Considerazioni inattuali sulla genitorialità omosessuale

Vorrei chiudere un anno piuttosto triste per la riflessione politica e sociale con alcune osservazioni su un tema piuttosto dibattuto e sul quale anche le istituzioni si apprestano a darsi delle regole. E’ probabile che non tutti apprezzino quanto dirò. Ben vengano le osservazioni critiche, a patto che non siano solo anatemi o mere dichiarazioni di diversa opinione prive di ragioni a sostegno: di partiti contrapposti ce ne sono anche troppi, è l’ora che il conflitto si spinga fino alla comprensione delle strutture che sostengono le opinioni.

Diversamente da molti cattolici conservatori, ritengo che chiunque sia sentimentalmente legato a un’altra persona e voglia condividere con lei la propria vita abbia il diritto di vedere riconosciuta la propria unione dalle istituzioni dello stato in cui vive, con pari dignità e diritti di cittadinanza, a prescindere dalla nazionalità, dalla razza, dal ceto e anche dal sesso dei membri della coppia.

Sempre diversamente da molti cattolici conservatori, ma anche da alcuni psicologi senza cognizioni critico-epistemologiche, non ritengo per niente necessario che “ogni figlio debba avere un padre e una madre”: sono cioé certo che un bambino possa crescere con le cure solo di una madre, o solo di un padre, o anche solo di uno zio o di un gruppo di affezionati assistenti non congiunti, in assenza di padre e madre. La riuscita o meno dipende da condizioni socioculturali che oggi rendono forse un po’ più difficile la crescita “extrafamiliare”, come sempre avviene nei cambiamenti della cultura umana, ma certo non impossibile.

Tuttavia, diversamente da molti sedicenti progressisti, non ritengo neppure che la genitorialità sia un diritto universale di cui dovrebbe godere qualunque coppia sentimentalmente legata, anzi, mi appare molto chiaro come in alcuni casi una tale pretesa sia del tutto priva di senso. Tra quei casi ci sono appunto quelli delle coppie omosessuali.

Con qualche inevitabile semplificazione assertiva, cercherò di spiegare perché.

La ragione concreta per cui nel mondo umano esistono le coppie è che esse generano figli e che questi, diversamente dalla maggior parte dei “cuccioli” di altri esseri viventi, impiegano un tempo lunghissimo per diventare autonomi: ciò ha reso necessaria una “stabilizzazione” della coppia, “stabilizzazione” che, nel corso dei millenni di cultura umana, ha prodotto fenomeni spirituali quali il sentimento e l’amore di coppia. Senza la lunga gestazione dei figli, un legame stabile di coppia forse non sarebbe neppure mai nato, o comunque non sarebbe oggi egemone, perché si basa su un progetto esistenziale comune – crescere i propri figli – terminato il quale almeno fino a non molto tempo fa ci si ritrovava o ormai legati quanto bastava per non desiderare di cambiare partner, oppure stanchi e anziani quanto bastava per non poterlo fare neanche desiderandolo.

Questo significa che la coppia stessa esiste come fenomeno umano solo perché “funzione” dei figli.

È tuttavia vero che in tempi recenti le cose sono repentinamente cambiate. Da almeno cinquant’anni, nelle società materialmente più avvantaggiate, è del tutto possibile per un genitore crescere figli senza il supporto dell’altro genitore e – soprattutto – già da oltre un secolo non mancano coppie formatesi sulla base di progetti diversi dalla procreazione: coppie di scienziati,  artisti, animatori sociali e politici, professionisti, che si scelgono e si amano con il progetto condiviso di affermare “valori” e realizzare “cose”, assieme, nel mondo, e non di fare figli.

Tuttaciò non toglie però il fatto che la coppia, in quanto tale, poggi ineludibilmente su un progetto comune. Quel che cambia, con la modernità, è che si apre la possibilità di mantenere i contenuti spirituali della coppia (sentimento, legame, amore) poggiandoli però su una base materiale diversa: non più “crescere figli”, ma “fare cose importanti per i figli degli altri” (e anche per i padri e le madri). Perché il progetto esistenziale su cui poggia la coppia è poi la ragione nascosta a seguito della quale ci si innamora “di quella” persona, tra le mille che incontriamo: perché proprio lei ci appare la più adatta per realizzate assieme il nostro progetto di vita. Che questo di solito non ci sia pienamente consapevole ma passi solo attraverso la sfera del sentimento non cambia la sostanza del discorso.

È vero che, qualche volta, ci si sbaglia: il perfetto genitore dei nostri figli, o il fantastico partner per il nostro progetto di vita da scienziati, risulta a posteriori inaffidabile, inadeguato, perfino indecente. Ma questo fa parte del gioco umano: non abbiamo la sfera di cristallo, mai.

Ed è vero anche che, qualche volta, le cose vanno storte: il partner ideale per la nostra esistenza artistica diventa lentamente ma inesorabilmente cieco e non può più supportarci, oppure il genitore ideale dei nostri figli scopre di essere sterile. Qui siamo di fronte a deficit imprevisti e imprevedibili, a malattie che si manifestano, o si scoprono, quanto ormai è tardi. Talvolta arrivano a causare la fine del sentimento e della coppia stessa, altre volte le fanno rivedere progetti, più spesso fanno assumere la consapevolezza della patologia e spingono a provare a curarla.

L’ultima situazione, però, è completamente priva di senso nel caso di una coppia omosessuale, che non è malata, bensì diversa: la sua diversità consiste proprio nel non essere una coppia procreatrice, di non esserlo fin dall’inizio, mancandole – di principio e non per accidente – le caratteristiche necessarie. Il sentimento che lega una tale coppia, perciò, o è semplicemente distorto (frutto cioé dell’errore umano elencato prima, che ci fa vedere il partner giusto laddove invece oggettivamente non lo è), oppure non può che scaturire da tutt’altro progetto, così come da altro scaturisce quello che lega coppie di artisti, scienziati e via dicendo.

Detto diversamente: se uno dei due membri di una coppia omosessuale prova un sentimento genitoriale ha semplciemente sbagliato partner: deve cercarne uno dell’altro sesso, uno cioé adatto a realizzare il progetto procreativo. E, forse, deve anche interrogarsi sulla sua omosessualità, per capire se sia vera, cosa la sostanzi.

Ciò significa che rincorrere la genitorialità ha, per una coppia omosessuale, tutta una serie conseguenze nefaste:

  • fa perdere la consapevolezza della diversità della coppia rispetto a quelle eterosessuali, spingendola a scimmiottarle invece che a realizzarsi in modo originale e congruo;
  • fa perdere anche senso e ragioni del sentimento che la lega assieme;
  • rende la coppia dipendente e al tempo stesso sfruttatrice (spesso con scambio economico mercantile) di terzi, i fornitori del “servizio” procreativo;
  • la rende perciò anche parassitaria delle esistenti situazioni di degrado (bimbi abbandonati, povertà o assenza di scrupoli emotivi di chi “vende” il servizio, ovvero il proprio figlio, ecc.), invece che farne un agente del loro superamento;
  • torna a dare una parvenza di legittimità alla categoria della patologia per l’omosessualità, perché solo quella categoria permette di riconoscere bisogno ineludibile una cosa irrealizzabile di principio.

Dovrebbero essere le coppie omosessuali stesse, pertanto, ad opporsi a chi si batte per un presunto loro diritto alla genitorialità, perché ne va della dignità della loro diversità. E personalmente ne conosco diverse che si oppongono, ma evidentemente non sono abbastanza, visto che il tema viene portato avanti rivendicativamente a livello anche politico e che a breve il nostro Parlamento potrebbe votare una legge che, in buona sostanza, istituzionalizza questo non senso. Ovviamente – com’è normale nella nostra ridicola realtà politica – senza una discussione che meriti di essere chiamata tale ma solo avanzando a spallate tra partiti contrapposti.

Personalmente, da frequentatore di omosessuali fin dall’adolescenza e da critico della famiglia – origine delle più profonde e sofferte problematiche esistenziali che l’uomo porta con sé, oltre che luogo ove avvengono il maggior numero di violenze – è proprio da “coppie diverse” che mi attendo una spinta e una lungimiranza per superarla. Sentire anche da loro riprendere, per giunta in modo incongruo, il tema del “diritto alla genitorialità” è profondamente sconsolante.

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21 thoughts on “Considerazioni inattuali sulla genitorialità omosessuale

  1. Augusto Cavadi ha detto:

    Neri caro, per brevità non riprendo i molti punti su cui concordo con te e vado dritto al punto di dissenso: per me sarebbe bene che uno Stato democratico prevedesse anche per gli omosessuali la possibilità di diventare genitori. Conosco le ragioni contrarie alla mia opinione (tra l’altro il quotidiano “La Sicilia”, anni fa, contrappose in una stessa pagina le interviste a Rosario Crocetta, attuale presidente della Regione – gay e contrario – e a me, eterosessuale e favorevole): ma non mi convincono. Un passaggio decisivo del tuo ragionamento mi pare questo: “se uno dei due membri di una coppia omosessuale prova un sentimento genitoriale ha semplicemente sbagliato partner: deve cercarne uno dell’altro sesso, uno cioé adatto a realizzare il progetto procreativo. E, forse, deve anche interrogarsi sulla sua omosessualità, per capire se sia vera, cosa la sostanzi”. Francamente mi chiedo come possa scrivere una cosa del genere uno che, come te, conosce e frequenta coppie omosessuali: per chi è tale, è forse possibile optare fra un partner del proprio sesso e uno del sesso opposto? Sappiamo che non è così e che dunque l’alternativa che ventili è irrealistica. Né mi pare che la tua tesi sia rafforzata dalla precisazione successiva: se uno avverte il desiderio di essere padre (o madre), perché dovrebbe mettere in dubbio la propria omosessualità? Si tratta forse di sentimenti che si escludono? Conosco molte coppie che si mettono insieme per attrazione reciproca, che a un certo stadio della loro storia decidono di fare un figlio e che – sperimentando l’impossibilità fisica di realizzare questa decisione – continauno la relazione di coppia senza pentimenti e senza ripensamenti.
    Posta la pari opportunità giuridica per coppie omo- ed etero-sessuali, ad entrambe suggerirei piuttosto (ma sarebbe appunto una “persuasione morale”) di ricorrere alla procreazione fisica solo come “extrema ratio”: prima si dovrebbe esplorare e verificare l’ipotesi dell’adozione di bimbi già nati e abbandonati. Se il sentimento della paternità/maternità è autentico – e non è il travestimento della propria tendenza al possesso e alla proprietà – può esercitarsi altrettanto bene con minori già partoriti da genitori irresponsabili o sfortunati.
    Nella speranza di aver portato qualche argomento e poche opinioni in libertà, approfitto anche di questo medium per augurarti uno splendido 2016.
    Augusto Cavadi

    • Neri Pollastri ha detto:

      Caro Augusto, Buon 2016 anche a te! Le tue osservazioni mi servono a precisare le cose che scrivevo.

      Sì, a me pare proprio che omosessualità e genitorialità siano cose che si escludono. Perché non ci si innamora “della persona”, bensì di ciò che essa dischiude nella realizzazione della nostra vita, quindi se sono attratto solo da persone con cui palesemente non posso realizzare un progetto esistenziale come la procreazione, allora questa non è compatibile con il mio orizzonte emotivo-sessuale. Daltronde, prova un po’ a prendere una coppia omosessuale desiderosa di genitorialità, mettila su un’isola deserta e guarda se la loro attrazione è o non è incompatibile con la procreazione… La realtà, come sempre, mi pare assai più istruttiva di tanti discorsi su astratti diritti…
      Concordo con te che non si possa con ciò imporsi di farsi attrarre dal sesso che non ci attrae: l’universo del desiderio si sottrare alla volontà, al massimo può essere obbligato, ma non è una bella cosa.
      Non concordo invece con l’idea che due sentimenti contraddittori ed esclusivi non possano che rimanere tali: i desideri non sono “puramente naturali”, anzi, se lo fossero non sarebbero mai né contraddittori, né esclusivi; sono, invece, prodotti da condizionamenti culturali, svelando i quali cambiano consistenza, si trasformano in altro. L’idea dell’assoluta priorità del sentire e della sua totale indipendenza dal cosiddetto “razionale” è il cancro culturale delle nostre società individualistico-emotiviste, è il cosiddetto “errore di Cartesio”, è l'”ama e non pensare” delle riviste di “folk psychology”.
      Tagliando le cose con l’accetta, io penso che ci siano molti omosessuali con sentimenti per i loro partner coerenti alla loro omosessualità e altri invece che non li hanno coerenti. Questo creerebbe loro insormontabili sofferenze sulla summenzionata “isola deserta”; non trovandosi su quella ma in un consesso sociale, chiedono a questo un aiuto per fare quello che non potrebbero, come tutti gli altri, fare da soli. Esattamente come fanno i soggetti portatori di handicap. Con ciò squalificando la dignità di quella coppia per la quale si battono. E uno stato che, di fronte a questa confusione emotiva, invece che preoccuparsi di dissiparla, l’accetti e le vada incontro legiferando sulla base di diritti astratti concretamente irrealizzabili a meno dell’affiancamento di altri non sensi (ne elencavo altri nel mio intervento) è a mio parere uno stato inadeguato e pericoloso.
      Forse capirai adesso perché il tema mi appassioni: non perché abbia niente contro gli omosessuali, né perché tema il loro (fingere di) essere genitori mi preoccupi, ma perché questo è un esempio di abdicazione dell’intelligenza e del pensiero di fronte a (pericolosi) dogmi della cultura contemporanea, qual è quello della priorità e intangibilità del desiderio. Esistono a profusione “desideri sbagliati”, com’è secondo me la genitorialità in una coppia omosessuale, di fronte ai quali non è questione di dar loro una risposta, né di appellarsi al “diritto individuale”, bensì è questione di favorire la comprensione delle ragioni (e anche delle cause) per cui sono sbagliati, e poi vedere se ne nascono “desideri giusti”.
      Per inciso, questo, in primo luogo e fondamentalmente in modo esseziale, è il compito e il lavoro di un filosofo consulente.

  2. renato pilutti ha detto:

    Concordo, caro Neri, soprattutto sulla seconda e più densa parte del tuo pezzo: infatti “avere figli” non è un diritto, ma, detto con parole forse un po’ “teologiche”, un dono, e comunque una condizione che deriva da tutto il processo naturale dei mammiferi umani, direi addirittura, paleoantropologico, cui tu fai cenno con rigore. Il fatto che l’omosessualità sia essenzialmente e ontologicamente una declinazione della normalità umana, semmai conferma la tua tesi di fondo, che condivido.
    Sarei invece più problematico sul tuo discorso iniziale, quello, in sostanza, dell’educazione, e la metto così. Posto che è vero quanto affermi, cioè che un bimbo può crescere bene in contesti affettivi anche molto diversi, non sarà mai facile rispondere a uno di loro che chiedesse “dov’è il mio papà, o dov’è la mia mamma?” constatando che gli altri bimbi ce , l’hanno solitamente un papà e una mamma… e lui magari ha due papà e due mamme. Questo è un delicatissimo tema che il tuo articolo lascia aperto…
    Infine, il tema del “diritto” ad avere un figlio da parte delle coppie omosessuali potrebbe spingere su un tracciato che, francamente, aborro sotto il profilo naturale e quello etico: l’utero in affitto et similia.
    Il 2016 sia propizio a te, a tua moglie e a tuoi cari, mandi (friul. stai bene, dal lat. “mane diu”)

    renato

    • Neri Pollastri ha detto:

      Caro Renato, ricambio gli auguri e preciso un paio di cose.
      La prima è che non posso seguirti sull’uso del termine “natura”, perché – come tutti i concetti – è un costrutto artificiale ed è quindi in sé contraddittoria (almeno se usata in ambito teoretico). Noi possiamo solo dire che ci sono cose che accadono e cose che non accadono, cose che possono accadere e cose che non possono accadere. La coppia e la famiglia sono cose che sono accadute sulla base di condizionamenti materiali (e anche culturali, perché poteva benissimo succedere che invece della famiglia si sviluppassero le tribù comunitarie, ma la storia umana ha preso un’altra strada), ma non sono “naturali”, così come non è detto che abbiano un futuro remoto.

      Questo significa che la difficoltà di dire a un bambino perché lui non abbia il padre (o la madre) e invece abbia due madri (o due padri) è un problema oggi, ma non lo sarebbe un domani in cui – estremizzo – la maggioranza delle coppie fossero omosessuali: in quel caso il problema sarebbe spiegare al bambino perché solo lui ha un padre e una madre, mentre solitamente gli altri hanno due genitori dello stesso sesso! Fermare lo sviluppo delle architetture sociali solo perché implicano una rieducazione dei suoi protagonisti è da conservatori e basta, non ha nulla a che fare con la presunta “natura”. Poi, sia chiaro, uno ha anche il diritto di essere conservatore; non quello di avvalersi del presunto concetto di natura.

      Tu te ne avvali invece anche riguardo al tema dell’utero in affitto. Io concordo sul giudizio, ma non vedo ragione di far appello alla natura quando bastano e avanzano i temi etici e pragmatici: come già scrivevo nell’intervento, l’utero in affitto, così come l’adozione, comporta l’instaurazione di rapporti di dipendenza/strumentalizzazione dalle/delle coppie terze “normali” (in quanto capaci di procreare), la mercificazione di un atto come la riproduzione, il calpestamento dei diritti genitoriali di coloro che hanno prestato seme, utero o entrambi, l’impiego di risorse sociali scarse (ricerche scientifiche, analisi mediche, spazi ospedalieri, specialisti medici) per cose assai meno necessarie di altre. Come si possa ignorare tutto questo, francamente, lo spiego solo con la sconcertante incorporazione della supremazia della categoria dell’economico anche in persone che a parole (e in altri campi anche nei fatti) ad essa si oppongono.

  3. platon ha detto:

    Ciao a tutti.

    Secondo me i desideri hanno tutti i “diritti” di venire soddisfatti, nella misura in cui sono “ipotesi” che il nostro “sentire” (o, se preferite, il nostro “corpo”) formula circa il nostro bene, e a condizione che non siano sbagliate (cosa che sarebbe verificata dal fatto che poi ce ne si debba pentire).

    Nel caso di una coppia gay che desideri figli, il presupposto è che il bene ricercato sia comune, poiché nessun padre o madre sarebbe felice se non lo fosse il figlio e viceversa.

    Disgraziatamente non c’è modo di saperlo a priori, ma la cosa va verificata caso per caso o comunque studiata empiricamente.

    See you

    Giorgio

    • Neri Pollastri ha detto:

      Beh, caro Giorgio, mi pare un po’ riduttivo il tuo concetto di “diritto”… Un numero esorbitante dei desideri che formuliamo sono “sbagliati” nel senso che realizzandoli ce ne pentiremo, anche se magari non lo sappiamo e lo scopriremo solo dopo. Quindi, un desiderio in quanto tale non è mai un diritto, perchè quasi mai sappiamo se ce ne pentiremo o meno. Senza considerare che spesso il pentirsene dipende dal suo essere considerato o meno un diritto… Infine, non è molto produttivo parlare di “diritti” (concetto sociale) senza parlare del suo necessario correlato, il “dovere”. Quindi su questa strada non faremo grandi progressi in merito al tema in discussione.

      • platon ha detto:

        Mi sono servito del concetto di “diritto” (tra virgolette) in senso non tecnico, direi “retorico”, come sinonimo di “ragione”, “giustificazione”. Se pensi che complichi il quadro, vi rinuncio senza problemi.
        Semplicemente: i desideri sono “giudizi impliciti” sul nostro bene (come direbbe Martha Nussbaum) e possono senz’altro essere sbagliati, non meno, del resto, dei giudizi espliciti.
        Si tratta, appunto, di discuterne il fondamento, la giustificazione.
        Ora, il cuore del mio ragionamento è che tale discussione non possa invocare principi metafisici come la “natura”, perché, come osservi replicando a Renato, anche questa nozione “cambia” a seconda delle culture,
        Ma non può neanche dare per acquisita la somma dei presupposti da cui tu stesso muovi per argomentare la tua prospettiva.
        Se accettiamo come criterio giustificativo la felicità di ciascuno e di tutti i membri di un nucleo familiare, felicita difficilissima da misurare, la questione che sollevi si rivela per quello che è: teoreticamente indecidibili.
        Mediamente coppie gay con figli potrebbero non essere sufficientemente felici da giustificare una legislazione loro favorevole, ma non si può escludere che questa determinata coppia gay con figli, per una fortunata combinazione di caratteri e circostanze, sia più felice di quest’altra coppia etero con figli, devastata da chissà quali problemi.
        La stessa “media” dovrebbe venire costruita non altrimenti che somministrando questionari “empirici” a coppie gay ed etero con figli nei Paesi in cui le due condizioni sono autorizzate e valutando gli esiti della ricerca, con tutti i limiti del caso.
        Noi qui non abbiamo strumenti che non siano fragili opinioni chissà come maturate…

        Ciao

  4. Davide Ubizzo ha detto:

    Ciao Neri, ciao tutti.

    Natura, diritto, procreazione ed orientamento sessuale concorrono a formare un quadro piuttosto confuso nel caso della possibilità genitoriale delle coppie non eterosessuali.
    Per fare un po’ di chiarezza secondo me può’ esser utile stabilire dei criteri, ad esempio chiedersi in quali casi tale diritto si manifesterebbe nella società attuale; ebbene dire che questa possibilità si concretizzerebbe in caso di adozione, utero in affitto, affidamento e tutela legale, è a mio modo di vedere uno dei modi per affrontarla.
    io penso, inoltre, che sia corretto inserire la discussione nel novero del diritto, ( come afferma Giorgio) nel senso che trattasi di accertare se esista l’opportunità di fare di un bisogno generale e utile alla società una legge, questa mi pare la radice utilitaristica del normare in comunità di qualsiasi genere. A me pare che lo stesso diritto sia un campo molto in crisi, la sua attuazione, la sua funzionalità e tutela, la sua esistenza reale, ma questo è un discorso che qui non è il caso di approfondire.
    E’ pur vero, come ricordi Neri, che la famiglia attuale è una costruzione sociale e storica, che la stessa potrebbe essere considerata diversamente come del resto lo è stato ( come consuetudine) nel passato: famiglie patriarcali, allargate, comprendenti nonni, zii, celibi e nubili, trovatelli e infanti acquisiti per tutela, anche nel mondo rurale italiano dei secoli scorsi; meno lo è a mio avviso la coppia uomo/donna, poiché la differenza sessuale corrisponde alla natura della specie umana che progredisce nella procreazione, essa è ineludibile e le pur esistenti eccezioni diventano minoranze che esulano dalla continuità della specie. Adozione e affidamento presuppongono che la coppia sia prima riconosciuta legalmente e ancora questo non è stato stabilito ( quindi questa discussione presuppone una diversa opzione che la comprende e “viene prima”: le cosiddette unioni civili appunto) e quindi sono casi che cadono a priori dal novero delle possibilità. L’utero in affitto la considero come una non possibilità, dal punto di vista etico ritengo la commercializzazione della fecondazione poco opportuna.
    Credo che sia però utile fare una premessa, ovvero riconoscere che la discussione, l’approfondimento, dell’esigenza della possibilità genitoriale omosessuale a livello sociale ( e la possibilità che venga sancita dalla legge ) siano stati sufficientemente sondati e rappresentati dai cittadini; ebbene a me pare che tale livello di maturità civile non sia ancora stato raggiunto, ( questo post ne è un tassello importante ) e che la strada da percorrere sia ancora molto lunga. Tanto lunga quanto la discussione sulla legalizzazione della prostituzione o di certe sostanze stupefacenti, ( solo per fare due esempi ) che infatti durano da anni, ( insomma conoscere per deliberare). Questa impasse è direi sintomo dei tempi di crisi, come quello attuale, in cui mancano autorità morali e politiche capaci di far valere il peso della loro credibilità.
    Infine Neri, se intendo bene, tu colleghi la genitorialità alla possibilità della fecondazione e quindi all’orientamento sessuale, non essendo presenti queste componenti la richiesta del diritto genitoriale è incoerente a tuo avviso. Io considero invece l’istinto alla formazione, alla crescita, all’amore per l’infanzia del tutto disgiunto dalla sessualità e dall’atto procreativo, e quindi non mi pare sia un elemento che ostacoli la genitorialità . A mio avviso la genitorialità non eterosessuale potrebbe essere garantita nel superiore interesse di minori in stato di difficoltà materiale e potrebbe quindi rientrare nella tutela legale ( istituto già esistente) posto che la genitorialità non ha assunto ancora il rango di diritto, poiché questo tema difetta di due condizioni l’urgenza sociale e l’effettivo bisogno, come dicevo sopra. La tutela legale inoltre sposterebbe il centro dell’attenzione dai bisogni/desideri della coppia all’interesse dell’infanzia e la sua tutela.
    Dico questo anche perché sull’argomento credo esista non solo una carenza di discussione e approfondimento ma anche un deficit di informazione e dialogo che non ne consente una chiara definizione, se non prese di posizione a priori, ideologiche e/o religiose, le quali in quanto dogmatiche sono notoriamente nocive alle decisioni ponderate. Grazie!

    • Neri Pollastri ha detto:

      Caro Davide, credo che ci siano alcuni aspetti del mio discorso che non ti sono apparsi con chiarezza.
      Il primo aspetto e che io sostengo che ad essere “storica” sia non tanto la coppia, quanto i sentimenti, ovvero che senza la polimillenaria esperienza della coppia – inziata non per “amore” ma per necessità procreativa – non ci esisterebbe oggi negli uomini il sentimento di “amore”. Questo produce la mia tesi: che autonomizzare il sentimento dalla struttura materiale che tiene assieme la coppia sia un pericoloso non senso, oggi spesso praticato, che porta alla formazione di coppie che poi, non a caso, scoppiano. Un corollario di questa tesi è che le coppie omosessuali, se coerenti, non possono basarsi sulla genitorialità, visto che sono palesemente sterili, e che il sentimento che porta a unirle non può che basarsi su altro, oppure essere confuso. Di conseguenza per me non può esserci genitorialità già di principio, perché sarebbe il diritto ad essere confusi.
      Il secondo aspetto che ti è sfuggito è che ho indicato varie ragioni per cui un tale preteso diritto sia impossibile materialmente, nella misura in cui lede i diritti di altri: se, come dici, ci fosse qualche “spontaneità” nel sentimento genitoriale (preferisco non parlare di “natura”, per le ragioni già dette a Renato), allora per soddisfare quello di chi è sterile (lo sa da prima e potrebbe non esserlo) è necessario ledere quello di terzi, che si prestano perlopiù per ragioni economiche, ovvero perché più poveri di coloro a cui “vendono” utero o sperma.
      Il discorso non è diverso per le adozioni: anche trascurando il fatto che ormai c’è un vero e proprio “commercio” di bambini adottati (conosco diversi che li hanno adottati, pagando enti, associazioni, stati, famiglie…), non sarebbe meglio rispettare i diritti di chi ha generato quei bambini e dar loro i soldi per crescerli, piuttosto che fare i falsi buoni e adottarli? Il primo “diritto”, se ce n’è uno, è quello di chi ha partorito il sangue del suo sangue.
      Il terzo aspetto che mi pare ti sia sfuggito è che io sono favorevolissimo alla regolarizzazione della coppia omosessuale, perché il diritto di scegliersi un partner mi pare inconfutabile (e quello sì legato ai sentimenti, qualunque siano), e proprio per quello vorrei che fosse chiaro da subito che una tale coppia istituzionalmente riconosciuta non può pretendere di avere figli, perché sterile.
      Infine, tu dai per scontato che il “bene” dei bambini sia crescere in famiglia: ma chi te lo ha detto? Personalmente sono convinto del contrario, e non ideologicamente bensì sulla base di dati. Te ne cito due: le statistiche dicono che il maggiorn numero di fatti di sangue non avviene per le strade delle periferie degradate, quelle per le quali si richiedono più poliziotti, bensì tra le mura familiari; io ho lavorato per quattro anni in un centro di salute mentale e non ho conosciuto neppure un caso di disagio psichico che non fosse conseguenza, di solito involontaria, del comportamento della famiglia. Quindi, lungi dall’essere un “diritto” dei bambini di avere una famiglia, credo bisognerebbe iniziare a discutere del loro “diritto” di NON averla, cosa alla quale si opporrebbero però i genitori… Ma qui il discorso si allargherebbe, magari lo faremo un’altra volta.
      Quanto alle prese di posizione dogmatiche concordo con te, ma ci sono da entrambe le parti: è frequente vedere come sostenere posizioni “terze”, come la mia, produca solo contestazioni e offese provenienti da entrambe le parti, non dialogo critico. Mi fa piacere vedere che questo non è finora successo in questo blog.

  5. Giorgio ha detto:

    Non siamo dogmatici, perché siamo filosofi… grazie a Dio! 🙂

    Battute a parte, mi sembra che dalla discussione emergano diverse soluzioni al problema sollevato da Neri a seconda delle premesse da cui ciascuno muove e, ancor di più, dai presupposti impliciti nelle prospettiva assunta (metafisica, giuridica, storico-antrpologica, empirico-psicologica).

    Mi chiedo se “come filosofi” abbiamo titolo per dare per acquisiti questi presupposti. Neri, ad es., sembra “sapere” quale sia l’origine della coppia (o dei sentimenti che la legano); altri, a titolo diverso, sembrano “sapere” che cosa sia bene per un bambino (punto sul quale apprezzo la provocazione di Neri: a volte viene da pensare che sia meglio NON avere una famiglia che averla).

    Se l’esistenza della consulenza filosofica (vi ricordate? una volta si credeva in questa strana pratica ormai desueta…) mi ha insegnato qualcosa è che questioni “teoretche” del calibro di quella qui sollevata siano indecidibili “astrattamente”, ma vadano discusse con chi concretamente vive il determinato problema: QUESTA immaginaria coppia gay che desidera un figlio, ad esempio. Potrebbe invocare ragioni che ora ci sfuggono (o rivelare, come Neri sospetta, un atteggiamento contraddittorio).

    Certo, ci accosteremmo alla coppia con i nostri pregiudizi e la nostra precomprensione della questione “astrattamente” concepita; ciò che, in fondo, qui dichiariamo.

    Ora anche tale precomprensione andrebbe analizzata e discussa per sviscerarne non tanto un’eventuale mancanza di fondamento (quale opinione, in quanto tale, non è, in ultima analisi, sempre infondata?), quanto eventuali apparenti contraddizioni.

    Ora la tesi di Neri mi sembra debole proprio da questo punto di vista. Se ammetti che una coppia possa darsi scopi fuori di sé (punto su cui concordo pienamente: una coppia che vive della “contemplazine” di se stessa è destinata all’autodistruzione) (anche ma non NECESSARIAMENTE) diversi dal figlio carnale e ammetti che un bambino possa essere felice anche se educato da uno zio single, mi sembra che nulla si opponga al fatto che una coppia gay si dia come scopo avere un figlio; non più di quanto qualcosa si opponga al fatto che i coniugi Curie si siano dati lo scopo di studiare il radio (divenendo, a quanto pare, essi
    stessi molto radioattivi). Entrambe le scelte non sono “naturali”, ma “culturali”.

    • Neri Pollastri ha detto:

      Accetto senza problemi la prima obiezione, Giorgio: la mia è una tesi che propongo di adottare, non prima che venga contestata e, se è il caso, confutata (cosa che farebbe sì che l’abbandonassi anch’io). Come filosofi non solo abbiamo il diritto, ma abbiamo perfino in dovere di proporre tesi, altrimenti sarebbe meglio che andassimo “a lavorare”. Non abbiamo il diritto di _imporre_ tesi, cioé di rifiutare il dialogo perché tanto il dialogante non sa, non è all’altezza, non capisce, ecc.
      Del pari, anch’io sono dell’idea che sarebbe molto interessante discutere con coppie gay con desiderio genitoriale, per capire fino a che punto si contraddica e fino a che punto, invece, porti argomenti da me non immaginati. Il bello della filosofia, che la consulenza molto spesso amplifica, è proprio quello di incontrare cose che non avevi previsto ci fossero.
      Meno d’accordo sono sull’infondatezza, la quale è sì delle “opinioni”, molto meno delle teorie sottoposte ad esame. ed è per questo che non concordo sulla “debolezza” della mia tesi (almeno su quella che indichi tu, Giorgio, poi magari ce ne saranno altre più gravi): perché, come ho scritto fin dal primo intervento, mentre “Pierre Curie si è innamorato di Marie Skłodowska perché era la partner ideale per il suo progetto esistenziale” funziona, “Marco si è innamorato di Mario perché era il partner ideale per il suo progetto esistenziale di avere un figlio” NON funziona. Per funzionare (ancorché male) deve avere delle premesse nascoste, quelle che fanno sì che venga respinta l’opzione “partner femminile”, e che sarebbe bene fossero consapevoli prima di autorizzare una cosa che, senza supporti esterni, è impossibile.
      Non solo: ho anche scritto come questo sia un danno per la dignità della coppia omosessuale, perché la equipara a una coppia “malata”, sterile. E, ancora, per realizzarte questa cosa in sé contraddittoria mette la coppia al tempo stesso in posizione di subalternità e di sfruttamento rispetto alle coppie etero. Insomma, ci sono molte ragioni che vanno a sostenere la tesi che proponevo, da molti ambiti diversi (una “fondazione” apodittico deduttiva è una vecchia e pia illusione, le fondazioni umane possibili sono sistemico-radiali). Poi, ovviamente, ciascuna di queste ragioni a sostegno può ben essere contestata, anzi, mi farebbe piacere che fossero discusse, ma non possono essere ignorate.
      Un’ultima precisazione: io non uso né userò mai (se non in discussioni “da tavola”) la categoria di “natura” perché, come ho detto, in quanto categoria è culturale, quindi contraddittoria. La questione non è scegliere ciò che è naturale di contro a ciò che è culturale, ma scegliere ciò che è culturalmente coerente rispetto a ciò che è culturalmente incoerente. Ricordando da un lato che di posizioni culturalmente coerenti non è detto ce ne sia sempre una sola, dall’altro che tra le molte posizioni possibili quelle coerenti, o più coerenti, non sono mai moltissime (e quindi non è vero che “anything goes”).

      • Giorgio ha detto:

        “Marco si è innamorato di Mario perché era il partner ideale per il suo progetto esistenziale di avere un figlio”, potrebbe funzionare perfettamente in un Paese in cui coppie gay sono autorizzate ad adottarne, esistono strutture che favoriscono tali adozioni, una diffusa cultura pedagogica che le promuove e orienta ecc.; come da pochi decenni vi sono Paesi che permettono alle donne di dedicarsi (a loro rischio e pericolo), in modo così “innaturale”, al radio. Se abbandoni la nozione di “natura”, non capisco come tu possa distinguere i due casi. Forse che Mario dovrebbe gettare la spugna perché in un Paese lontano un tale Pollastri ha sviluppato curiose teorie sulle ragioni per le quali i gay dovrebbero… andare o non andare in moto o al cinema? 😝

      • Davide Ubizzo ha detto:

        Secondo me Neri emergono tre possibili obiezioni al tuo argomentare, nel quale mi pare tu intenda porre come principio supremo la coerenza.

        La prima è quella che il diritto ( cioè il legiferare, stabilire delle leggi ) e i comportamenti umani ( etica dei costumi ) raramente sottostanno alla logica formale della riflessione linguistica che tu Neri mi pare vorresti stabilire come principio (etico di coppia ? visto che non intendi porre la questione di diritto che a me invece pare importante ); ovvero : stabilendo come affermi che dal punto di vista logico è incoerente che una coppia sterile, cosciente di esserlo, desideri allevare un figlio, nulla toglie che nella pratica un partner diventi in maniera premeditata padre/madre con una compagno occasionale e poi cresca il figlio/a con il proprio/a partner di vita reale ( fatto realmente accaduto). La realtà insomma smentisce in continuazione la ferrea logica astratta ( o coerenza ) che da certe premesse desume conseguenti sentenze che alla prova dei fatti cadono o risultano insufficienti a stabilire norme etiche, in epoca di complessità come quella attuale.

        Seconda: se ammettiamo che esista uno scopo esterno alla coppia, che non sia cioè la procreazione, nulla impedisce che questo scopo sia la crescita di un figlio, in “qualsiasi modo” ottenuto; detto altrimenti: tolto cioè il valore della “naturalità” della procreazione ( che tu non ammetti ) tutto vale per la coppia, tutto diventa “cultura” anche la genitorialità non eterosessuale ( che mi pare uno degli argomenti di Giorgio).

        La terza a mio avviso è la considerazione della realtà storica locale ( e quindi culturale, categoria qui spesso utilizzata) : in Italia il diritto di famiglia è stato codificato nel 1942, sono state introdotte modifiche a partire dal 1967 ( adozione e affido) nel 1970 ( divorzio) nel 1985 ( matrimonio concordatario) nel 2004 ( fecondazione assistita) e nel 2006 (affidamento condiviso). La famiglia basata sulla coppia eterosessuale è lo “standard” sociale, culturale e naturale contemplato, rappresenta la norma, a cui obbligatoriamente le leggi si riferiscono; in quali tempi possiamo pensare che un’evoluzione storica di tale portata ( la genitorialità non eterosessuale come diritto) possa maturare in una società come quella italiana? Io sono pessimista, e quindi mi pare che queste riflessioni sono tanto utili alla personale crescita ed edificazione di ognuno di noi quanto poco effettive nella realtà politica in cui viviamo.

  6. Davide Ubizzo ha detto:

    Neri gli aspetti che citi non mi sono sfuggiti, nel primo caso che ricordi mi riferivo alla “naturalità” della procreazione eterosessuale nella tua risposta a Renato, la quale mi pare invece la più naturale delle possibilità umane, non mi è chiaro in che modo non lo si possa affermare per te in senso teoretico; mi spiego meglio: mentre il sentimento e il modello familiare ritengo siano culturali e quindi legati a dinamiche sociali e storiche, il fatto che dall’unione uomo/donna sia possibile la procreazione mi pare indubitabilmente un dato “di natura” mi sembra difficile dire diversamente ma forse è solo questione di discutere sullo stesso piano linguistico. Sul secondo aspetto, la sterilità e diversità delle coppie omosessuali, sono d’accordo con te e quindi sostanzialmente sulla tua posizione. Il terzo aspetto è ( e mi era ) chiaro: data la possibilità dell’unione civile tra persone dello stesso sesso non è conseguente il diritto ad “avere” figli. Sull’aspetto finale non mi pare di aver scritto “che il “bene” dei bambini sia crescere in famiglia” ma che l’istituto della tutela legale rappresenti una possibilità esistente per dare a minori in difficoltà ( o orfani ) un ambiente di formazione ed educazione, ( al di là degli orientamenti sessuali dei tutori), ho lavorato a lungo con minori in difficoltà ( e quindi direttamente con il loro diritto di non avere “certe famiglie”… ) e quindi per esperienza so che la famiglia è spesso fonte di traumi e danni educativi, sono sufficienti adulti responsabili ed educatori consapevoli, anche non familiari. Mi ritengo pure io in una “posizione terza” e anche perplessa, o per lo meno non esente da dubbi.

  7. Sandra ha detto:

    Neri
    premetto che l’esposizione del mio pensiero non si avvarrà di termini tecnici, questo non per scelta ma semplicemente perchè non ho dimestichezza con un linguaggio erudito filosopolitistico con tanto di occhiali da sole, semplicemente mi avvalgo di altro.
    Non sono filosofo, non sono filosofa
    Esporrò il mio pensiero con gli strumenti linguistici che possiedo, questo perchè Internet me lo consente, perchè sto in una libera discussione, aperta presumo, anche ai non filosofi, ma soprattutto la esporrò perchè, si.
    Sicuramente non verrò ricordata per la mia capacità ragionativa/dialettica , nè per la mia conseguenzialità di pensiero e di esposizione In compenso mi impegno nel non lanciare anatemi, nè mere dichiarazioni di diverse opinioni prive di ragioni… Dica: lo giuro
    La cosa forse, alla mia portata, è via via soffermarmi su ciò che leggo, interrogarmi e rispondere dopo aver fatto un profondo respiro, tutto cercando di non alterarmi, indignarmi o spaventarmi non tanto per il contenuto della discussione ma per come esso viene maneggiato

    … Chiudere un “anno triste” per la riflessione politica e sociale
    Ne deduco che ci siano stati anni “allegri” Vogliamo dire delle annate? Questo mi fa pensare che il pensiero sia un pò come la vigna, soggetta al clima favorevole o meno, alle cure apportate più o meno consone

    Arriviamo al punto: via libera al riconoscimento dell’unione da parte dell’istituzione dello stato alle coppie di qualsiasi foggia o colore, lasciapassare anche per l’allevamento a terra o in batteria con forme di CURA di sola madre o solo padre e esageriamo , anche da parte di affezionati assistenti non congiunti.
    Affezionati assistenti non congiunti
    Affezionati assistenti non congiunti
    Questa definizione, che più volte ripeto, non foss’altro per credere di averla letta, mi rimbomba
    Dato che mi sono occupata dietro compenso di “figli degli altri” da oggi, parlando delle mie attività lavorative passate includerò : Affezionata Assistente Non Congiunta AANC

    Arriviamo al nocciolo duro: la genitorialità non è un diritto universale, nunè roba pe’ tutti, incluse le coppie omosessuali
    Per brevità e semplificazione estrapolo alcune asserzioni o almeno confido che lo siano, dunque:
    stabilizzazione della coppia funzionale a autonomia del cucciolo umano (che col passare del tempo si è arricchita di fenomeni spirituali quali sentimento, amore anche in assenza del progetto figlio)
    La nostra coppia, con l’andare del tempo si forma anche su progetti diversi dalla procreazione e andando a precipizio, il progetto esistenziale diventa, se ho ben capito, apportare aromi e benefici ai figli degli altri
    Salvo incidenti di percorso tipo: la sopraggiunta cecità del partner, la sterilità imprevista, una malattia celata o postuma Queste possono sciogliere la coppia o nei più volenterosi spingerli ad un impegno nel cercare una cura
    MA
    e qui arrivano belli di fama e di sventura a cavallo di un ronzino zoppo i nostri eroici omosessuali che no, non sono malati, bensì diversi
    E qui sorge spontanea la domanda : diversi da chi? diversi da che? non meno diversi da quella strana istituzione dell’Affezionato Assistente Non Congiunto (AANC)
    Esempio
    Quando qualcuno decide (in coppia o da solo) di andare a vivere in un altro paese che so dall’Italia in Costa Rica Sicuramente ci sarà un “congiunto” che se ne uscirà con l’allarmato, ma : il Costa Rica è lontano
    Per il traslocante / traslocato una volta in loco il Costa Rica sarà altresì indubbiamente vicino, vicinissimo e vicino a cosa? Al Costa Rica stesso
    Vogliamo parlare di cosa è diverso, vicino, lontano, a metà strada, simile e scimiottante?
    Quando qualcuno è diverso? e soprattutto quando mai è uguale?
    E ora l’asserzione (sempre ammesso che lo sia)
    rincorrere la genitorialità ha, per una coppia omosessuale, tutta una serie conseguenze nefaste:

    Genitorialità per le coppie omosessuali è rinnegare la loro identità di coppia diversa è un scimmiottare anzichè realizzarsi in modo originale e congruo.
    Immagino si intenda dire di darsi all’ interior design o prete’ a porter
    Per me questo si può fare anche con cucciolo a seguito
    • fa perdere anche senso e ragioni del sentimento che la lega assieme;
    non credo ci sia un sentimento specifico che lega due entità diversamente da altre Credo nel sentimento soprattutto quando c’è
    parassitaria delle esistenti situazioni di degrado (bimbi abbandonati, povertà o assenza di scrupoli emotivi di chi “vende” il servizio

    Prerogative della coppia etero che sclerano se uno dei due è “difettato” Tutto sta nella gestione del problema che anzichè incrementarlo può alleggerirlo

    torna a dare una parvenza di legittimità alla categoria della patologia

    Detto ciò allora si nega Il prodigarsi per il bene dei figli degli altri e decade il nostro “genitore singolo, lo zio affettuoso e pure il nostro AANC

    Va da se che mi sento avvelenata e velenosa ma mollando le armi dell’ironia e del sarcasmo SI, mi trovo d’accordo col senso di profonda sconsolazio e aggiungerei amara tristezza che provo nel sentir trattare certi argomenti uno, e, sentirli trattare con termini stantii, prontamente riconoscibili, quasi “barricativi”
    Forse vorrei che non fosse più il tempo di distinzioni, di legittimo o meno, di consapevolezze di diversità e previsione nefaste se invece di mamma e papà ci sta a casa mamma e mammà
    Forse vorrei un nuovo linguaggio per nuovi argomenti
    Come ne esca un figlio da quel grogiolo di bomba batteriologica che è la famiglia non si sa Non si sa neanche quale sia la famiglia meno nociva dal punto di vista virale e quale ambiente socio culturale troverà il cucciolo di uomo, se più o meno accogliente e favorevole
    Sono altresì convinta, che con un pò di fortuna (che consiste nel non mancare precocemente) ad un certo punto si cessi di essere figli, donne, di razza, di nazionalità, di ceto o sesso e si diventi persone
    Sandra

  8. Neri Pollastri ha detto:

    Carissima, non mi è facile rispondere perché non mi è chiaro cosa ti turbi e perché. E allora taglio le cose con l’accetta per essere più chiaro.
    In questa discussione, per quanto mi riguarda, MAI è entrato in gioco il “bene” o il “male” del figlio, per la semplice ragione che personalmente ritengo la famiglia una struttura arcaica e perniciosa, che sta finalmente cessando di essere indispensabile e che è necessario lavorare per superare – su tempi lunghi, ahinoi, molto lunghi, perchè è impastata con i sentimenti e i modelli culturali di questi ultimi, che non possono essere cambiati né a comando, né in tempi brevi, ma richiedono uno spontaneo cambiamento che implcia il passaggio di generazioni (4, 10, 20, questo nessuno può saperlo).
    Quello di cui ho discusso è se il “desiderio” di genitorialità sia sensato e se, quindi, sia sensato riconoscerlo come un diritto e/o come qualcosa di cui la società (e solo dopo anche lo Stato, che è solo l’istituzionalizzazione della società) deve farsi carico per esaudirlo a chi non vi riesca da solo. La mia ipotesi di risposta è: no. Ne ho portati i motivi e sapevo fin dall’inizio che non sarebbero piaciuti. Ma questo non vuol dire che siano sbagliati: molto spesso piace proprio ciò che non è vero o giusto, ma che ci fa solo credere, o sperare, di essere vero/giusto. Io vorrei capire se gli argomenti “antipatici” che ho portato siano corretti o no.
    In questo non mi hai aiutato, perché non ho capito se e come tu abbia confutato o trovato inconsistenti i miei argomenti.
    Altre due precisazioni:
    1. quando parlo, a braccio e con ironia, di “affezionati assistenti non congiunti” non penso a salariati facenti le veci dei padri o delle madri, penso piuttosto a persone, idealmente tutti, che si occupano volontariamente e alternativamentedei “figli di tutti”. Penso, cioé, a una società che non esiste, ancora almeno. E che non esisterà mai se si continua a pensare che sia “naturale” che i bambini siano allevati da “due genitori” (qualunque sia il loro sesso).
    2. non penso affatto – e l’avevo detto – che avere due mamme o due babbi invece che un padre e una madre sia peggio per un bambino; penso che il sentimento genitoriale non faccia parte di un “sentire omosessuale” non corrotto da una societa “mammobabbista” (e vorrei verificarlo con loro, molti di loro, come giustamente osservava Giorgio) e mi dispiace solo che loro non siano le forze nuove per la costruzione di una cultura e di una società “familyfree” e che, tutto al contrario, ripieghino su una posizione filopapalina (Francesco incluso).

  9. Neri Pollastri ha detto:

    Caro Giorgio, stai babbiando com’è il tuo stile… Fin dall’inizio ho detto che abbandono il concetto di natura perché quello poi si estende a piacimento e perché è un concetto, quindi è già di per sé “cultura”, convenzione. E che lo abbandono a favore dell'”accade”/”non accade”, o anche “può/non può accadere”. Non può accadere che, SENZA L’INTERVENTO DI TERZI, Mario e Marco generino un figlio. Loro lo sanno benissimo e non si capisce quindi su che basi pretendano che sia un “loro diritto” avere dei figli lo stesso.
    Quel mondo in cui Mario è il partner giusto di Marco per il progetto di fare i figli , oltre alle cose che elenchi, dovrebbe anche:
    – avere genitori che fanno i figli e non possono tenerli – molti, perché già oggi le coppie etero sterili si litigano quelli che ci sono e ne fanno mercato
    – investire altre risorse economiche per gestire le adozioni – risorse che già ora sono scarse e sottratte a necessità più gravi, quali malattie, povertà, profughi, ecc.
    – ignorare la differenza suvvista tra chi può avere figli senza intervento di figli e chi invece non può.
    Insomma, non sarebbe un bel mondo. Almeno a me pare. Poi magari mi sbaglio, ma la discussione deve prendere in considerazione tutte le variabili, non essere tranchant.
    Infine, la teoria da me sviluppata può avere tanti difetti, ma di certo non è così curiosa: ttutto sommato è la stessa di Schopenahuer e Freud (un po’ mi dispiace, ma capita di avere cose in comune anche con chi ti sta antipatico…) e per alcuni aspetti, quelli che mi contestate, va d’accordo con quanto sostenuto quasi universalmente da tutte le culture fino a cinquant’anni fa e dalla maggioranza delle culture ancor oggi. Quindi, non mi stupire che mi fosse detto che è conservatrice, mi stupisco che sia definita curiosa 🙂

    • Giorgio ha detto:

      Non credo di babbiare (anche se non lo posso escludere, dal momento che ignoro il significato preciso che conferisci a quest’espressione sicula…).
      Né mi sfuggono le tue argomentazioni che qui riprendi… anche se, dal queste tue ultime precisazioni, ho avuto un’epifania… l’epifania di un possibile punto di convergenza.
      Se tu contesti alle coppie omosessuali, in quanto “coppie”, la rivendicazione di uno specifico o “speciale” diritto alla prole, non posso darti torto. Infatti, in base alle tue stesse argomentazioni, ma anche alla mie, questo diritto non sarebbe superiore, ad esempio, a quello dei single.
      Partiamo dalle seguenti ipotesi: 1. un single (uno zio ecc.) potrebbe fare la felicità di un bambino; 2. esiste un “generico” diritto alla felicità (sancito p.e. dalla Costituzione americana e implicitamente riconosciuto dalla filosofia, almeno nella versione aristotelica, a ciascun essere umano in quanto tale); 3. la felicità di un genitore (anche adottivo) non sarebbe piena se non vi corrispondesse la felicità del proprio figlio e viceversa (quest’ultima ipotesi si basa su una mia teoria circa l’inconsistenza della contrapposizione egoismo-altruismo che dovrebbe ovviamente essere ulteriormente approfondita e discussa).
      Su queste basi una coppia omosessuale può rivendicare il diritto all’adozione non diversamente da un single ben intenzionato (l’ipotetico “zio”, preferibilmente non pedofilo).
      E fin qui, credo, possiamo essere abbastanza d’accordo. O mi sbaglio?
      La coppia omosessuale, tuttavia, potrebbe ritenere di realizzarsi, “come coppia”, come tu stesso scrivi, facendo “cose importanti per i figli degli altri”… ad esempio adottandoli. Non si tratterebbe più di uno specifico “diritto” in senso stretto, ma di una legittima aspirazione.
      Si potrebbe forse evocare la sottile distinzione giuridica (tipica a mia conoscenza del solo diritto italiano!) tra “diritto soggettivo” (all’adozione; da negare agli omosessuali, “in quanto tali”) e “interesse legittimo” (alla medesima, ad essi riconoscibile).
      Ultima nota: se anche le coppie gay avessero formale accesso all’adozione, come ad esempio i single, vi sarebbero comunque criteri di “priorità” per assegnare gli addottandi (disponibilità economica della coppia ecc., ma, perché no, l’essere o meno eterosessuale, ossia “tradizionale”), che potrebbero vederla svantaggiata.

  10. Neri Pollastri ha detto:

    Caro Davide, rispondo alle tue obiezioni in ordine inverso.
    A mio parere, lo “standard”, come dici tu, non è “la famiglia eterosessuale”, bensì “la famiglia”. Punto. Per salvare “la famiglia”, oggi che diventa sempre meno necessaria (come indicavo fin dal mio primo intervento) il trend è quello di scendere sempre più a compromessi, quelli che hai elencato ricordando le normative entrate in vigore negli ultimi decenni. A mio parere il riconoscimento delle “famiglie” omosessuali (non delle coppie, che da sole non fanno “famiglia”) è l’ultimo colpo di coda dei difensori della famiglia. Per quello in una altra risposta equparavo le coppie omosessuali genitoriali agli estremisti papalini. E purtroppo (perché vorrei superare la famiglia, non perchè voglia fare un dispetto agli omosessuali) sono pessimista, ma in senso opposto al tuo: pur di salvare “la famiglia” alla fine saranno proprio i cattolici a voler riconoscere quelle omosessuali.
    Sulla seconda obiezione, ripeto per la terza volta che io evito il concetto di “naturale” per sostituirlo con il meno arbitrario “può/non può accadere”: che due omosessuali SENZA IL CONCORSO DI TERZI generino un figlio NON PUO’ ACCADERE; questo rende diversa la coppia omosessuale. La rende diversa in primo luogo agli occhi dei due membri della coppia, per cui non ha senso che l’uno si innamori dell’altro “in vista” del progetto di fare figli: è un abbaglio del quale è bene che i diretti interessati comprendano le ragioni prima di essere aiutati a realizzare il progetto prodotto da quell’abbaglio. Questo è il centro del mio discorso, ma mi pare che sia stato pressoché ignorato da tutti.
    Infine la prima obiezione, che lascio per ultima perché mi perplime e mi inquieta.
    Non è vero che io non voglia porre la questione del diritto, anzi, tutto al contrario stiamo discutendo proprio di questo; il punto casomai è che io vorrei che si STABILISSE SE E PERCHE’ si sarebbe di fronte a un diritto. Non mi pare che fin qui siano state portate buone ragioni.
    Ora, tu dici: ma la realtà non sottostà alle regole logiche e spesso le cose avvengono in modo tutto diverso. Diamine! Se così non fosse sarei a giocare a freccette, invece che stare a scrivere su “Filosopolis”! E’ proprio perché le decisioni vengono prese “senza ragioni” (un esempio è il mio post precedente, sull’affare Boschi) che mi pare urgente tornare a ragionare, alias “tornare a fare politica”, come recita il sottotitolo del blog. Non è questione di “stabilire la logica formale come principio”, ma solo di cercare di prendere decisioni, stabilire regole sociali, istituzionali, etiche che abbiano fondamento e coerenza. Tutto qui. Se poi preferisci diversamente, fai pure. Poi non ti stupire se, con lo stesso principio del “ma la realtà non segue la logica”, avverranno cose come il sequestro dei risparmi dei piccoli azionisti della banca fallita ma non il sequestro dei patrimoni e degli utili dei suoi dirigenti: è illogico che sia così, ma si sa, la realtà mica segue la logica…
    Una sola cosa tengo a sottilineare: la coerenza NON E’ ASTRATTA, è invece molto concreta. Due che vogliono un figlio devono assicurarsi di poterlo fare; desiderarlo senza poterlo realizzare è astratto. Due che, non potendo fare un figlio da soli e desiderandolo lo stesso pretendono che qualcuno glielo dia, lo prendono a quel qualcuno (spesso perché è povero e loro no); pensare solo che è un bambino bisognoso è astratto. Un sistema che si attiva per dar risposta a un bisogno di per se irrealizzabile lo fa sottraendo risorse ad altre attività, di solito a scapito di persone meno abbienti e più bisognose; pensare che i diritti si realizzino gratuitamente è astratto.
    Potrei continuare a lungo, ma spero di essermi spiegato.

  11. […] non erro alcuni, (ad esempio Neri Pollastri, nel suo blog) contestano alle coppie omosessuali, in quanto “coppie”, questo speciale […]

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