Archivio dell'autore: Neri Pollastri

Ancora sul populismo pentastellato e sulla sua inevitabile caduta

L’ultimo mio intervento, nel quale cercavo di spiegare la débâcle del M5S alla luce dell’acuta interpretazione del populismo data da Ernesto Laclau nel suo La ragione populista, ha suscitato un buon numero di commenti. Uno in particolare, opera di Luciano Sesta, mi è sembrato particolarmente interessante; posto in due forme, ho risposto a quella del blog, ma qui voglio tornare su quella invece pubblicata su facebook, perché permette un approfondimento e alcune precisazioni di quanto avevo scritto in precedenza.

Secondo Sesta, nel mio intervento avrei detto che

5 stelle vive finché il popolo che lo sostiene non ottiene risposte dalla politica. Una volta, però, che un simile movimento presta il proprio successo elettorale a una Lega che ne ha ottenuto di meno, e una volta che al governo la stessa Lega, con maggior competenza di quanto non faccia il Movimento stesso, comincia a darle davvero delle risposte, per quanto discutibili, ecco che il Movimento si sfalda.

Di fronte a ciò, Sesta si interroga – anche giustamente – sulla diade “saggezza morale”-“competenza tecnica”, osservando come gli elettori siano attratti tanto dalla prima (nel caso specifico «la “genericità” della denuncia globale della classe politica» operata dai cinquestelle), quanto dalla seconda (ossia dalla «“concretezza” delle sue risposte parziali», quelle date da Salvini nel suo periodo di governo). E – ricordando che Laclau non riteneva sbagliato il populismo – osserva anche che se

«la competenza tecnica e l’efficacia rinviano a strutture, a burocrazia e a istituzioni impersonali, la saggezza morale non può che riguardare singole persone. Anche un singolo leader».

Ci sarebbero varie cose sulle quali interloquire in queste considerazioni di Sesta, ma qui mi limiterò a quanto concerne il loro essere commento al mio post. Il quale, tanto per cominciare, non affermava affatto che il travaso di voti dal M5S alla Lega fosse causato dalla “efficacia” delle risposte date da Salvini: primo, perché a mio parere quelle risposte non sono per niente efficaci (non entro nella giustificazione di questo giudizio perché non decisiva per quanto segue), secondo perché – come spiegavo – ciò che attrae della Lega non è la concretezza dell’efficacia, bensì l’ideologia. Giustappunto ciò che il M5S pretendeva di rifiutare, non meno di come rifiutava l’identificazione con un leader: i suoi vertici sono stati sempre e solo “cittadini tra i cittadini”, meri portavoce degli elettori e soggetti a rotazione. Per queste ragioni definivo il M5S un movimento “puramente” populista, diversamente da realtà politiche come la Lega o il PD (almeno quello renziano), includenti aspetti populisti ma anche portatrici di contenuti ideologici. Il fatto che un commento attento qual quello di Sesta abbia equivocato questi punti mi spinge a precisarli meglio.

Inizierò da una precisazione terminologica (che peraltro rimanda a questo mio intervento successivo alle elezioni del 2018): intendo per “ideologia” ogni interpretazione della realtà, indipendentemente dalla sua completezza o raffinatezza; da questo punto di vista, il M5S, checché ne dica, ha un’ideologia. Il fatto che rifiuti di averne è di fatto parte della sua ideologia, la quale afferma (a mio parere a torto, ma non è questa la sede per discutere la cosa) che per “risolvere i problemi dei cittadini” non sia necessario avere una concezione della giustizia distributiva, una posizione sull’opportunità o meno delle distinzioni di classe, una precisa idea dei rapporti tra gli Stati, le popolazioni e le culture, una prospettiva sulle forme di convivenza nazionali e internazionali, una posizione determinata sui sistemi economici da adottare, e via dicendo. “Problemi dei cittadini” che, stante ciò, sono necessariamente solo problemi materiali, essendo quelli simbolici – etici, identitari, religiosi, culturali, ecc. – funzione delle ideologie adottate e nel M5S invece assenti (almeno esplicitamente). Nel mio precedente intervento, e perciò anche in questo, userò tuttavia “ideologia” come se la pretesa postideologica del M5S fosse reale e non viziata da questa contraddittorietà logica.

Secondo Laclau il populismo è caratterizzato da una ben precisa specificità: la costruzione del popolo. Come già accennavo nel precedente intervento, un popolo, infatti, non esiste “in natura”, ma è il prodotto di una cultura e tanto la sua identità, quanto la sua composizione sono modificabili operando con strumenti culturali. Il populismo fa proprio questo, e lo fa per ragioni di consenso elettorale – per ottenere l’egemonia, come dice Laclau citando addirittura Gransci. Il suo parere non negativo nei confronti del populismo è dovuto a due ragioni: la prima è che egli lo ritiene un utile strumento cratico, ossia atto a raggiungere il potere (e su ciò non è detto che sbagli); la seconda è che a suo parere tutti i partiti politici sarebbero populisti, qualcuno consapevolmente e altri no, con conseguenze negative per i secondi, che non sanno sfruttare lo strumento cratico.

Personalmente non condivido la seconda opinione di Laclau: non tutti i partiti “costruiscono il popolo”, per la banale ragione che non tutti pretendono di avere l’egemonia e si limitano – con maggiore rispetto per l’idea della democrazia parlamentare – a voler rappresentare le idee di una certa parte dell’elettorato, anche piccola, nel dibatto politico che si svolge in parlamento e che determina le decisioni del Governo attraverso la costruzione di leggi e dispositivi che tengano conto delle idee di tutti. Riguardo invece all’idea di Laclau che il populismo sia un utile strumento nella battaglia per il potere, la ritengo figlia della mancata distinzione di etica politica (quella che sviluppa ideologie e forme di governo) e cratologia (la parte strategica della politica, volta a ottenere il potere per attuare l’etica politica), distinzione fondamentale anche per la buonissima ragione che – come sa chiunque abbia un po’ di dimestichezza con il cosiddetto “problema della tecnica” – non sempre gli “strumenti” sono compatibili o comunque privi di conseguenze sui contenuti che vorrebbero veicolare.

Sempre personalmente, ritengo il populismo piuttosto pericoloso, ma non perché promuova il leaderismo (cosa non necessaria e comunque realizzabile anche senza populismo), né perché «promette “soluzioni semplici” per problemi che in realtà sono “complessi”» (come scrive Sesta), bensì proprio per la sua specificità intrinseca: perché, costruendo ideologicamente un popolo, cerca di far passare un’ideologia in modo surrettizio, spacciandola per “non ideologica”. Un’ideologia, oltretutto, anch’essa assai pericolosa, perché basata sulla distinzione netta di una massa di individui – il Popolo – da altre – altri popoli – o, ancor peggio, da coloro ai quali è stato tolto il diritto di far parte del Popolo, in quanto di esso ritenuto in qualche modo “nemico”.

Il populismo, dunque, non è un mero e neutrale strumento cratico, ma una vera e propria ideologia non dichiarata. Quando esso è “puro”, come nel caso dei cinquestelle, è solo questa ideologia, mentre quando è anche altro le accoppia altre componenti ideologiche dichiarate, come nel caso della Lega. In questo caso, però, chi lo sostiene rinuncia in modo palese a cercare consenso da una parte dei cittadini – una parte numericamente importante e non solo la minoranza della “casta”, del “potere”, dei “banchieri”, eccetera. Nel caso della Lega, si è infatti dovuto costruire figure come gli “antitaliani”, i “mondialisti”, gli “amici di Soros”, persino i “radical-chic del congiuntivo”, le quali alienano il consenso di una parte di elettorato, connotando senza timori a destra il partito – cosa mai fatta dal M5S.

Quest’ultimo, come già scrivevo, raccoglie il popolo attorno a un “significante vuoto”, nel suo caso l’“onestà”; questa è certo una ragionevole richiesta di saggezza morale, come afferma Sesta, ma è anche e soprattutto un carattere sufficientemente vuoto da poter andar bene a tutti e che per essere soddisfatto non necessita che sia data risposta a nessuna domanda concreta – atto che finirebbe necessariamente per scontentare qualcuno, orientare ideologicamente il movimento, spaccare il “popolo” perdendone parte del consenso. Il M5S ha per anni seguito questa strada “puramente populista”: il “popolo” erano i “cittadini” (veniva sottinteso un concetto di Stato e di cittadinanza, così da limitarli ai cittadini italiani); il “nemico del popolo” era la “casta”, il potere, i politici, corrotti e bugiardi per definizione ancor prima che per prove provate. La costruzione di questo nemico da un lato ha unito (come in tutte le forme di azione politica “contro”, lo sa bene la sinistra, che si unisce solo di fronte alle emergenze), dall’altro ha permesso di accogliere ogni tipo di domanda insoddisfatta, indipendentemente dal fatto che molte di esse collidessero e che la soddisfazione di alcune implicasse semplicemente la negazione di altre. Non essendoci alcuna ideologia (nel senso, ripeto, di visione complessiva delle forme di convivenza), mancavano tanto le strategie per dare risposta (e, si badi, mancavano di principio e non per impreparazione), quanto i principi per negare la legittimità ad alcune di tali domande. Il Paradiso in Terra era impossibile solo per colpa del “nemico”, della “casta privilegiata”, sorta di Serpente secolarizzato, scacciato il quale l’Eden poteva tornare ad accogliere il Popolo dei Cittadini.

Il M5S, come avevo scritto, è dunque caduto perché non poteva dare risposte alle domande popolari, dato che un populismo “puro”, se lo fa, si sucida. Per conservare il potere avrebbe dovuto o trasformare lo Stato, per esempio abolendo la democrazia parlamentare a favore di una presunta democrazia diretta, più facilmente manipolabile (sulla totale inconsistenza della “democrazia diretta” tornerò in un intervento futuro), oppure far sì che i famosi “bisogni dei cittadini” mutassero, per esempio puntando su una trasformazione degli stili di vita (decrescita dei consumi e perciò minor bisogno di anche di occupazione e di guadagni). Entrambe le possibilità mi pare fossero ipotesi in parte esplorate dentro il M5S, ma per attuarne almeno una sarebbero state necessarie due condizioni: che un’ideologia esplicita (ancorché non dichiarata) qualcuno nel M5S l’avesse (forse l’aveva Casaleggio senior, ma è scomparso troppo presto); che al governo il MoV fosse da solo, o con un partner dall’ideologia impalpabile (il PD, per esempio), mentre venne scelta proprio la Lega, che ha oggi quella più forte, e se ne è pagato il prezzo.

Adesso siamo oltre, grazie al fatto che neppure la Lega è riuscita a capitalizzare strategicamente il vantaggio cratico accumulato. Vedremo cosa succederà. Ma resta un fatto, su cui tornerò: o si ricomincia a elaborare ideologie e lo si fa in modo ampio, esplicito, condiviso; o continueremo a veder cadere uno dopo l’altro, sempre più velocemente, tutti i soggetti (individuali o collettivi) di volta in volta investiti dagli elettori del ruolo di Salvatori.

Fino a quando non sarà più possibile per nessuno rialzarsi.

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Perché i Cinquestelle hanno prodotto Salvini (e perché non poteva essere altrimenti)

Uno dei commenti più ricorrenti in questi giorni, successivi al “licenziamento” del Governo da parte della sua componente minoritaria alla luce del suo essere di fatto ormai maggioritaria, suona a un dipresso: il risultato della politica del M5S è stato l’aumento del consenso per la Lega fino a consegnarle il Paese.

Sul dato di fatto c’è poco da discutere: un anno e mezzo fa, alle ultime Elezioni Politiche, il M5S aveva il 32,6% dei voti, la Lega il 17,3%, poco più della metà; un anno dopo, alle Europee dello scorso maggio, i risultati erano più che rovesciati, con la Lega al 34,3% e il M5S al 17,1%, meno della metà; allo stato attuale i sondaggi, per quel che valgono, indicano la Lega addirittura al 38% e i Cinquestelle sempre attorno al 17%. Si può discutere invece sulle ragioni di questa precipitosa débâcle, sorprendente forse ancor più della inarrestabile ascesa che aveva portato il MoVimento a essere prima forza politica e maggioranza di governo. C’è chi sostiene che essa dipenda dalla debolezza della leadership di Di Maio, chi dal venir meno della forza trainante prima di Casaleggio, poi di Beppe Grillo, chi da errori strategici e dalle manipolazioni di Salvini; c’è chi invece si concentra sullo spettacolo di manifesta incompetenza dato dagli esponenti pentastellati in questi mesi, costellati da continue gaffe (esemplari quelle di Toninelli), di inspiegabili e inspiegati dietrofront (si ricordi quello di Di Maio riguardo ad Atlantia) e di clamorosi insuccessi su temi chiave delle loro promesse di governo (dalla chiusura dell’Ilva, allo smantellamento del TAP, fino all’abbandono del TAV). C’è infine chi (perlopiù proprio i residui fedeli del MoV) parla di complotto dei poteri forti e della stampa, ai quali si sarebbe aggiunto il “tradimento” di Salvini.

C’è tuttavia una chiave interpretativa un po’ meno aleatoria di quelle elencate (e che tuttavia non esclude che alcune di esse abbiano effettivamente contribuito alla débâcle) sulla quale vorrei soffermarmi: una chiave che rimanda al progetto stesso del M5S, autodefinitosi “postideologico”, incentrante la propria identità sull’identificazione con i “cittadini” di contro alla “casta dei politici” (quindi esplicitamente populista) e sulla loro “onestà”. Se si guarda a questo progetto, l’immagine paradossale che ci viene restituita è quella di un movimento di onesti populisti privi di ideologia che fa da gregario per la fuga di un partito con l’ideologia più forte oggi presente nell’arco parlamentare (nazionalismo sovranista), con 49 milioni di euri sottratti indebitamente allo Stato e due importanti esponenti sotto inchiesta per vari reati. Merita dunque domandarsi: come si spiega questo travaso di consensi tra due forze politiche così diverse? E inoltre: è possibile che la spiegazione abbia radici proprio nel progetto del M5S e non da accessorie condizioni contingenti proprie del clima culturale, sociale e politico?

Per rispondere a queste domande è necessario chiarire cosa sia una forza politica “populista” e quali rapporti abbia con i contenuti “ideologici”, facendo riferimento a quello che a mio parere è il più interessante studio sul populismo: La ragione populista, del franco-argentino Ernesto Laclau. Un lavoro spesso menzionato, ma anche poco considerato, probabilmente perché schierato a sinistra e tutt’altro che critico con il populismo – una congiunzione che lo rende sgradito a entrambi gli schieramenti, visto che la sinistra aborre il populismo e la destra aborre la sinistra.

Molto sinteticamente, secondo Laclau il populismo si basa sulla costruzione di un popolo (entità che di per sé non esiste, i singoli individui potendosi identificare in innumerevoli “gruppi” possibili, oltretutto neppure mutuamente esclusivi) operata attraverso la collazione di un certo numero di richieste rivolte al potere e da questo non soddisfatte, che Laclau distingue dalle “domande politiche”, denominandole “domande popolari”. Queste ultime, diversamente dalle prime, non vengono organizzate attorno a un’ipotesi di società politica che dia loro risposta – cosa che originerebbe una concezione politica, la tanto deprecata “ideologia” – bensì vengono raccolte in modo equivalente e usate esclusivamente per circoscrivere il “Popolo” in contrapposizione a coloro che ne sono avversari, cioè il potere politico che non ha soddisfatto le domande. Tale strategia, osserva Laclau, permette al populismo di rastrellare il consenso anche di elettori con interessi molto distanti tra loro (ovvero con “ideologie” contrapposte, da cui il suo “postideologismo”): tutte le domande insoddisfatte sono infatti “popolari”, in quanto tutte avanzate dal “popolo” vessato dal “potere”. Per fare un esempio solo apparentemente paradossale, sono “popolari” sia la richiesta di diminuire le tasse, sia quella di ampliare il welfare, mentre l’impossibilità di soddisfarle entrambe viene celata dall’assenza di una “ideologia” che mostri la loro strettissima, necessaria e contrastante relazione.

Stando così le cose, si dirà, per il populismo è però impossibile soddisfare tutte le domande; infatti, osserva Laclau, anche se taciuto ciò è parte del suo programma: il populismo non deve soddisfare tutte le domande; al contrario, esso deve soddisfarne il meno possibile, perché ciò che rende equivalenti le “domande popolari” e crea unità tra chi le avanza è proprio il loro rimanere insoddisfatte (si tratta in fondo di una variante dell’alleanza “contro” un avversario, che può unire cittadini di orientamenti politici anche molto diversi). In altre parole, se alcune domande venissero soddisfatte e altre no si creerebbe una frattura nel “popolo”, nella misura in cui una parte si sentirebbe trascurata e tradita, spingendola a entrare in conflitto con quella privilegiata e a togliere il consenso al rappresentante populista. Per far sì che il popolo non protesti e reagisca alla mancata soddisfazione delle domande, spiega Laclau, è allora fondamentale che la loro equivalenza trovi una sintesi in un “significante vuoto” – un nome, o comunque qualcosa di sufficientemente vago e non necessitante di interventi concreti per essere soddisfatto – che diventi simbolo valido per tutti. Storicamente, nei movimenti populisti, questo “significante vuoto” è stato spesso incarnato da un leader – il “capo-popolo” – il quale, riprendendo il modello della figura paterna, ha il vantaggio di far leva direttamente sulla sfera affettiva senza la mediazione dei contenuti soddisfatti/insoddisfatti. Ma, nella maggior parte dei casi, anche il capo-popolo era “rivestito” di altri “significanti vuoti”, ch’egli si limitava a incarnare e che talvolta potevano anche far a meno di lui: la forza, la risolutezza, l’origine popolare, l’astuzia, il coraggio, l’onestà.

L’ultima parola avrà non a caso evocato al lettore il “mantra” della retorica pentastellata: per anni, dal V-Day fino ancora a oggi, il tratto distintivo del Popolo cinquestelle è stato proprio l’onesta, di contro alla corruzione e al malcostume imperanti nel Sistema della Politica. Personalmente sono persino stupito di sentire con quanta veemenza vengono accusati di aver “rubato” i politici di area PD, che mi guardo bene di difendere in alcun modo, ma che quanto a disonestà non posso neppur lontanamente comparare con ciò che si vedeva in epoca democristiana, per tacer di quella socialista. Così come sono sconcertato dal numero di elettori (e anche ex elettori) Cinquestelle che, di fronte agli insuccessi e all’inadeguatezza dei loro eletti, giustificano la loro scelta dicendosi comunque convinti che si tratti di “persone oneste”.

Su questa identificazione con i rappresentanti politici in quanto “onesti” da parte di un “Popolo” che risulta essere il maggior evasore fiscale di tutti gli Stati europei ci sarebbe molto da dire, ma non è questa la sede. Qui interessa solo che, sulla base della assai persuasiva spiegazione del populismo data da Laclau, il M5S né poteva, né voleva dare risposta alle “domande popolari”: il tanto promesso “cambiamento” non aveva per obiettivo i fatti, bensì solo il modo di guardarli, grazie a un diverso modo di sentirsi parte della vita politica. E questo è confermato dalle risposte date da chi ancora oggi offre pieno consenso al MoV: di fronte alla mancata soddisfazione di un gran numero di “domande popolari”, si risponde invocando un tempo che si negava fosse necessario ai precedenti governanti e una comprensione dei compromessi che quando fatti dagli altri erano sempre e solo “inciuci”.

Tornando ai nostri interrogativi: che relazione c’è tra il “progetto populista” del M5S e la sua degenerazione nel successo della Lega?

Innanzitutto va detto che se le possibilità di successo di una strategia populista, date alcune favorevoli condizioni storico-sociali, sono relativamente alte, quelle di conservare la loro egemonia sul medio-lungo periodo lo sono molto meno. Infatti, è forse abbastanza facile riunire gli scontenti e convincerli a unirsi e cooperare, ma lo è assai meno convincerli che il fine della cooperazione sia solo la loro unione, a fronte della permanente assenza di risposte alle “domande popolari”. Perché ciò sia possibile è necessario rafforzare l’identità del Popolo, cosa che però rende necessaria un’ideologia – se non proprio politica, quanto meno “immaginaria” – che sviluppi il “significante vuoto”: è infatti difficile che la mera “onestà” dei rappresentanti, o anche la purezza e la forza del capo-popolo, siano sufficienti per un lungo periodo di consenso. Non a caso gran parte dei movimenti “puramente populisti” – da Masaniello a l'”Uomo Qualunque” – sono durati lo spazio di un mattino.

In secondo luogo, una forza di governo “puramente populista” che voglia conservare l’egemonia non può andare al governo in coabitazione: autonomi e totale controllo sono condizioni necessarie affinché essa – attraverso un uso spregiudicato del potere e soprattutto dei media – possa conservare l’egemonia senza far risaltare la quasi assenza di promesse mantenute. E infatti il M5S  – almeno finché era vivo Casaleggio, autore del suo “progetto” – ha sempre detto che avrebbe governato da solo e senza alcun alleato.

Infine – e soprattutto – un movimento populista non può scegliersi per alleato un “populista ibrido”, qual è la Lega di Matteo Salvini, perché facendolo gli consegna un vantaggio competitivo inestimabile.

Checché ne dicano tanti commentatori e critici, la Lega non è un partito “populista puro”, così come non lo era il PD di Renzi (non a caso denominato da Marco Revelli “populismo 2.0”): diversamente da un movimento populista, la Lega non azzera affatto né il contenuto identitario della proposta politica, né le precise “domande politiche” da soddisfare, non rendendole così tutte equivalenti e perciò “popolari”. Sì facendo, essa non si rivolge al “Popolo”, bensì a una sua parte piuttosto ben definita: a chi si sente “italiano”, piuttosto che europeo o cosmopolita; a chi si professa cattolico, anche se (com’è sempre accaduto in Italia) della Chiesa si guarda bene dal condividere i precetti etici più profondi; a chi è cinicamente attento in primo luogo al proprio interesse materiale (crescita economica del paese, meno tasse, al più presto in pensione, ecc.); a chi ha cultura modesta e aspira a una vita fatta di belle donne/uomini, balli ai Papeete, cibo plastificato ma alla moda, e via dicendo; a chi – soprattutto – si distingue drasticamente, con orgoglio e superiorità dai “diversi”, cioè da coloro che non condividano tutti questi contenuti. E per questo la Lega vuole, senza se e senza ma, uno sviluppo economico, e poco importa se gli abitanti della Val Susa, di Taranto, delle coste leccesi non ne saranno contenti; vuole l’autonomia regionale, e pazienza se gli abitanti di regioni meno ricche ne saranno danneggiate; vuole il rafforzamento dell’identità e della sovranità nazionale anche a costo di uscire dall’Europa, e tanto peggio per quella fetta consistente di italiani che le saranno ostili; vuole ordine e disciplina, per mano delle forze di polizia ma anche dei singoli cittadini “armati”, e poco importa se in tanti non saranno del suo avviso. La Lega ha, in breve, un’ideologia: chiara, forte e tutt’altro che “di cambiamento”: è un classico partito di destra, in tutto e per tutto, e anche piuttosto estrema. I suoi elettori non sono “il Popolo”, casomai il solo “popolo della destra”. Perciò non rastrella elettori accogliendo tutte le domande e opponendosi solo al potere: convince gli elettori che votare a destra, con quei contenuti, sia la scelta migliore. Del populismo la Lega conserva solo la disintermediatizzazione del rapporto tra elettori e leader (e qui il terreno glielo avevano preparato prima Berlusconi e poi Renzi), la quale fa risplendere la figura del leader trascinatore delle folle e capo-popolo; ma in questo caso chi si affida al leader deve credere non solo “in lui” (“significante vuoto”), bensì in un contenuto politico organico e identitario. Deve credere, cioè, in un’ideologia.

Ora, anche ammesso che per un movimento populista sia possibile avere alleanze senza danno, questo è il peggior tipo di alleato possibile: perché ha qualcosa di pronto e di concreto da offrire ad almeno metà degli elettori populisti (quelli orientati a destra) che restino perplessi della mancata evasione delle “domande popolari”; perché anche all’altra metà può gettare l’amo del capo-popolo; perché il suo contenuto ideologico forte fa risaltare la vacuità del “postideologismo” populista; perché il crasso individualismo che lo pervade ben si presta comunque a sostituire la parcellizzazione delle molteplici “domande popolari”, una volta che vacilli la loro sussunzione sotto il vessillo del “significante vuoto”. Allearsi, e farlo proprio con un populismo ibrido e destrorso qual è la Lega, dunque, era quanto di peggio il M5S potesse fare, e le catastrofiche conseguenze sul suo consenso stanno lì a dimostralo.

Probabilmente molti dei pentastellati, eletti ed elettori, non riusciranno neppure a comprendere queste ragioni “sistemiche” della loro débâcle, inconsapevoli quali sono della struttura progettuale del loro stesso agire politico; e comunque sarebbero stati tutti quanti semplicemente sordi di fronte a chi avesse cercato di avvisarli in anticipo. Ma questo riconduce al limite di fondo degli adepti del M5S, che va ben aldilà dell’aspetto strettamente politico: la loro superficialità e incompetenza, che li porta a semplificare ogni fenomeno, a rimanere inconsapevoli di ogni dinamica, a conservare contro ogni evidenza le loro interpretazioni grossolane respingendo sdegnosamente ogni confronto critico. Questo, fin dall’inizio, li contestavamo; di questo, rapidamente, stanno perendo.

 

 

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Migranti, bulli e sepolcri imbiancati

Sta andando in scena sui media nazionali l’ennesima puntata del serial Non sbarcheranno!, starring Matteo Salvini, co-starring i rappresentanti delle opposizioni, guest una capitana tedesca, comparse (non retribuite) un gruppo di disgraziati in fuga dalla miseria più nera. E il pubblico italiano, di tutti gli schieramenti, pare appassionarsi moltissimo alla vicenda, tifando ora per la star cattiva, ora per l’ospite buona, parlando ora di clandestini e potenziali delinquenti in vacanza, ora di esseri sofferenti in balia del caldo e delle onde, a seconda degli schieramenti politici.

Nel frattempo a poche centinaia di metri altri profughi sbarcano tranquillamente, come testimonia il sindaco di Pantelleria, e – soprattutto – in Africa e Asia ci sono ben più di quei quarantasei migranti naufraghi (46, ci tengo a sottolinearlo a uso di entrambi gli schieramenti): ci sono milioni di persone che o stanno migrando lontano dai nostri occhi e dalle telecamere, o sono sul punto di farlo. Milioni, anzi, forse miliardi, visto che Africa e Asia assieme contano sei miliardi di abitanti e non sono pochi quelli che vedono nell’Europa un’opportunità di sostanziale miglioramento delle loro prospettive di vita.

Ebbene: di queli milioni – se non miliardi – di persone nessuno parla, tutti presi dai quarantasei presenti sulla Sea Watch dell’eroica capitana Carola. Quarantasei, vorrei sottolineare, che comunque adesso nessuno tortura, che ricevono almeno un minimo ragionevole di viveri e assistenza, che se dovessero star male verrebbero subito sbarcati. Mentre gli altri miliardi non hanno – e forse non avranno mai – niente di tutto ciò.

E allora non posso che concluderne che la strategia di entrambi gli schieramenti politici è andata a buon fine: sviare l’attenzione dal problema, portando il popolo al Colosseo e facendolo appassionare alla contesa. In questo modo né gli uni, né gli altri verranno messi in mora per la loro conclamata incapacità non già di risolvere, ma perfino di affrontare il problema, perché tutti sono impegnati a fare il tifo per gli uni contro gli altri (e viceversa) in un gioco che, per quanto drammatico, è appena un’ombra del dramma reale.

Uscendo di metafora, tutta l’Italia (e non solo lei) si sta occupando ormai da anni non del problema migratorio, bensì solo dell’emergenza che esso produce localmente: l’accoglienza di chi, migrando, è riuscito nella non facile impresa di arrivare fino alle porte di un paese “benestante” (uso il termine in modo generico, per indicare un paese dove è almeno possibile “star bene”). Ma non è pensabile – non è utile, non è proficuo, non è sensato, non è intelligente – occuparsi per anni dell’emergenza senza contemporaneamente occuparsi in modo ancor più intenso di ciò che la produce; anzi, farlo è necessariamente letale, perché se si lasciano agire liberamente le cause, quelle alla fine avranno il sopravvento. L’emergenza va certo in qualche modo tamponata – e qui potrà ben esserci una diatriba tra chi vuol accogliere senza riserve e chi invece vuol respingere quanto possibile, sulla quale non ho certo dubbi riguardo come schierarmi – ma ogni azione di tamponamento alla lunga sarà vana se non si trova una qualche soluzione per ciò che produce l’emergenza.

Arriviamo così al problema, immenso, che tutti noi abbiamo di fronte – non solo noi europei, perché riguarda anche altri continenti, come sappiamo dai respingimenti dell’Australia e dai morti nel Rio Grande tra Messico e USA.

Un processo migratorio non solo di proporzioni mai viste in precedenza, ma anche e soprattutto con tempi di trasferimento incomparabilmente più rapidi di quelli del passato; un fenomeno che, viste le dimensioni (miliardi di persone, come dicevo, e non – come si sostiene guardando solo a quando finora avvenuto – poche centinaia di migliaia), è di fatto insostenibile sia per chi migra, sia per chi accoglie i migranti; un dramma epocale che pressoché tutte le parti politiche assumono come una sorta di “dato di natura”, qualcosa di indipendente dalla politica e dall’organizzazione umana e perciò non modificabile, del quale di conseguenza ci si limita gli uni a volerlo fermare con muri ai confini, gli altri ad assecondarlo come inevitabile e inarrestabile.

Solo che il fenomeno migratorio non è un “dato naturale”: fa parte del mondo umano, è condizionato dalla struttura organizzativa che gli uomini si sono dati ed è perciò modificabile mutando queste ultime. E quelle strutture organizzative, volendo tagliare qui per semplicità le cose con l’accetta, hanno un nome preciso: neoliberismo, l’ideologia che si nasconde dietro la declamata “morte delle idiologie”, il pensiero unico al quale, come diceva trentacinque anni fa Margareth Tatcher, “non c’è alcuna alternativa”.

Sono le strutture organizzative del neoliberismo, discendente postmoderno del colonialismo e dell’imperialismo, che spingono alla crescita infinita i paesi già cresciuti anche troppo, rendendo impossibile la crescita di quelli poveri: perché ne continuano a depredare le preziose risorse naturali, impongono loro governi totalitari, ne danneggiano l’ambiente, alzano i costi delle materie prime rendendole loro inaccessibili. Stante l’accresciuta capacità di movimento, con queste strutture organizzative e con le conseguenti diseguaglianze negli stili di vita l’ondata migratoria è ovvia e inevitabile. E non basteranno i muri a fermarla: in breve tempo diverrà così forte che li abbatterà. Né avrà senso l’accoglienza: se aprissimo le frontiere a chiunque, come suggerirebbe l’astratto umanitarismo cui io stesso sarei propenso ad aderire, in breve tempo l’Europa intera sarebbe stipata. Lo capirebbe un bambino, ed è per quello che l’Europa sta andando a destra: perché la sinistra propone “principati che non esistono”, mentre la destra propone la guerra, che è sgradevole e da evitare, ma anche ahinoi possibilissima.

E allora la via per la ricerca di una risposta al problema migratorio è una sola ed è chiarissima: cercare alternative al neoliberismo, che cambino i rapporti di forza tra le parti del mondo e diminuiscano le differenze tra gli stili di vita. Che questo non lo cerchi la destra, preferendo aggrapparsi alla propaganda da somministrare al Colosseo delle Sea Watches, è comprensibile; che invece non lo cerchi la sinistra no, non lo si capisce proprio. L’unica spiegazione possibile è che anch’essa abbia ormai fatto proprio il motto tatcheriano: al neoliberismo non c’è alcuna alternativa.

Ma allora, riconosciamolo, non è più “sinistra”.

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