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Il PD è dannoso, non il referendum

In vista del referendum del 17 aprile, dopo aver taciuto finché ha potuto, il Partito Democratico – ufficialmente e per bocca della sua vicesegretaria – ha preso una posizione che sta ribadendo con una serie di spot: “il referendum è dannoso”.

Non voglio qui né prendere posizione sul referendum, né discutere la posizione del PD sul quesito e le sue conseguenze, ma solo riflettere sul suo messaggio e sui rapporti tra quello, la posizione del PD e la politica nel nostro paese. Cose che, a prima vista, ad alcuni potrebbero essere sfuggite.

Tralasciando che la posizione “ufficiale” del PD non è poi quella di tutti i suoi esponenti (uno per tutti: il Presidente della Regione Toscana e candidato alla segreteria post-Renzi ha altrettanto ufficialmente detto che voterà e voterà sì all’abrogazione), inizierei dicendo che – essendo uno strumento democratico di consultazione popolare in sé del tutto neutrale, qualunque siano i quesiti – un referendum non può essere dannoso. Al massimo si può sostenere sia un danno il costo elevato dell’istituto del referendum, non di questo in particolare; ma la democrazia, si sa, ha sempre un costo (cosa che si dimentica spesso, per esempio quando per ridurre il “costo della politica” si vuol ridurre il numero dei parlamentari o delle camere, riducendo così anche la rappresentanza democratica) e non ha senso prendere in considerazione la cosa in prossimità di una ben determinata scadenza. Dunque, che il principale partito politico del Paese faccia un’affermazione semanticamente scorretta è dannoso, perché accresce la confusione nel dibattito politico.

Oltretutto, il referendum in questione è stato vagliato e riconosciuto ammissibile dalla Consulta, ovvero da un’organo istituzionale preposto a stabilire giustappunto se sia lecito sottoporre un quesito a referendum, quindi anche se tale quesito possa in qualche modo essere “dannoso”. Che il PD dia un parere contrario a quello della consulta è dannoso, perché getta discredito su un’istituzione dello Stato.

Nell’argomentare la dannosità del referendum, il PD sottolinea però le conseguenze a suo parere negative della vittoria di una delle opzioni, quindi non “del referendum”, bensì di uno dei due suoi possibili esiti. Sì facendo, il PD crea ulteriore confusione in un dibattito pubblico – quello italiano – nel quale questa regna da anni sovrana, risultando ancora una volta dannoso.

Ma perché il PD fa questo? Tutto lascia pensare che la sua finalità sia quella di spingere i suoi elettori a non recarsi alle urne, così da non raggiungere il quorum, approfittando dell’alto numero di astensioni che da sempre caratterizza i referendum (e ormai da anni sempre di più anche le elezioni politiche e amministrative). In tal modo, l’esito indesiderato (l’abrogazione) sarebbe impedito con maggiori probabilità che non opponendosi votando in modo opposto. Ma, stando così le cose, il PD è per altre quattro ragioni dannoso:

  • perché cerca di persuadere i cittadini attraverso argomenti falsi e/o confusi, cioé manipolandoli;
  • perché vuol “vincere” utilizzando chi invece desidera solo astenersi;
  • perché disprezza e rovina un’istituzione democratica importante qual è il referendum;
  • perché prosegue e rafforza un malcostume politico iniziato all’epoca di uno dei leader politici più criticabili della Storia Repubblicana, apripista del malaffare in politica, che giusto venticinque anni fa invitava ad “andare al mare” gli elettori in prossimità di referendum (peraltro inizando la sua rapida caduta politica).

Forse si potrebbe andare anche oltre, ma credo che sette buone ragioni per dire che il PD è dannoso siano sufficienti. E abbiamo parlato solo delle sue affermazioni sul referendum del 17 aprile: chissà cosa succederebbe se analizzassimo puntualmente ciò che dice sulle tante questioni che interessano la nostra vita politica, sociale, economica…

Cercheremo di occuparcene, in futuro. Per il momento, per ridurre il danno prodotto dal PD, c’è un’unica cosa che tutti noi possiamo fare: andare a votare il 17 aprile. Informandosi bene prima di farlo e poi votando sì o no, come si ritiene meglio, ma comunque votando, senza cadere nella manipolazione indotta dalla confusione di un partito dannoso come il PD.

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Della manipolazione affettiva: il caso Boschi

Ignacio Matte Blanco, grande piscoanalista cileno morto vent’anni fa, sosteneva che gli uomini utilizzino due logiche: quella della ragione e quella della sfera emotivo-affettiva. La prima fondamentalmente divide e, grazie a questo, permette di comprendere cose ed eventi distinguendone le loro diverse parti, separando il buono dal cattivo, l’utile dall’inutile, ciò che ci interessa da ciò che non ci interessa, il pertinente dal non pertinente; proprio per questa processualità, l’uso della logica della ragione richiede tempo e attenzione. L’altra logica, invece, unisce, fa – potremmo dire – di tutta l’erba un fascio, tenendo assieme il buono e il cattivo, l’utile e l’inutile, il pertinente e il non pertinente, sotto l’unica insegna dell’emozione che predomina; proprio per l’assenza di processualità, l’uso di questa logica è istantaneo.

La differenza tra le due logiche è stata in seguito confermata dagli studi dei neuroscienziati, i quali riconoscono che il ruolo delle emozioni sia proprio quello di “interrompere” l’uso della razionalità per rendere più rapide le decisioni: cosa vitale in caso di situazioni di pericolo (meglio fuggire subito a distanza di sicurezza piuttosto che chiedersi se l’esplosione alle nostre spalle sia dovuta a un petardo o a un’attentato dinamitardo), piacevolmente auspicabile in quelle che ci entusiasmano (meglio corteggiare la donna che ci affascina piuttosto che continuare a chiedersi se abbia tutti, ma proprio tutti i tratti della compagna vita dei nostri sogni).

Questa struttura “bilogica”, così la chiama Matte Blanco, non è però immune da problemi. E’ infatti evidente come l’una logica vada in direzione esattamente opposta dell’altra e, in particolare, come la logica dell’emozione sopprima, almeno temporaneamente, l’uso di quella della ragione, il che comporta l’abdicazione dalla comprensione del significato delle cose nella loro complessità. Il problema sta nella durata di tale abdicazione (che senso può avere fuggire in eterno dopo un’esplosione?) e nell’uso strategico che, dall’esterno, può esser fatto dell’attivazione della logica dell’emozione. Un uso che può spingersi fino alla manipolazione.

Ne è esempio il caso Boschi, in questi giorni in discussione e che non mi perderò qui a riassumere, limitandomi a osservare cosa sia successo ieri in Parlamento (per un eccellente resoconto rimando all’articolo di Alessandro De Angelis su Huffington Post).

La Ministra, accusata di conflitto di interesse per essere parte di un governo che ha legiferato scaricando interamente sui risparmiatori il crack di alcune banche e salvando completamente i loro ricchi manager tra i quali figurava suo padre, si è difesa dichiarando al Parlamento e ai cittadini di essere di umili origini, di amare suo padre, di averne gran stima perché andava a piedi a scuola da giovane, di considerarlo innocente e di ritenere giusto che paghi nel caso non lo fosse.

Ora, di tutte queste cose al Parlamento e ai cittadini non importa – o meglio non dovrebbe importare – assolutamente nulla, visto che non solo sono questioni private della signorina Boschi e non pubbliche del Ministro, ma anche e soprattutto che sono del tutto non pertinenti al problema in discussione, che (sebbene ne includa anche altre) può essere riassunto in tre semplici domande:

  1. Perché il governo non ha scaricato anche sui manager delle banche il costo del salvataggio, magari recuperando gli emolumenti erogati dai Consigli di Amministrazione ai suoi stessi membri mentre la crisi avanzava (14 milioni di euro negli ultimi cinque anni solo per Banca Etruria, del cui CdA faceva parte il padre della Boschi)?
  2. Perché, oltre ad applicare la direttiva europea che scarica sugli azionisti i costi del salvataggio, ha applicato anche una clausola che sembra rendere più complicato rivalersi sui dirigenti delle banche invece che applicarne una che si rivalesse subito su di loro (recuperando dai loro beni, spesso ingenti, almeno parte del denaro per il salvataggio)?
  3. Perché, stante il fatto che il padre – colpevole o innocente che sia – alla vicepresidenza della banca c’era, la Ministra non si è dimessa, evitando il palese e inconfutabile conflitto di interessi e salvando il governo dall’ombra della non trasparenza?

L’ordine delle domande non è casuale, perché secondo me la terza è la meno interessante. Trovo infatti sciocco quello che hanno fatto in molti, da Saviano ai Cinquestelle, cioè chiedere in primo luogo le dimissioni della Ministra, quando molto più importante era innanzitutto contestare al governo il mancato coinvolgimento dei manager nei costi del salvataggio e solo dopo sottolineare che c’era anche un conflitto di interessi. Tanto sciocco che ha offerto alla Boschi il destro per non rispondere: alla personalizzazione dell’attacco ha replicato con una personalizzazione della difesa, evitando così di toccare i veri aspetti politici della questione e nascondendo dietro gli affetti le mancate dimissioni. Suscitando in tal modo – come già aveva fatto alla Leopolda la settimana prima – un’ondata di analoghi affetti nei suoi confronti da parte di tutti quelli che – parlamentari ed elettori del PD – la sentono “una di loro” e che, con un “familismo amorale” simile al suo, si sono schierati dalla sua parte senza neppure notare che aveva parlato di tutt’altro da ciò di cui era chiamata a rispondere.

Tutto questo non è nuovo. C’è perfino chi, stoltamente, lo chiama “capacità di comunicare”. In realtà il nome giusto sarebbe “capacità di manipolare”, esercitata mandando avanti gli affetti anche quando non c’entrano nulla (un Ministro è un “funzionario” e di lui ai cittadini interessano le funzioni e non i sentimenti per i parenti) con il preciso intento di distogliere l’attenzione dalle ragioni, quelle che proprio la logica degli affetti sospende. E proprio il fatto che non sia nuovo ci dice quanto poco “nuovo” sia il governo dei nuovisti rottamatori, manipolatori delle opinioni quanto e più dei loro predecessori. Se poi questo serva loro per tutelare i propri interessi o quelli dei propri cari e amici, poco importa: quel che conta è che i cittadini continuano a essere sistematicamente imbrogliati. E che, ahinoi, continuano a lasciarsi imbrogliare.

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Un’Italia unigenerazionale

L’attuale primattore della politica italiana domenica ha fatto un appello dei suoi, chiedendo a chiunque “voglia cambiare l’Italia” di “non perdere un secondo” e andare ad aiutarlo a realizzare quello che è “il sogno di una generazione”. Pur dentro a una confezione informale e ammiccante, tipica del suo leaderistico modo di comunicare, queste parole celano un significato importante, che probabilmente è sfuggito ai più e che dice molto, moltissimo di Renzi e della sua politica.

In primo luogo, come sempre e ancora una volta, quelle parole fanno scomparire il contenuto dietro lo strapotere dell’atto: quel che importa è cambiare, non cosa e come farlo. La conseguenza è che chiunque voglia “cambiare” pare obbligato a stare con lui, a dargli una mano, altrimenti sarà considerato un “conservatore”: non è infatti contemplata la possibilità che qualcuno voglia cambiare l’Italia, sì, ma in modo completamente diverso da come sta facendo (o, meglio, ha intenzione di fare) Renzi.

In secondo luogo, è interessante (e anche un po’ inquietante) il fatto che – inserito di soppiatto e senza chiarirne i termini – un riferimento a un contenuto in quelle parole c’è, implicato dall’ultima parte della frase, quella che rinvia al “sogno di una generazione”.

In terzo luogo, infine, quello stesso rinvio ci dice altre due cose: che l’Italia che Renzi vuol realizzare è “un sogno” e, più precisamente, quello fatto da “una generazione”: la sua.

Se proviamo a tirare le somme di queste parole del nostro Presidente del Consiglio, ne viene fuori che il suo discorso è altamente e retoricamente demagogico, in quanto ad aiutarlo “senza perdere un secondo” possono andare solo coloro che la pensano come lui riguardo al genere di cambiamento da realizzare in Italia. Più precisamente, possono correre a dargli una mano solo quelli che “sognano”, e non chi voglia invece cambiare senza tanti sogni ma guardando alla realtà. Vale a dire, i suoi coetanei, quelli cresciuti nei “favolosi anni Ottanta”, quelli del “sogno” Berlusconiano. Tutti gli altri, dal sottoscritto al mio caro vicino di casa novantaduenne ed ex capo partigiano, non possono (e del resto non vogliono) aiutarlo, perché l’Italia vogliono cambiarla, certo, ma senza sognare e in tutt’altro modo.

Si dirà che rinviare al “sogno” berlusconiano degli anni Ottanta sia una ingiusta critica macchiettistica. Non è così, e per dimostrarlo basterebbe ricordare che Renzi, oltre che essere stato da giovanissimo alla Ruota della Fortuna, ha più volte affermato che quando smetterà di fare politica vorrebbe fare il presentatore televisivo (mestiere non molto diverso da come sta interpretando il proprio ruolo di politico). Ma se ciò non bastasse, lunedì lui stesso ci ha fornito ancor migliori elementi di riprova, presentando la candidatura dell’Italia per le Olimpiadi del 2024.

Lascio da parte tutto ciò che di male si potrebbe dire su questa iattura (la Grecia si è rovinata grazie alle Olimpiadi, nessun paese ha mai guadagnato niente dalla loro organizzazione, nel nostro poi un’evento simile sarebbe un banchetto per la corruzione) e mi limito a osservare due aspetti della cosa.

Il primo è che una analoga candidatura era stata drasticamente esclusa due anni da un altro Presidente del Consiglio, Monti, il quale – forse perché apparteneva a un’altra generazione – non aveva ritenuto opportuno investire ancora sullo sport, che – dalla sciagurata vittoria ai Mondiali di Calcio dell’82 (Renzi aveva sette anni) all’epopea del Milan di Berlusconi (e delle sue TV) – ha in Italia un posto assolutamente prioritario nell’interesse dei cittadini: che sia anche per questo che il nostro Paese versa in una così profonda crisi morale ed economica?

Il secondo è il modo in cui Renzi si è espresso nell’occasione: “con tutto il rispetto per De Coubertin”, ha detto, “questa candidatura la presentiamo per vincere, non per partecipare!”. Come si sa, le Olimpiadi moderne erano nate appunto ispirate dallo spirito di De Coubertin, interessato all’incontro tra le persone e non alla competizione; ma al Nostro – cresciuto appunto negli anni Ottanta, quando l’allora Presidente del Consiglio rifiutava confronti con eminenti economisti adducendo il fatto che non avevano vinto la Coppa dei Campioni come lui – la cosa non interessa: la competizione viene prima di ogni altra cosa, anzi, partecipare senza puntare a vincere è semplicemente impensabile.

Ecco, io, il mio novantaduenne vicino di casa e molti, molti altri cittadini di questo Paese la pensiamo diversamente. Anche noi vogliamo “cambiare l’Italia”, ma la vogliamo non competitiva: vogliamo un Paese solidale, che fa le cose perché è bello farle e farle bene, non per vincere; vogliamo un Italia con meno sogni, meno sport e meno televisione, ma più concretezza, più giustizia, più momenti di incontri tra le persone, oggi troppo chiuse in casa a guardare gli show del Presidente del Consiglio e di quegli intrattenitori che lui “sogna” un giorno di sostituire con se stesso.  Vogliamo cambiare l’Italia, oggi renziana e dai progetti unigenerazionali, in un Paese senza alcun leader paternalistico e in cui ci sia spazio per tutte le generazioni.

Per questo cambiamento dell’Italia, oggi, Renzi è un grave ostacolo.