Della manipolazione affettiva: il caso Boschi

Ignacio Matte Blanco, grande piscoanalista cileno morto vent’anni fa, sosteneva che gli uomini utilizzino due logiche: quella della ragione e quella della sfera emotivo-affettiva. La prima fondamentalmente divide e, grazie a questo, permette di comprendere cose ed eventi distinguendone le loro diverse parti, separando il buono dal cattivo, l’utile dall’inutile, ciò che ci interessa da ciò che non ci interessa, il pertinente dal non pertinente; proprio per questa processualità, l’uso della logica della ragione richiede tempo e attenzione. L’altra logica, invece, unisce, fa – potremmo dire – di tutta l’erba un fascio, tenendo assieme il buono e il cattivo, l’utile e l’inutile, il pertinente e il non pertinente, sotto l’unica insegna dell’emozione che predomina; proprio per l’assenza di processualità, l’uso di questa logica è istantaneo.

La differenza tra le due logiche è stata in seguito confermata dagli studi dei neuroscienziati, i quali riconoscono che il ruolo delle emozioni sia proprio quello di “interrompere” l’uso della razionalità per rendere più rapide le decisioni: cosa vitale in caso di situazioni di pericolo (meglio fuggire subito a distanza di sicurezza piuttosto che chiedersi se l’esplosione alle nostre spalle sia dovuta a un petardo o a un’attentato dinamitardo), piacevolmente auspicabile in quelle che ci entusiasmano (meglio corteggiare la donna che ci affascina piuttosto che continuare a chiedersi se abbia tutti, ma proprio tutti i tratti della compagna vita dei nostri sogni).

Questa struttura “bilogica”, così la chiama Matte Blanco, non è però immune da problemi. E’ infatti evidente come l’una logica vada in direzione esattamente opposta dell’altra e, in particolare, come la logica dell’emozione sopprima, almeno temporaneamente, l’uso di quella della ragione, il che comporta l’abdicazione dalla comprensione del significato delle cose nella loro complessità. Il problema sta nella durata di tale abdicazione (che senso può avere fuggire in eterno dopo un’esplosione?) e nell’uso strategico che, dall’esterno, può esser fatto dell’attivazione della logica dell’emozione. Un uso che può spingersi fino alla manipolazione.

Ne è esempio il caso Boschi, in questi giorni in discussione e che non mi perderò qui a riassumere, limitandomi a osservare cosa sia successo ieri in Parlamento (per un eccellente resoconto rimando all’articolo di Alessandro De Angelis su Huffington Post).

La Ministra, accusata di conflitto di interesse per essere parte di un governo che ha legiferato scaricando interamente sui risparmiatori il crack di alcune banche e salvando completamente i loro ricchi manager tra i quali figurava suo padre, si è difesa dichiarando al Parlamento e ai cittadini di essere di umili origini, di amare suo padre, di averne gran stima perché andava a piedi a scuola da giovane, di considerarlo innocente e di ritenere giusto che paghi nel caso non lo fosse.

Ora, di tutte queste cose al Parlamento e ai cittadini non importa – o meglio non dovrebbe importare – assolutamente nulla, visto che non solo sono questioni private della signorina Boschi e non pubbliche del Ministro, ma anche e soprattutto che sono del tutto non pertinenti al problema in discussione, che (sebbene ne includa anche altre) può essere riassunto in tre semplici domande:

  1. Perché il governo non ha scaricato anche sui manager delle banche il costo del salvataggio, magari recuperando gli emolumenti erogati dai Consigli di Amministrazione ai suoi stessi membri mentre la crisi avanzava (14 milioni di euro negli ultimi cinque anni solo per Banca Etruria, del cui CdA faceva parte il padre della Boschi)?
  2. Perché, oltre ad applicare la direttiva europea che scarica sugli azionisti i costi del salvataggio, ha applicato anche una clausola che sembra rendere più complicato rivalersi sui dirigenti delle banche invece che applicarne una che si rivalesse subito su di loro (recuperando dai loro beni, spesso ingenti, almeno parte del denaro per il salvataggio)?
  3. Perché, stante il fatto che il padre – colpevole o innocente che sia – alla vicepresidenza della banca c’era, la Ministra non si è dimessa, evitando il palese e inconfutabile conflitto di interessi e salvando il governo dall’ombra della non trasparenza?

L’ordine delle domande non è casuale, perché secondo me la terza è la meno interessante. Trovo infatti sciocco quello che hanno fatto in molti, da Saviano ai Cinquestelle, cioè chiedere in primo luogo le dimissioni della Ministra, quando molto più importante era innanzitutto contestare al governo il mancato coinvolgimento dei manager nei costi del salvataggio e solo dopo sottolineare che c’era anche un conflitto di interessi. Tanto sciocco che ha offerto alla Boschi il destro per non rispondere: alla personalizzazione dell’attacco ha replicato con una personalizzazione della difesa, evitando così di toccare i veri aspetti politici della questione e nascondendo dietro gli affetti le mancate dimissioni. Suscitando in tal modo – come già aveva fatto alla Leopolda la settimana prima – un’ondata di analoghi affetti nei suoi confronti da parte di tutti quelli che – parlamentari ed elettori del PD – la sentono “una di loro” e che, con un “familismo amorale” simile al suo, si sono schierati dalla sua parte senza neppure notare che aveva parlato di tutt’altro da ciò di cui era chiamata a rispondere.

Tutto questo non è nuovo. C’è perfino chi, stoltamente, lo chiama “capacità di comunicare”. In realtà il nome giusto sarebbe “capacità di manipolare”, esercitata mandando avanti gli affetti anche quando non c’entrano nulla (un Ministro è un “funzionario” e di lui ai cittadini interessano le funzioni e non i sentimenti per i parenti) con il preciso intento di distogliere l’attenzione dalle ragioni, quelle che proprio la logica degli affetti sospende. E proprio il fatto che non sia nuovo ci dice quanto poco “nuovo” sia il governo dei nuovisti rottamatori, manipolatori delle opinioni quanto e più dei loro predecessori. Se poi questo serva loro per tutelare i propri interessi o quelli dei propri cari e amici, poco importa: quel che conta è che i cittadini continuano a essere sistematicamente imbrogliati. E che, ahinoi, continuano a lasciarsi imbrogliare.

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One thought on “Della manipolazione affettiva: il caso Boschi

  1. Giorgio ha detto:

    Nel condividere le tue osservazioni nel merito, eccepisco sul metodo. O, per meglio dire, sollecito un chiarimento.
    La “bilogica” di Matte Bianco che conosco e apprezzo, è pur sempre una “logica” con le sue regole, per quanto paradossali (non meno della “logica” ferrea dell’inconscio secondo Lacan , che non è se non quella del linguaggio nell’interpretazione strutturalistica di de Saussure e Levi-Strauss, e della logica “stoica” dei “giudizi di valore” impliciti nel nostro sentire secondo Martha Nussbaum).
    Dunque, più che recriminare sull’atteggiamento compiaciutamente “emotivista” dei più nel caso Boschi (e in infiniti altri casi “politici” non solo italici) – non dico che tu l’abbia fatto, tutt’altro, ma il rischio è sempre dietro l’angolo – , si potrebbe interrogare la logica della “comunicazione emotiva” “iuxta propria principia”, chiedendoci, marxianamente, quali interessi essa copra, nella consapevolezza che la “verità” in qualche modo si tradisca anche quando si tenta di camuffarla; ad esempio allorché si incorre in contraddizioni performative e i sentimenti che si sollevano (“Io sono innocente e mio padre pure”) contrastano con i comportamenti che si agiscono e così via… In altre parole, Boschi, suscitando emozioni, ha comunque fatto, nella loro particolare logica, un certo “discorso”, che va preso sul serio e demistificato col ricondurlo al “suo” significato.
    Che è poi quello che tu fai!
    Largo all’emozione insomma, perché ci permette, demistificandola, di cogliere ciò che davvero chi credei di comunicare qualcosa (in genere a proprio vantaggio) in effetti “dice”,

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