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Ecologia e politica: è urgente attivarsi, ma anche pensare alternative

La mobilitazione giovanile che si sta svolgendo oggi per sensibilizzare sul problema ambientale non può che essere salutata con interesse e speranza: l’ecologia è ormai da oltre trent’anni un fattore essenziale con il quale deve fare i conti qualsiasi prospettiva politica e – ciononostante o, forse, proprio per questo – viene trascurata, minimizzata, spesso perfino nascosta nel dibattito pubblico e nei programmi delle forze politiche. E tuttavia lasciano perplessi le forme attraverso le quali questa mobilitazione è nata e le prospettive che essa lascia intendere.

Cominciamo da una premessa: il cambiamento climatico, al centro dell’allarme portato in piazza oggi, per quanto minaccioso sia, è solo uno degli aspetti della crisi ecologica e, probabilmente, anche uno dei meno “certi”: la sperequata distribuzione delle risorse tra i paesi del mondo, l’impossibilità di renderla equa portando tutti i cittadini del mondo al livello alto di fruizione, la ridotta disponibilità di risorse essenziali (e non mi riferisco alle energie non rinnovabili, bensì a materie prime oggi indispensabili come l’allumino, il rame, i metalli rari necessari per gli onnipresenti apparecchi elettronici, ecc.) sono aspetti della crisi ambientale assai meno contestabili del futuro innalzamento delle temperature. Aspetti, peraltro, tra loro connessi, non parlare dei quali fa sì che ogni appello e ogni mobilitazione finiscano per essere superficiali e sterili.

Aggiungiamo un’altra considerazione preliminare: il problema della crisi ecologica non ha, finora, quasi mai attratto l’attenzione di un significativo numero di cittadini-elettori (e, perciò, neppure dei politici deputati a rappresentarli) proprio perché ogni serio intervento non potrebbe che comportare una radicale ridiscussione sia dei rapporti di forza internazionali, sia degli stili di vita dei paesi più forti – e noi siamo, di fatto, parte dei paesi forti. Da un lato ha dunque ragione chi vede nei messaggi lanciati dalla giovanissima icona del movimento giovanile, Greta Thunberg, molta ingenuità e qualche imprecisione (si legga per esempio questo articolo de “Il Post”); dall’altro, però, per superare questo problema sarebbe necessario mettere a punto analisi della crisi ambientale più ampie, mostrando l’ineludibilità di determinate scelte politiche e le loro inevitabili conseguenze sulla nostra vita quotidiana.

In particolare, sarebbe necessario sottoporre a una seria critica l’onnipresente concetto di crescita, questo totem al quale nessuno sembra voler e poter rinunciare, che – come capirebbe un bambino – è il principale fattore determinante la crisi ambientale: la terra è una sfera di superficie finita – scriveva venticinque anni fa Vittorio Hösle nel suo Filosofia della crisi ecologica – e pertanto anche la crescita di ciò che vi accade deve avere un limite. Del resto, potremmo aggiungere, poiché l’unica cosa che cresce senza limite in natura è il tumore, si può ben dire che un modello di sviluppo come quello che è stato universalmente adottato e che ha per obiettiva la crescita senza limiti è un vero e proprio cancro del pianeta.

In astratto potrebbero forse essere in molti a convenire con quanto appena scritto, specie tra coloro che in questi giorni manifestano per il clima con splendidi slogan come “noi non difendiamo la natura, siamo la natura che si difende”. Ma quanti continuerebbero a esserlo una volta messe in chiaro le conseguenze? Per fare un esempio: la settimana scorsa un quotidiano (“Il Foglio”) lamentava che l’Italia fosse al sest’ultimo posto nella classifica della crescita economica, a pari merito con lo Zimbabwe; ebbene, in una strategia di contenimento della crisi ecologica la cosa grave di quel dato è che lo Zimbabwe non cresca sedici volte più dell’Italia, visto che il suo reddito pro-capite è meno di un sedicesimo del nostro, e non viceversa; noi, per dare allo Zimbabwe e ai centosessantacinque paesi meno ricchi del nostro lo “spazio ecologico” per crescere, dovremmo addirittura invertire la tendenza e ridurre le produzioni, i consumi, gli spostamenti nostri e delle nostre merci.

Ma chi è disposto a farlo, oggi? Lo sono quei giovani che manifestano? E sono consapevoli dei cambiamenti che questo necessita e comporta? Cose non da poco, come il crollo del sistema economico universalmente dominante, il capitalismo liberista, e la sua sostituzione con qualcosa ancora tutto da inventare; la ricostruzione delle forme di convivenza civile, oggi basate sulla struttura del lavoro funzionale allo scambio mercantile; la creazione di nuovi sistemi di protezione sociale, fin qui finanziati dal prelievo fiscale sul surplus produttivo e dal sistema finanziario-speculativo, destinato a collassare con la fine della crescita; l’invenzione di un nuovo (e forse anche migliore, ma fin qui ignoto) modo di vivere il proprio tempo di vita, non più primariamente condizionato dal lavorare per procurarsi soldi da spendere.

Qualcuno dirà che quelle appena scritte sono parole vuote, vaneggiamenti, “filosofia”; in parte è vero, non lo nego, né potevano essere altro, perché la filosofia è scienza delle domande senza risposta e sulla crisi ecologica noi – tutti, cittadini ed esperti, in piazza o nelle proprie stanze, favorevoli o contrari ad affrontarla – risposte non ne abbiamo: perciò dobbiamo in primo luogo interrogarci, immaginare, progettare quelle che un tempo erano definite “utopie concrete”, e solo dopo (o durante) provare a sperimentare. Quel che manca oggi – certo nella politica praticata, ma mi pare anche in chi è in piazza a manifestare – è proprio quella riflessione ampia e consapevolmente astratta sul tema, che è propria della filosofia. Senza la quale scendere in piazza rischia di diventare solo un’azione autoconsolatoria, se non un divertente passatempo.

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Non in nostro nome!

Sabato gli italiani egoisti, rancorosi e incattiviti (come li definisce non l’opposizione, non La Repubblica, bensì l’ISTAT nel suo cinquantaduesimo “Rapporto sulla situazione sociale del Paese”) sono scesi in piazza per ossequiare il loro vate, Matteo Salvini, che ha rilanciato le sue parole d’ordine di estrema destra: “io non mollo”, “marciare uniti e compatti”, “se Dio mi dà salute faremo grande l’Italia”, “se ci attaccano vuol dire che siamo nel giusto”, e via sproloquiando, il tutto indossando la felpa della Polizia di Stato e ostentando pubblicamente la figlia minorenne.

Il pubblico festante ha apprezzato e intonato cori, com’è giusto che sia trattandosi appunto di cittadini egoisti, rancorosi e incattiviti, come quelli che nel corso della settimana avevano insultato una giornalista rea di aver provato a impedire la violenza fisica su una giovane ladra rom, oltretutto già nelle mani della sicurezza. Né è possibile farci granché, dato che gli egoisti, i rancorosi, gli incattiviti esistono, sono sempre esistiti, esisteranno sempre e a loro va democraticamente lasciato spazio di espressione.

Quel che però non deve esser fatto loro mancare sono le critiche, l’opposizione e anche la misura della loro parzialità. Cosa che invece sta accadendo attualmente, a causa del totale spaesamento di chi non sia né egoista, né rancoroso, né incattivito, ma proprio perciò si senta impotente di fronte all’ignoranza boriosa che sfoga la propria frustrazione contro i bersagli più facili – i più deboli – e contro chiunque ostacoli questo esercizio tanto grossolano, quanto inutile (tralascio volutamente ogni commento sulle forze politiche sedicenti di sinistra, che spaesate erano già da almeno vent’anni).

E allora innanzitutto ribadisco quel che ho detto più volte, e cioé che il sovranismo – sia esso “psichico”, come dice l’ISTAT, o politico, come dice lo slogan leghista “primagliitaliani” – è in primo luogo non tanto immorale, quanto controproducente. Avere come obiettivo principale la difesa dei propri interessi (nazionali, locali, familiari) rende infatti inutilizzabili le principali risorse che l’uomo, animale di per se strutturalmente deficitario, ha a disposizione per far fronte all’insicurezza: la collaborazione e la condivisione. E non lo dico io, ma fiumi di studi antropologici (per esempio il noto Le basi economiche di una società arretrata di Edward Banfield, il padre del “familismo amorale”) che ovviamente gli italiani egoisti, rancorosi e incattiviti sono fieri di ignorare, definendo “radical chic” chiunque sia più competente di loro. Di più, il loro sovranismo li porrà in competizione non solo con l’Europa di cui respingono la collaborazione, ma anche con gli altri paesi sovranisti: ogni alleanza con chi abbia per principio il “prima noi” sarà infatti sempre e solo un’alleanza precaria e di facciata, pronta per esser tradita non appena il “prima noi” debba agire sull’alleato. E se c’è una cosa che aumenta l’insicurezza, questa è la competizione, altra cosa ben nota e confermata da studi che gli italiani egoisti, rancorosi e incattiviti sono fieri di ignorare.

In secondo luogo ricordo a quel sedicente “Popolo” che esso tale non è, perché il Popolo non esiste, almeno non come entità unica e monolitica: esiste una società, composta da individui con idee, interessi, esigenze e sentimenti diversi, che si aggregano in molteplici gruppi più o meno ampi e coerenti, la composizione dei quali produce movimenti, opzioni e decisioni in merito all’andamento della società. Una cosa che si chiama “politica” e che vive di dibattito e confronto, di equilibri tra diversi spesso raggiunti a fatica. E finantoché nella società e nel dibattito politico vi saranno idee ed esigenze diverse dal nazionalismo e da “primagliitaliani”, finché vi sarà chi – come un tempo Don Milani in L’obbedienza non è più una virtù – pensi che

se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri

allora quel sedicente “Popolo” non sarà che un’aggregazione parziale di cittadini e avrà strenui oppositori, che riterranno i suoi aderenti prima inetti e poi immorali.

E infine, conseguentemente, dico al loro vate Matteo Salvini, che non si azzardi mai più a chiedere, come ha fatto ieri, una cosa che è impossibile possa ottenere, vale a dire un “mandato per sessanta milioni di italiani”, perché finché in Italia ci sarà

  • chi pensa la propria Patria come la pensava allora Don Milani,
  • chi ritiene di essere italiano, sì, ma prima di questo europeo e ancor prima cittadino del mondo,
  • chi considera che i soldi presi a prestito si debbano sempre restituire,
  • chi pensa che raggiungere la condizione socioeconomica dei propri padri sia meno importante di avere una situazione socioeconomica “giusta”,
  • chi ritiene che la misura di tale giustizia sia umana e non nazionale,

nessun Matteo Salvini, anzi nessun rappresentante sovranista potrà avere un mandato “per sessanta milioni di italiani”, ma solo per quella parte – esigua anche quando formalmente maggioritaria- che lo sostenga.

A quel sedicente “Popolo” e ai suoi vati dico pertanto con forza e a piena voce:

NON IN NOSTRO NOME!

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