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I populismi, i movimenti dal basso e la mancanza di alternative

Qualche giorno fa ascoltavo alla radio un’intervista a una studiosa di “migrazioni climatiche”, la quale spiegava con dovizia di dati raccolti sul campo non solo che molti di coloro che arrivano in Europa dall’Africa lo fanno perché i mutamenti climatici stanno rendendo loro impossibile sopravvivere con i tradizionali modi di produzione, ma anche che il numero di coloro che soffriranno del problema è destinato ad aumentare in modo esponenziale, cosicché tra poche decine di anni rischiamo l’arrivo di duecentocinquanta milioni di persone. La studiosa non ha preso posizioni “politiche” sul tema, dicendo solo che oggi l’immigrazione sarebbe a suo parere lontana dall’essere allarmante (tesi invisa alla destra), ma che se non si affronta il problema lo diventerà a livelli apocalittici (tesi invisa alla sinistra). A un certo punto ha telefonato un ascoltatore, il quale ha contestato le affermazioni della ricercatrice sostenendo che l’immigrazione è dovuta a una precisa strategia di “sostituzione etnica”, progettata dall’Islam e finanziata dal potere economico globalizzato, appoggiando la sua tesi sui libri di Oriana Fallaci. La ricercatrice, con qualche imbarazzo, si è limitata a ricordare i dati sull’erosione dei terreni e sull’aumento delle carestie, prima di cambiare argomento.

Questo episodio è emblematico della situazione in cui viviamo: se due problemi epocali, il cambiamento climatico e le migrazioni, vengono presentati nella loro realtà attraverso dati frutto di ricerche scientifiche e viene mostrata l’urgenza di risposte che, al momento, nessuno dà, né forse conosce, il cittadino – cioé l’elettore di coloro che dovrebbero cercare e dare risposte – li ignora, anzi li fa scomparire, grazie a un’ipotesi degna di un romanzo scadente, accreditandola con il riferimento all’autorità di una scrittrice di successo, oltretutto morta tredici anni fa, cioé quando il mondo era piuttosto diverso. Un modo infantile di regire alle problematiche che la realtà ci mette di fronte, perché ne riduce la complessità – che è quanto rende arduo trovare risposte – all’opera di un “cattivo” da combattere, creato con una grossolana ipotesi ad hoc di tipo complottistico. Un infantilismo che sostituisce il faticoso processo di progettazione di risposte, le quali – per problematiche di questo livello – non possono che richiedere una messa in discussione della nostra immagine del mondo, dei modelli di sviluppo, degli stili di vita, nonché la creazione di nuove e alternative concezioni della convivenza civile, tanto mondiale, quanto nazionale e locale.

Quel cittadino che ha telefonato l’altra sera, però, né è isolato, né rappresenta solo la destra (o una certa destra): è invece rappresentativo della cultura di massa che informa il modo di far politica di gran parte dei cittadini – certamente di quelli italiani, probabilmente non solo di loro. Ne sia prova il movimento che da qualche settimana è al centro dell’attenzione dell’opinone pubblica, le cosiddette “Sardine”. Le quali scrivono sul loro “manifesto”:

Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita. (…) Adesso ci avete risvegliato. (…) Lo sapete cosa abbiamo capito? Che basta guardarsi attorno per scoprire che siamo tanti. (…) Siamo un popolo di persone normali.

Persone così fanno politica allo stesso modo del signore di cui sopra: senza pensare, senza studiare la realtà e senza provare a capirla. Al punto che non solo sono populisti (portano in piazza le persone senza distinzioni né proposte, ma con la sola parola d’ordine di combattere l’avversario), ma addirittura lo dicono (“siamo un popolo”), senza però essere consapevoli né dell’una, né dell’altra cosa, visto che il loro nemico sono proprio… i populisti!

Quando scrivo queste cose, mi sento dare del disfattista, perché sarebbe da salutare con entusiasmo il fatto che tante persone si mobilitino per contrastare una destra xenofoba, spesso anche razzista, antieuropeista, aggressiva fino alla violenza, ecc. Capisco l’obiezione, ma non la condivido: se quella destra è lì, la responsabilità è anche delle migliaia di mobilitazioni senza pensiero e senza progetti che ho visto da quando, a metà degli anni Settanta, ho iniziato a seguire la politica. Sì, perché il problema non sono le Sardine, ma la coazione a ripetere che esse rappresentano; il problema è una certa concezione di quella che viene chiamata “politica dal basso”, ma che perlopiù è solo politica di basso profilo.

Chiariamoci bene: non sto affatto sostenendo che la politica debba essere fatta dall’alto; al contrario, penso che “politica” sia l’opera del cittadino negli affari della polis, termine che se nell’antichità designava la “città”, oggi individua invece il mondo intero (“nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà”, recitava la canzone di Pietro Gori). La politica è compito dei cittadini, tutti i cittadini, quindi deve essere fatta dal basso.

Ma, per fare politica, il cittadino non può limitarsi a protestare, rivendicare, ovvero a mettere in piazza le proprie insoddisfazioni, chiedendo a chi governa – al potere – di dare risposta al suo malcontento; ha invece il dovere di partecipare alla costruzione delle risposte. Ma affinché queste ultima possano essere concrete, realizzabili e non lesive degli altrui diritti, il cittadino ha anche il dovere di mettere da parte il proprio immediato interesse (anche quando faccia parte dei meno avvantaggiati) e di conoscere e studiare la complessità della realtà; in caso contrario finirà per cadere in un conflitto di interessi e – soprattutto – non avanzerà proposte ma solo rivendicazioni, oppure farà proposte di corto respiro, che potranno al massimo rispondere ai suoi problemi creandone di nuovi ad altri.

I movimenti di piazza, dagli anni Settanta in poi (cioé da quando la crisi petrolifera successiva alla chiusura del Canale di Suez a causa delle guerre arabo-israeliane ha fatto concretamente percepire la fine del sogno della “crescita infinita”), hanno sempre più trascurato lo studio e la progettazione di alternative, limitandosi alla rivendicazione. Sia chiaro: è ovvio che in piazza non si pensa, né si progetta, ma ci si limita a manifestare; ma fino agli anni Settanta chi andava in piazza lo faceva per manifestare il proprio supporto alle proposte elaborate dai soggetti collettivi che li rappresetavano nelle Istituzioni – i partiti, in Italia precisamente il PCI. Era all’interno di quei soggetti collettivi che si studiava e progettava: lo facevano i rappresentanti politici eletti dai cittadini, lo facevano gli intellettuali (allora ancora “militanti”), lo facevano anche almeno una parte dei cittadini, grazie alle strutture messe loro a disposizione dai partiti.  Poi, prima a causa del frazionamento delle cosiddette “sinistre radicali” (che inizialemente erano solo critiche nei confronti del “socialismo reale”), poi con l’avvento del cosiddetto “partito leggero” (che di fatto ha significato la riduzione del partito alla sola classe dirigente e il suo isolamento dalla realtà sociale) i movimenti hanno finito per manifestare esclusivamente il loro privato malcontento. Con due soli obiettivi, del tutto residuali: sedare la frustrazione dell’impotenza con la percezione di “essere in tanti”; provare ad arginare, o se possibile deviare, il corso dato alla polis dal potere, un corso che ha via via finito per essere sempre il medesimo sia che il potere fosse nelle mani della destra, sia che fosse in quelle della sinistra, dato che entrambe condividevano la medesima immagine del mondo.

Oggi questa deriva prosegue inesorabile, accomunando i VaffaDay dei Cinquestelle e i Friday For Future, i Gilet Gialli francesi e le manifestazioni contro la guerra, le proteste di Potere al Popolo e le Sardine: tutti in piazza contro qualcuno, ma senza alcun proposta, o al massimo con rivendicazioni prive delle concrete procedure per poter essere soddisfatte. Con il risultato che niente di quel che viene chiesto verrà mai soddisfatto, così come successo a quel che è stato chiesto in passato da analoghi movimenti, tutti populisti perché basati solo sul valore dell’unità dei manifestanti, tutti di bassa lega perché mai proponenti una concreta e alternativa immagine politica del mondo.

E allora – con tutto il rispetto per la buona volontà e l’energia di chi va in piazza – mi permetto di dire questo, proprio questo è disfattismo: perseverare nell’errore infantile di protestare invece di proporre e nella grossolanità di pensare che i problemi della polis siano solo quelli che ci riguardano direttamente. C’è bisogno, certo, di “politica dal basso”: ma non in piazza, bensì nelle biblioteche, nelle sale da congresso, nei circoli. Perché serve un’alternativa, non una protesta. O tutto finirà, come sempre, nel nulla.

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Una riflessione politica sulla sicurezza

Che la sicurezza, a torto o a ragione, sia oggi un tema centrale della politica ce lo mostra quotidianamente l’attuale Ministro degli Interni, ma è evidente da mille altri segnali, per esempio dal libro dell’ex Ministro ed esponente del PD Carlo Calenda, Orizzonti selvaggi: capire la paura e ritrovare il coraggio, nel quale essa gioca fin dal titolo un ruolo anche troppo importante. Ma quello della sicurezza è un tema complesso e scivoloso, non foss’altro perché, com’è noto, mentre la percezione di insicurezza cresce, i reati diminuiscono costantemente. Fenomeno, quest’ultimo, in prima approssimazione sorprendente e che richiederebbe una lettura più attenta per essere compreso nel suo significato reale, ma che invece viene liquidato o dando valore alla sola percezione, in modo da cavalcarla politicamente, oppure considerandola mero segno di ignoranza, lasciandosi così sfuggire le ragioni di chi comunque la prova.

Nardelli Insicurezza

In realtà, ridurre la sicurezza all’ordine pubblico è un’imperdonabile semplificazione: si può essere insicuri perché crescentemente minacciati dalla criminalità, ma anche perché si teme la perdita del lavoro, di ricevere una pensione da fame quando non si potrà più lavorare, di ammalarsi e perdersi nei meandri di un sistema sanitario pubblico sempre meno affidabile, oppure perché il legame sociale si allenta sempre più e ci fa sentire soli, o ancora perché – come ricordato nei giorni scorsi da chi manifestava per il clima – l’ambiente si degrada sempre più e mette a rischio il nostro futuro. Questi e altri fattori, ben diversi dalla criminalità e dalla presenza di “stranieri” sentiti come minacce, entrano a produrre quella percezione di insicurezza che, non analizzata, stricto sensu non corrisponde alla realtà. Ed è proprio la complessa interazione di questi fattori che Michele Nardelli e Mauro Cereghini, nel loro breve ma denso libro Sicurezza (Edizioni Messaggero, Padova 2018, 102 pagine, 10 euro), prendono in esame per affrontare tale tema, ma anche e soprattutto quello più generale della politica e delle sue prospettive future.

Va subito detto che il libro è attraversato, quasi incorniciato, proprio dalla questione ambientale, rilevantissima e in questi giorni sulla bocca di tutti. I due autori la toccano nella prefazione, quando osservano come il «diritto diseguale» del «prima noi», tipico del neoliberismo dominante, derivi dal fatto che «le risorse disponibili non bastano per tutti» (11); la riprendono più volte, ricordando per esempio come da oltre trent’anni politici di destra (Bush padre) e sinistra (Tony Blair) abbiano esplicitamente sostenuto che modello di sviluppo e stili di vita dei cittadini dei loro paesi (ricchi) non sono negoziabili; la confermano nelle conclusioni, quando – senza alcun giustificazionismo – invitano a «interrogarsi sulle motivazioni che portano dei ragazzi al suicidio terrorista», ricordando che la violazione dei diritti umani, l’esclusione e la violenza da essi vissute nei loro paesi «deriva anche dai nostri stili di vita e di consumo insostenibili, e dalle scelte dei governi che per garantirli intervengono ovunque nel mondo» (97). È perciò proprio la questione ambientale e dei limiti di sostenibilità delle azioni dell’uomo sulla terra – letta non tanto nell’ottica della salvaguardia del pianeta, quanto da quella della equa condivisione da parte di tutti i suoi abitanti – che i due autori del libro ci indicano come la scaturigine di molti dei fattori che sono parte della moderna insicurezza.

È il caso della «grande menzogna dello scontro di civiltà» (29), «evocato per stabilire un presunto primato di cultura e giustificare il diritto all’esclusione, a fronte di un modello di sviluppo insostenibile considerato non negoziabile» (32). Una menzogna che si declina poi come «una guerra globale dichiarata più o meno consapevolmente verso il prossimo, nella quale ciascuno è mobilitato a difesa del proprio stile di vita» (32), quella “terza guerra mondiale” di cui spesso parla Papa Francesco. Una guerra che è però di tutti contro tutti, perché le disuguaglianze, macroscopiche a livello globale tra i cittadini dei paesi poveri e quelli dei paesi ricchi, crescono anche all’interno di questi ultimi a causa dello smantellamento del welfare pubblico, della riduzione dei budget per i sistemi sanitari e del taglio delle pensioni, non sostituiti da «forme più avanzate di servizi su base mutualistica o comunitaria» (49). Come ogni guerra, anche questa sospende i diritti universali – sostituiti da privilegi di razza, nazionalità, casta, censo – facendo crescere il numero degli esclusi e amplificando in tal modo, anche grazie ai media, quella “percezione” di insicurezza su cui poi opera chi ha costruito la menzogna, dando però risposte di mera autoreclusività che l’intensificano ancora di più. Citando Paura liquida di Zygmunt Bauman: «l’opinione secondo cui il “mondo là fuori” è pericoloso ed è meglio evitarlo, è più diffusa tra coloro che di rado escono la sera», né c’è modo si sapere se essi non escano perché avvertono il pericolo o lo provino proprio perché non hanno familiarità con le strade la sera…

Ma le paure e le guerre non si possono comprendere se non si elaborano i conflitti, indagandoli. E questo Nardelli e Cereghini lo sanno bene, forti della loro esperienza nei Balcani dopo la guerra intestina della ex Jugoslavia – della quale anni fa avevano dato conto nel loro Darsi il tempo (EMI, Bologna 2008). Un processo, quello dell’elaborazione del conflitto, che richiede «un contesto accettato da tutte le parti e poi conoscenza, fiducia, terzietà, capacità di dialogo e di mediazione, autorevolezza, forza… Non equidistanza, perché in genere i gradi di responsabilità sono diversi, piuttosto equiprossimità. Mettersi nei panni dell’altro, quando l’altro è imperdonabile, non significa relativizzare il male, ma comprenderne la normale e umana complessità» (66-67). Un processo filosofico, verrebbe da chiosare, e infatti non a caso già all’epoca di Darsi il tempo ci fu un mutuo riconoscimento di prossimità tra la mia pratica di consulenza filosofica e quella di elaborazione dei conflitti svolta da Nardelli in Bosnia.

Senza un tale lavoro di «elaborazione condivisa» paure e insicurezze non possono passare. Ma quel lavoro diviene impossibile se si alzano muri per dividerci dai “diversi”, se si usano «le identità in chiave oppositiva, non accettando di riconoscere il dolore dell’altro e dunque la sua umanità» (69), com’è avvenuto spesso nei dopoguerra e come sta accadendo adesso nei confronti dei migranti. Solo «apertura, incontro e conoscenza reciproca», praticate attraverso un «esercizio di apprendimento permanente» che ci faccia riconoscere e comprendere gli altri e le loro culture, sono «l’antidoto alla paura» (70).

Diviene così chiaro come “sicurezza” sia un concetto polisemico, del quale vanno affrontate le molte sfaccettature e non – come si tende a fare – il solo aspetto d’ordine pubblico. In primo luogo c’è, come detto, la sicurezza ambientale, del tutto fuori dal dibattito politico pubblico (a parte dopo le recenti manifestazioni per il clima) nonostante la sua latenza sia all’origine delle grandi migrazioni; per costruirla è necessario «ridurre l’impronta ecologica sul pianeta, dalla sfera globale a quella del comportamento individuale» (87), ovvero «accettare il limite quale misura delle scelte, anziché la crescita infinita» (82). C’è poi la sicurezza sociale, da affrontare in primo luogo tornando a coltivare sanità e previdenza pubbliche, ma – vista la generalizzata crisi fiscale degli Stati – anche connettendole con il welfare comunitario, così da sviluppare un sistema di assistenza sociale territoriale, di quartiere, che faccia interagire istituzioni, professionisti, volontari, cittadini e utenti, in un sistema che ricostruisca anche il legame sociale. Essenziale, quest’ultimo, per far crescere la sicurezza personale, la percezione negativa della quale dipende dall’isolamento e dalla solitudine prodotte dagli stili di vita delle nostre città e che per consolidarsi necessita anche della ricostruzione degli spazi di incontro oggi abbandonati a favore dei periferici «“non luoghi” serializzati, come centri commerciali, villaggi turistici o mercatini di Natale» (85). E ancora, c’è una sicurezza che potrebbe essere definita globale, costruibile attraverso «l’impegno a prendersi cura della pace» (92), anche uscendo «dalla retorica di società senza conflitti» (93) e «andando così oltre l’antimilitarismo di maniera del “senza se e senza ma”, quando al contrario i “se” e i “ma” sono la chiave per capire e abitare i fenomeni di un tempo sempre più interdipendente» (95).

Siamo lontani mille miglia, lo si vede bene, dall’ordinario modo di parlare non solo di sicurezza, ma anche di politica, perché qui si rifuggono le semplificazioni e si invita ad affrontare la realtà nella sua complessità. Senza tuttavia scivolare nell’astratto o nel criptico, sempre con un linguaggio semplice e chiaro, oltre che con riferimenti molto concreti. Gli spunti che ne emergono sono moltissimi, ben aldilà di quel poco a cui è stato possibile accennare in questa breve analisi. Tanto che, se c’è un difetto che si può addebitare al libro, questo è la sua sinteticità, che lascia solo intravedere proposte e scenari possibili i quali, probabilmente, possono sfuggire a chi non conosca gli autori o il contesto teorico e pratico nei quali operano. Un difetto veniale, auspicabilmente superabile con l’ampliamento del dibattito e con l’uscita di altri scritti, che approfondiscano alcuni degli aspetti importanti toccati da questo lavoro.

 

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Allarme razzismo? Sì, perché è nel Governo

In questi giorni sui media si è parlato spesso di allarme razzismo, mostrando il reiterarsi di aggressioni riconducibili alla discriminazione razziale. Certo la cosa “fa notizia” e, vista la cattiva abitudine dei media di enfatizzare tutto ciò che può far alzare le vendite, non c’è dubbio che abbia in parte ragione chi denuncia la presenza di qualche strumentalizzazione, come quella dello squallido tweet di Renzi qui riportato:

Che l’ex Presidente del Consiglio, non pago dei danni fatti in passato, stesse strumentalizzando è chiaro: non solo parlava prima di conoscere chi e perché avesse agito, ma usava un “selvaggiamente picchiata” che con il lancio di uova ben poco aveva a che fare.

Rimane tuttavia il fatto che gli episodi di aggressioni a immigrati o rom esistono eccome: questo articolo della fine di luglio ne censisce trenta (denunciati) in due mesi, cioé uno ogni due giorni dalla formazione del governo. Non pochi e non sottovalutabili. Sebbene, anche in questo caso, servirebbero dei dati per dichiarare apertamente che le cose siano davvero peggiorate e che non si tratti solo di un fenomeno già esistente al quale adesso si stia dando maggiore attenzione mediatica.

Personalmente ho non poche perplessità a parlare di un “allarme razzismo” scoppiato negli ultimi due mesi: per me l’allarme razzismo esiste da tempo e l’acuirsi del problema lo si vede non dall’incremento degli episodi, ci sia stato o meno, ma dal fatto che – diversamente dal passato – la cultura razzista si è fatta palese e trova un amplificatore nel Governo stesso. E su questo piano l’incremento c’è stato ed è stato forte.

Tutto è iniziato con lo slogan legnista “primagliitaliani”, semanticamente discriminatorio e xenofobo, sebbene non ancora razzista. E’ poi proseguito con affermazioni di Salvini quali la celebre “i rom italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere”, per la quale il viceprimoministro ha una denuncia pendente per istigazione all’odio razziale. E’ andato quindi avanti con il trattamento cinico riservato ai migranti naufraghi nel canale di Sicilia (con aumento dei morti pur nella netta diminuzione degli arrivi). E ha trovato la consacrazione con le inquietanti dichiarazioni del Ministro della Famiglia Lorenzo Fontana del 3 Agosto.

E vediamole, queste dichiarazioni di Fontana.

I fatti degli ultimi giorni rendono sempre più chiaro come il razzismo sia diventato l’arma ideologica dei globalisti e dei suoi schiavi (alcuni giornalisti e commentatori mainstream, certi partiti) per puntare il dito contro il popolo italiano, accusarlo falsamente di ogni nefandezza, far sentire la maggioranza dei cittadini in colpa per il voto espresso e per l’intollerabile lontananza dalla retorica del pensiero unico.

A parte la difficoltà di capire chi e cosa siano “i globalisti” e perché giornalisti e partiti siano i suoi (sic!) “schiavi”, si evidenzia la presenza di un “popolo italiano” di cui, a rigore, fa parte anche chi non la pensi come il ministro (chi scrive, così come “i globalisti” e i “suoi schiavi”), visto che pur sempre di italiani si parla, e di un “pensiero unico” che però, curiosamente, non è né quello del “popolo italiano”, né quello del Governo, quindi tanto “unico” non può essere. Ma andiamo avanti.

Una sottile e pericolosa arma ideologica studiata per orientare le opinioni. Tutte le prime pagine dei giornali, montando il caso ad arte, hanno puntato il dito contro la preoccupante ondata di razzismo, per scoprire, in una tragica parodia, che non ce n’era neanche l’ombra.

Ora, le pagine dei giornali che puntavano il dito sull’ondata di razzismo proprio “tutte” non erano, visto che Il Giornale, Libero, Il Foglio e in buona parte anche Il Fatto Quotidiano in realtà erano invece impegnati a minimizzare il significato (quando non a negare il dato) degli attacchi ricevuti da stranieri; attacchi che come visto ci sono e che perciò non possono aver fatto “scoprire” che di razzismo “non ce n’era neanche l’ombra”, ma che, al contrario, debbono quanto meno far tenere alta la guardia. Per Fontana, invece

Se c’è quindi un razzismo, oggi, è in primis quello utilizzato dal circuito mainstream contro gli italiani.

Anche qui, cosa sia e come si individui questo “circuito mainstream” è difficile dirlo, ma è ancor più difficile capire come esso possa volgersi “contro gli italiani”, essendo un circuito composto proprio da italiani: che si tratti di un autodafé? Vediamo che ne pensa Fontana:

La ragione? Un popolo che non la pensa tutto alla stessa maniera e che è consapevole e cosciente della propria identità e della propria storia fa paura ai globalisti, perché non è strumentalizzabile.

Ora, in Italia il “popolo” (ammesso e non concesso che parlare di una tale entità abbia senso) non ha mai pensato tutto nella stessa maniera, lo dimostra la storica difficoltà di realizzare dei governi tenendo assieme i rappresentanti di idee spesso diversissime tra loro – una difficoltà che il Ministro Fontana dovrebbe conoscere bene visto che il suo governo detiene il record di tempo impiegato per formarsi in tutta la storia della Repubblica. Solo che se un popolo non la pensa tutto nella stessa maniera, come pare desiderare il Ministro, allora non può avere un’identità unica né interpretare la storia in un solo modo, cosa che contraddittoriamente sembra essere un altro suo desiderata. Il Ministro pare quindi molto, molto confuso.

Sarà forse questa la ragione per cui, a questo punto, egli manifesta tutta la sua anima razzista?

Abroghiamo la legge Mancino, che in questi anni strani si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano.
I burattinai della retorica del pensiero unico se ne facciano una ragione: il loro grande inganno è stato svelato.

Dunque, prima Fontana propone di eliminare la legge che rende reato il razzismo, cosa che può fare solo chi non lo ritenga reato, ovvero sia razzista e ritenga giusto esserlo; poi parla di “razzismo anti-italiano”, di fatto avvalorando l’idea che l’essere italiani abbia qualcosa a che fare con la “razza” (chi critica gli italiani odia la “razza italiana”), una cosa mai sentita prima (forse neppure in epoca fascista) e che evidentemente alberga nella testa del nostro Ministro – ahinoi! – della Famiglia.

Idee – se le vogliamo chiamare così – di questo genere vanno di fatto a confermare tutti i peggiori timori contenuti nello slogan “primagliitaliani”, che da discriminatorio e xenofobo si fa qui razzista: gli italiani, per il Ministro della Famiglia, sono una razza e chi li critica è razzista. E – per lo slogan del suo partito – questa razza è über alles, viene prima delle altre, che esistono e vanno discriminate.

Solo che quel partito è al Governo, anche se in larga minoranza, e ha l’appoggio silenzioso del partito di maggioranza nel Paese; il Vicepresidente del Consiglio è il suo leader e il confuso estensore di quelle parole uno dei Ministri. Di fronte a tutto questo diventa inevitabile concludere che sì, un “allarme razzismo” c’è. Ed è anche piuttosto preoccupante.

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