Archivi tag: Presidente del Consiglio

Perché No (senza volere la caduta del Governo)

Eccoci dunque arrivati al giorno del voto, dopo una campagna referendaria assurda, forse ancora più assurda di quanto non sia ormai, purtroppo, normale. Una campagna nella quale solo una esigua parte di chi era schierato per il No ha informato e discusso sul merito, mentre tutti gli altri – del Sì e del No – hanno solo insistito su questioni legate ai rispettivi schieramenti: da una parte tutti contro Renzi, dall’altra tutti a suo favore e contro figuri certo loschi, ma ormai sepolti. Della Riforma, poco o nulla.

Lo avevo già detto, ma voglio ribadirlo in modo chiaro: non sono per il No perché voglia la caduta del Governo, ma per ragioni che stanno nel testo costituzionale modificato. Personalmente, in caso di vittoria del No auspico che Renzi rimanga. Chi mi segue sa che lo ritengo un avversario politico e un pericolo; tuttavia è oggi disgraziatamente il male minore: di lui è chiaro quali danni possa provocare, mentre di altri (il M5S, la Lega) non è neppure chiaro questo (l’uscita dall’Euro, per esempio, sarebbe un insensato e dannosissimo anacronismo). Quindi, che Renzi rimanga dov’è almeno finché qualcuno meno dannoso di lui non possa prenderne il posto.

Ma affinché i danni prodotti da lui o da altri non siano troppo gravi, affinché la politica non si trasformi definitivamente in una grossolana competizione basata sul marketing nella quale chi “vince” fa poi quel che gli pare senza contrappesi e senza dibattito pubblico, affinché in questo Paese la Democrazia non perda terreno, è necessario che la Riforma in discussione venga bocciata.

Ho cercato di spiegarne le ragioni “ideali” nel mio precedente intervento. Adesso vorrei aggiungere alcuni dettagli più “concreti”.

  1. si dice che la riforma “semplifichi”  la vita parlamentare e renda più “veloce” la promulgazione delle leggi. Non è esattamente vero (i rapporti con le Regioni divengono ancor più ambigui, le leggi erano varate spesso in tempi brevi anche prima e le lentezze dipendono dalla burocrazia amministrativa non da quella parlamentare), ma soprattutto è inaccettabile che possa avvenire al costo della rappresentanza: un Senato eletto che torna a vagliare e discutere le leggi già discusse alla Camera è un valore e una garanzia, non uno spreco. Se poi i ruoli dei due rami del Parlamento debbano essere rivisti può essere materia di discussione; che uno dei due venga trasformato in un fantoccio di nomina politica, no.
  2. Si dice che la riforma riduca “i costi della politica”: è falso, la riforma riduce proprio la politica, perché diminuisce i rappresentanti dei cittadini e taglia la discussione sul merito delle leggi. Per ridurre i costi della politica non serviva una riforma costituzionale, bastava una legge che riducesse in modo congruo lo stipendio dei Deputati, chiedesse rigorosamente conto delle loro spese prima di liquidarle e tagliasse via l’enormità di privilegi di cui godono (vedi lo scandalo buvette). Ma di quello né si parla, né mai si parlerà.
  3. Si dice che la nuova Costituzione garantisca la governabilità (lo si diceva anche all’epoca del referendum sul maggioritario, ma evidentemente ci si sbagliava): non so se sia vero o no, dico solo che non è questo il modo per ottenerla, perché non è accettabile farlo aumentando il potere nelle mani del Governo e togliendo controllo al Parlamento. Qui, proprio qui, si nasconde il deficit democratico della riforma, e il fatto che il suo maggior sostenitore dica di non essere disposto a governare ancora se la modifica non passa ne è dimostrazione: teme di essere costretto ad ascoltare, discutere, tessere politiche condivise, costruire mediazioni, mentre il suo desiderio (lo sappiamo dall’esperienza) sarebbe quello di governare ad libitum, in regale autonomia.
  4. Si dice che la riforma consenta una maggiore “efficienza”; si omette però di dire rispetto a quale fine (non c’è un’efficienza “in sé”). Tenendo conto della cultura dominante e conoscendo l’immaginario di riferimento di chi sostiene le modifiche, si capisce che il riferimento è a un “fare” qualsivoglia, che affermi il valore (in realtà astratto) del “non restare fermi”, anzi dell'”essere veloci”, perché questo e solo questo permetterebbe di essere al passo coi tempi e di “competitivi” con il mondo moderno. Come ho scritto altre volte su questa rubrica, si tratta di una cultura superficiale e deteriore, strettamente intessuta con l’individualismo proprietario, che è il cancro dell’epoca in cui viviamo. Se la riforma è efficacie rispetto a tuttociò, allora questa è un’altra ragione per respingerla.
  5. La nuova Costituzione assegna la soluzione dei contenziosi tra Potere Centrale ed Enti Locali al Governo, che può dichiarare il tema “di interesse nazionale” ed avocarlo interamente a sé. Si tratta di una completa espropriazione dei diritti delle comunità locali, senza neppure spazi di discussione e/o contrattazione (e taciamo del fatto che ciò non valga per le Regioni a Statuto Speciale, cioé quelle che già oggi godono di una decisionalità superiore rispetto alle altre…).
  6. La riforma è, infine, scritta malissimo, con ogni probabilità perché fatta in fretta. Ed è scritta male, si badi, proprio dal punto di vista grammaticale e logico, ancor prima che da quello giuridico. Ma scrivere male dal punto di vista logico e grammaticale apre spettacolari e pericolosissime incoerenze, che in prospettiva provocheranno conseguenze assai gravi, sia in termini di inadeguatezza costituzionale, sia in quelli di paralisi decisionale.

Ovviamente potrei dire di più, anzi ho sicuramente dimenticato alcune considerazioni critiche importanti. Ma c’è chi meglio di me ha analizzato il testo riformato e mostrato i suoi enormi difetti, per cui ho solo il compito di segnalare alcune fonti di questo genere, come il libro di Luca Benci, In otto punti le ragioni del No al Referendum Costituzionale, oppure il più neutrale confronto tra il nuovo e il vecchio testo della Costituzione, leggendo attentamente il quale saltano agli occhi le incoerenze, la pessima redazione e anche alcune terrificanti “sorprese”: perché, per esempio, nessun membro del Parlamento rappresenta più “la Nazione”, come avveniva prima (art. 67)?

Non mi resta che augurarvi buona meditazione, sperando di svegliarsi lunedì in un Paese che non abbia perso ancora altri pezzi delle garanzie democratiche.

Annunci
Contrassegnato da tag

L’Expo e i “professionisti del ce la faremo” (noi, degli altri che c’importa?)

Quell’emblema dell’ipocrisia democristiana 2.0 che è il nostro attuale Presidente del Consiglio, inaugurando il non meno emblematico Expo di Milano, ha tuonato contro “i professionisti del non ce la farete mai“, vantandosi del riuscito avvio dell’evento. Tacciamo qui su tale “riuscita” (in realtà sono tantissime le cose incompiute e ancora di più i danni ambientali, le inchieste per corruzione, le violazioni dei diritti), perché – così come per molte “mosse” di questo governo – non è la falsa propaganda quel che è grave, bensì la portata politica assolutamente deteriore, reazionaria e immorale dell’evento, che invece passa come se niente fosse. E che vorrei spiegare con degli esempi.

Papa Francesco, salutando l’avvio dell’Expo quasi contemporaneamente a Renzi, ha invitato a far sì che esso sia l’avvio della “globalizzazione della solidarietà”. Belle parole, condivisibili, specie alla luce del tema dell’evento: l’alimentazione, in un mondo in cui miliardi di persone non hanno di che sfamarsi. Ma forse il Papa non ha letto la homepage dell’Expo, dove – dopo parole di rito – si legge che “nei 184 giorni dell’evento il sito espositivo – che si sviluppa su una superficie di oltre un milione di metri quadri (sic!) – verrà animato da spettacoli, laboratori, mostre, concerti, percorsi interattivi e sensoriali alla scoperta di tutto il buono che il nostro Pianeta ha da offrire”. Tradotto: mentre chi non ha da mangiare continua a morire, chi ce l’ha può dedicarsi a scoprire in un gigantesco lunapark tutto il buono che il mondo ha da offrire. Alla faccia della solidarietà…

E forse Papa Francesco non sa che le intenzioni dichiarate dal nostro Presidente del Consiglio (che non è responsabile della nascita dell’Expo, ma se ne fa comunque bello) sono non già di globalizzare la solidarietà, bensì di far vincere all’Italia una scommessa per il suo futuro – e in Italia, tutto sommato, quelli a cui manca da mangiare sono soprattutto quelli che italiani non sono…

Più direttamente: qual è il senso di un evento intitolato “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, ma per il quale la sola realizzazione di un solo padiglione (il Bio Mediterraneo) costa quattro milioni di euro e uno spettacolo di intrattenimento, quello del Cirque du Soleil, ne costa otto e mezzo? Si dirà che quei soldi, spesi dal popolo italiano attraverso tasse che adesso mancano per i servizi (ho recentemente fatto diretta esperienza della progressiva scomparsa della sanità pubblica), comunque rientreranno, grazie a biglietti, turismo, indotto. Anche se fosse vero, ciò confermerebbe solo che quello milanese è un lunapark a uso del famoso dieci per cento che detiene l’ottanta per cento delle risorse, non certo “un immenso laboratorio di innovazione che contribuirà a creare le linee guida per avere nel futuro cibo sano, sicuro, sostenibile e sufficiente per tutti”, come recita ipocritamente la sua homepage.

Senza contare che gli operatori pensano piuttosto chiaramente a ben altro. Si legga per esempio questo articolo di Wired, dove si esplicita che l’evento nasce per rilanciare il nostro paese (non certo il Botswana o lo Zimbabwe) nel mercato del turismo (particolarmente in quello cinese, che si va ampliando) e dell’alimentare, mentre alla voce “etica” si legge testualmente che “è evidente che il primo obiettivo dell’esposizione universale non sia di tipo etico: nessun paese farebbe un investimento simile solo per firmare una carta d’intenti” e che alle “aziende private che vogliono promuovere e far conoscere il proprio impegno nel campo della sostenibilità, un grande evento come questo offre un’ottima opportunità di marketing” (sic!).

Tanti saluti, dunque, a Papa Francesco e al pianeta da nutrire: qui c’è soprattutto da essere solidali con noi stessi e da nutrire l’Italia – che, pur con tutti i suoi problemi, sta ben meglio della media. Se non ci riusciremo – come dicono i “professionisti del non ci riuscirete mai” invisi a Renzi – sarà una sconfitta per l’Italia; ma se ci riusciremo – come invece vorrebbe il nostro Presidente, ma anche tanti dei suoi oppositori di facciata – sarà una sconfitta per chi sconfitto è già oggi e, soprattutto, sarà una sconfitta per l’Umanità, per la Civiltà, per il futuro del mondo.

E’ per questo – e non per la corruzione, per le infiltrazioni mafiose, per il degrado ambientale e la violazione di diritti, che pur ci sono – che l’Expo non doveva essere fatto e che, riesca o non riesca, è comunque un’opera politicamente ed eticamente deteriore. L’opera dei “professionisti del ce la faremo“, di quei “vincenti” di cui non riusciamo più a liberarci dall’epoca di Craxi, che non riescono a pensare che a una loro vittoria corrisponde la sconfitta di qualcun altro, forse più bisognoso di loro stessi. E che “solidarietà” non sanno neppure cosa voglia dire.

Contrassegnato da tag , , ,