattie, ad avventurarsi in viaggi per noi semplicemente folli e ad accettare, giunti qui, trattamenti che nessuno di noi tollererebbe, perché comunque migliori di ciò da cui fuggono. Un’ingiustizia talmente grande da rendere ridicolo, per non dire penoso, il suo accostamento tra rifugiati e migranti da un lato e “italiani che perdono il lavoro” dall’altro: io sono tra i secondi, visto quanto si è ridotto il mio reddito negli ultimi anni, ma provo imbarazzo e vergogna a sentirmi assimilato ai primi – per esempio a quegli egiziani che ho visto con i miei occhi vivere nelle tombe storiche del Cairo e pescare molluschi immergendosi nel Nilo, pur sapendo di contrarre così una malattia gravissima – la bilarziosi – per la quale nessuna azienda farmaceutica fa ricerca, perché il commercio di un tal farmaco sarebbe certamente non redditizio.

La Sua azione, Onorevole Salvini, è certo coerente con il Suo motto “Primaglitaliani”, del quale ho già denunciato l’immoralità, ma è del tutto inutile a risolvere il problema, così come lo erano le politiche filo-immigrazione che Lei tanto combatte. Ed è inutile, anzi controproducente, la retorica nazionalista con la quale nutre i Suoi elettori: il nostro Paese, così come tutti quelli ad alto livello economico che sono suoi referenti, è vissuto per anni – almeno per tutta la seconda metà del Novecento – al di sopra delle proprie possibilità e lo ha fatto appropriandosi di beni comuni che appartenevano anche ai popoli che oggi, migrando, ne reclamano la restituzione.

Solo se gli italiani a cui Lei vuol dare la priorità si renderanno conto di averne avuta già anche troppa, solo se metteranno a punto, assieme agli altri privilegiati del mondo, un modo più indolore possibile per condividere quel che hanno con i popoli che non hanno niente, sarà possibile fare ciò che la pseudosinistra che Lei tanto attacca ha negato per anni e che a Lei sta tanto a cuore: fermare i flussi migratori.

Ma ciò sarà possibile, sebbene su tempi mediamente lunghi, facendo valere proprio il contrario del Suo “Primaglitialiani” e affermando invece l’eticità dei diritti degli esseri umani senza distinzioni, a cominciare dal più negletto: il diritto di poter restare a vivere e lavorare nel luogo ove si è nati e vissuti. Facendo cioé venir meno la sperequazione tra i popoli, che causa le migrazioni né più e né meno di come la differenza di livello di un liquido ne produce il passaggio tra due vasi comunicanti.

So che Lei non farà niente di tutto questo, Onorevole Salvini, perché di fatto Lei difende solo i crassi interessi dell’individuo proprietario dell’opulenta e corrotta società italiana; a Lei e ai suoi elettori la giustizia e l’equità internazionali non interessano – né interessano i diritti umani, altrimenti non si esprimerebbe come si esprime, parlando di “crociere” per i viaggi della disperazione e di “schedature” dei Rom (a quando gli omosessuali e gli ebrei?). Ma sappia che coltivare l’ignoranza e i bassi istinti dei Suoi elettori non Le basterà: la strada che ha scelto è un vicolo cieco e non Le permetterà di rispettare nessuna delle vacue promesse che ha fatto loro.

“La pacchia”, Onorevole Salvini, finirà presto anche per Lei.

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