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La fiera del disorientamento

Sebbene, come si suol dire, al peggio non ci sia mai fine, lo spettacolo a cui ci è dato di assistere in questi giorni è veramente sconcertante. Tre parti politiche hanno in mano il futuro del Paese, ma nessuna di loro parla neppure lontanamente né del Paese, né del suo futuro: tutte, infatti, sono impegnate in una estenuante e paradossale partita a scacchi per far fuori le altre due parti. Una, poi, è addirittura alle prese con una sorta di roulette russa in solitaria, guidata da un leader che si limita a cambiare compulsivamente mano alla pistola e tempia su cui puntarla.

Ma non è ancora nulla: il resto del paese, dai giornalisti ai cosiddetti “esperti”, fino ai cittadini “semplici” elettori, sembra non capirci più niente.

Le spiegazioni delle mosse incongrue e inconsulte dei politici o sono altrettanto inconseguenti, o si basano sulla  facile, troppo facile demonizzazione della classe politica stessa; chi solo due mesi fa ha votato una parte, ci ha ripensato e ne vuol votare un’altra; chi pochi giorni orsono era allo sbando, ora canta vittoria, magari solo per un altro paio di giorni; e anche chi era rimasto più o meno fuori dai giochi (la settimana scorsa ero presente all’incontro nazionale di quel movimento della società civile “scippato” del proprio lavoro da Ingroia) al massimo sa produrre analisi critiche, prive però di concreti elementi costruttivi.

Siamo un paese allo sbando, e non per colpa della classe politica, ma perché esprimiamo una classe politica che è lo specchio del popolo che la elegge. Un popolo che non solo evade le tasse (tutto, anche se in misura certo diversa) e lascia l’auto sul marciapiede, non solo né va a teatro né legge libri e né giornali, non solo recrimina cercando sempre un colpevole che non sia lui stesso (emblematico che solo il venti per cento degli aventi diritto si sia espresso consultivamente a Taranto su cosa fare dell’Ilva), ma che soprattutto è, come la sua classe politica, in piena confusione.

Meriterebbe almeno fermarsi un momento, arrestare il compulsivo votarsi ora al santo di destra, ora a quello di sinistra, ora a quello “nè-di-destra-né-di-sinistra”, e domandarsi il perché di questo spaventoso disorientamento.

Certo, la risposta non la troveremmo in un momento, perché il mondo contemporaneo è complesso. E, molto probabilmente, non sarebbe una risposta gradita ai più – e questa è una delle ragioni per cui nessuno la cerca veramente, specie tra i politici, che vivono di consenso e perciò, siano in buona o in cattiva fede, devono conpiacere gli elettori, pena il suicidio politico.

Credo tuttavia che la direzione della ricerca sia, almeno quella, abbastanza chiara: siamo disorientati perché indisponibili a un autentico, radicale cambio di paradigma.

Convinti da decenni di essere su una comoda e sicura autostrada che ci porterà diritti al mitico paese di Bengodi, adesso che di fronte alla nostra auto lanciata a gran velocità si para un’interruzione dietro la quale intravediamo un ponte crollato, rifiutiamo di fermarci e proseguire a piedi per i campi, e continuiamo a premere l’acceleratore, alternarnando al contempo sterzate e bruschi colpi di freno. E la testa ci gira.

A tutti, non solo ai “maledetti” politici. Vogliamo prenderne atto, prima di precipitare?

 

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