Incisi

Ieri ho avuto la ventura di ascoltare prima il nuovo Presidente del Consiglio fare indeterminate promesse all’insegna dei “sogni” e del “coraggio”, poi il Sindaco di Roma Ignazio Marino (fino a un anno orsono grande speranza di cambiamento) autoincensare i suoi primi otto mesi di mandato dicendo sostanzialmente nulla di concreto ma proclamando che i mali del nostro paese stiano tutti nel “pessimismo”.

C’è poco da fare: la caduta delle “ideologie politiche” pare aver lasciato spazio alla sola “ideologia della vendita”, quella per la quale il prodotto non conta nulla a fronte dell’importanza delle strategie per il suo smercio. Così, è ben possibile non dire affatto quel che si ha intenzione di fare, oppure – come sta facendo Renzi – non dire dove si troveranno i soldi per farlo (oggi ci ha detto che lo sapremo tra un mese… ma allora perché non ha aspettato un mese a soffocare il vecchio governo?) e limitarsi a persuadere l’elettorato che con il “coraggio” e l'”ottimismo” si realizzeranno anche i “sogni” – ovvero quelle “attività mentali, anche frammentarie, che si svolgono durante il sonno” (dal “Dizionario Treccani”).

Il riferimento ai “sogni” nei discorsi politici c’è sempre stato (il più celebre ha più di cinquant’anni e fu fatto da Martin Luther King), ma negli ultimi due decenni è diventato ossessivo ed esclusivo: non si parla mai di realtà ma sempre solo di sogni. Non a caso: la realtà è diventata troppo complessa, per capirla e affrontarla servono analisi ampie, collaborazione, cambi radicali di orientamenti, obiettivi, stili di vita. Non solo:  con le sue problematiche ambientali, con la redistribuzione della ricchezza su scala planetaria, con il potere gestito da un denaro che non ha più un “padrone” identificabile, e via dicendo, oggi non si può tentare di cambiare la realtà con ricette univoche, ma è invece necessario che tutti mettano in gioco impegno, sudore e – soprattutto – critica e modifica dei propri progetti di vita. Tutte cose, queste, per un politico troppo difficili da spiegare (ammesso e non concesso che ne sia capace) a dei cittadini abituati a tornare a casa e guardare sit-com o festival canori e che – particolare decisivo – di mettere in gioco impegno, sudore e cambiamento delle loro vite proprio non hanno nessuna voglia.

Ecco allora che lo spostamento sul “sogno” ha il significato della “fuga dalla realtà”: se questa non abbiamo né idee, né forze e neppure voglia di cambiarla,  lasciamola serenamente da parte e investiamo nel “sogno”. D’altronde, siamo o non siamo il paese delle lotterie, che le statistiche ci dicono essere giocate proprio da chi è più povero (e che lo diventerà sempre di più gettando il denaro nel gioco)? E a chi si provi a sostenere che ciò sia insensato (come sto facendo adesso) non rispondiamo con fatti e dati – che del resto, facendo parte della realtà, non contano – ma demonizziamolo sul piano personale con gli aggettivi (pregiudiziale, pessimista, distruttivo, apocalittico).

Detto di sfuggita, l’ultima strategia viene usata spessissimo nell’agone politico, ma è un errore logico (quello etichettato come “avvelenamento dei pozzi”, per il quale si para un’obiezione di contenuto delegittimando chi l’avanza invece che confutandola) . Cosa grave, certo (così come grave è il fatto che i cittadini di solito neppure se ne accorgano), ma non quanto il fatto che l’abbandono della realtà per i sogni è una delle cause del disastro del nostro paese: non si disegnano più progetti di società e convivenza civile, perché basta sognare; non c’è più bisogno di fare, perché basta far credere che si farà (a Firenze, per inciso, l’unica cosa che si ricorda fatta da Renzi – la tramvia – l’ha fatta l’amministrazione precedente, lui l’ha solo inaugurata); non contano più conoscenza delle cose, merito, competenze dimostrabili, sono sufficienti gioventù, coraggio, faccia tosta; non servono a nulla analisi critiche e valutazioni di fattibilità, tutto ciò di cui abbiamo bisogno è “ottimismo”. Tranne la gioventù, è tutta roba già vista da vent’anni, che ha fallito miseramente e rigettato il paese nel medioevo.

Credo che un vero cambiamento passi perciò dal rifiuto dei sogni e dall’assunzione collettiva di un sano senso di realtà. Cose che ci permettano di definire quali ideali e obiettivi siano giusti o seriamente realizzabili e quali no, quante forze siano disponibili per realizzarli, quali nuovi obiettivi debbano essere valorizzati per sostituire e compensare quelli impossibili da ottenere. Cose, queste, definibili – di fatto e di diritto – solo collettivamente, e non da far decidere a un singolo, qualunque siano le sue vere o presunte qualità.

“Pessimismo”, dirà di queste parole l’ottimista Sindaco Marino. O, forse, lo avrebbe detto ieri, visto che oggi deve confrontare il suo ottimismo con la bocciature del “decreto salva Roma”, che trasforma i suoi sogni nell’incubo di 850 milioni da trovare entro pochi giorni per coprire l’enorme buco di bilancio, senza avere neppure una risorsa.

Su, caro Sindaco, sia ottimista…!

Basta con i sogni, sveglia!

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