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Politica o spettacolo? Ragione o emozione?

Il mio post di ieri ha ricevuto tre risposte, sfaccettate diversamente, ma con alcuni elementi comuni.

In primo luogo è però importante osservare che la domanda con cui chiudevo il post era sbagliata, o comunque foriera di fraintendimenti. Me ne sono reso conto con un attimo di ritardo, ma ho preferito lasciarla com’era e vedere cosa avrebbe prodotto. Era sbagliata perché arrivava dopo alcune mie affermazioni che ne costituivano già in parte risposta: fare politica senza (quasi) impiego di denaro, proporre volti del tutto nuovi, diffondere la moda dell’onestà sono senz’altro cose che rendono diverso 5 Stelle dal fenomeno Forza Italia, così come da chi con il ricco stipendio di “onorevole” si comprava la barca.

Detto questo, però, dubiterei che la diversità includa anche il “far ridere voluto”: Berlusconi ha giocato sulle barzellette gran parte del suo appeal sul cittadino medio; forse era meno “artistico” di Grillo, ma l’obiettivo era lo stesso, così come l’intenzionalità. Del resto, mi pare che tutte e tre le risposte insistano su un tema: che, vivendo noi tutti nella società dello spettacolo, sia lecito – anzi necessario, se non addirittura meritorio – “far divertire”, agire sulle “emozioni” e sulla “pancia” – proprio ciò che i vecchi politici non avrebbero saputo fare (forse perché tutti presi da loro stessi?). E non importa molto se dentro 5 Stelle ci siano o meno idee su come risolvere non già questioni “morali”, ma anche questioni “tecniche” (indispensabili anche per risolvere alcune questioni morali, peraltro…), perché già il cambiamento, l’emersione del “diverso” e del “sorprendente” sarebbe una lieta novella.

Dico con forza che a me questo pare un ragionamento errato. E non lo dico per demonizzare 5 Stelle, cosa di cui mi guardo bene (almeno per ora, visto che non ho elementi sufficienti per dare giudizi fondati), lo dico in generale: se l’autista del pullman per farsi bello con la bionda della prima fila guida come un pazzo e rischia continuamente di uscire di strada, non mi pare una buona idea far guidare il bambino di sei anni della seconda fila….

Lo sapevano gli altri – si chiede – dove trovare i soldi per le riforme? Beh, i tre che ho citato un po’ di idee le avevano e le hanno anche espresse, ma non li ha ascoltati nessuno, solo perché non facevano i buffoni, non urlavano contro nessuno, parlavano alla testa e non alla pancia. Oggi un amico, parlando da “uomo della strada”, mi ha detto di aver conosciuto di persona uno dei tre e di ammirarlo molto, ma che dopo un po’ gli pareva diventasse noioso, poco entusiasmante…. Insomma, come il grillo, però quello di Pinocchio! E l’odierno Grillo deve averlo capito, visto che si è messo a parlare alla pancia (come il gatto e la volpe). Forse proprio per questo, però, omettendo di parlare alla testa.

Credo che con ciò si sia arrivati a un punto importante: la distinzione della mente dalla pancia, della serietà dal divertimento.

Aprendo questo blog ricordavo che la filosofia nacque in Grecia assieme alla democrazia, perché la decisione condivisa (democratica) delle scelte riguardanti la convivenza civile richiedeva il dialogo critico, la conoscenza dei reciproci punti di vista e dei diversi valori, la composizione equilibrata degli interessi, il rispetto delle vicendevoli sensibilità. Fu questa esigenza a stimolare la scienza della ragione, mirata alla ricerca del giusto e del vero. Quel giusto e quel vero che, quando trovati (anche a titolo temporaneo), non possono che toccare la pancia. Ma che richiedono tempo, energie, pazienza, serietà. L’alternativa è prendere scorciatoie, quelle che toccano la pancia senza passare dalla testa senza richiedere né sforzo, né serietà, ma anzi producendo divertimento e spettacolarizzazione.

Ecco: la nostra società ha da tempo abbandonato la serietà, la pazienza, la ricerca laboriosa, a favore della scorciatoia spettacolare. La nostra è una società non del contenuto ma dell’immagine, non della riflessione ma dello spettacolo, non della verità ma dell’apparenza. E la politica ha seguito la moda, diventando però qualcosa d’altro: non più dibattito pubblico alla ricerca del giusto e del vero, bensì ring di personaggi, senza limitazioni di colpi bassi, nel quale chi vince riceve l’incarico di governare, indipendentemente dalla qualità (e spesso perfino dall’esistenza!) del suo progetto di convivenza civile. E’, lo sappiamo, la sagra della menzogna, dell’omissione e della dissimulazione, dell’offesa e dell’urlo, della demonizzazione e dell’adorazione.

Su questo, l’affermazione di 5 Stelle non costituisce una novità: non ha vinto un progetto, non ha vinto un’idea articolata di convivenza civile, non hanno vinto delle persone (che i più neppure conoscono), ha invece vinto un signore che ha spettacolarizzato la rabbia.

Se poi da questo successo, arcaico nella sua sorprendente novità, possa seguire qualcosa si positivo può restare aperta la discussione. Ne parleremo nei prossimi giorni.

Cos’è successo?

E allora iniziamo. Chiedendoci: cos’è successo domenica e lunedì?

La mia prima risposta – mera ipotesi di lavoro – è che, semplicemente, i conti tradizionali della politica non sono tornati: per la prima volta, abitudini e appartenenze sono saltate e otto milioni e mezzo di cittadini hanno votato un partito che non è un partito e che, soprattutto, alle precedenti elezioni neppure esisteva.

Si dirà che era già successo nel ’94, quando ebbe inizio l’epopea berlusconiana. Ma allora le cose erano piuttosto diverse: anche allora c’era, è vero, un leader carismatico a fare da traino (anche lui, oltretutto, proveniente dal mondo dello spettacolo), ma al contrario di oggi fu investito moltissimo denaro e il partito emergente riciclava vecchi politici di un altro partito appena defunto. Qui, invece, ci troviamo davanti un successo nato a costo zero, con protagonisti perlopiù mai apparsi sulla scena politica e che hanno sottratto voti a realtà concorrenti. Inaudito.

Come si spiega tutto questo?

Ieri ho definito tale successo “fuga verso il nulla, trainata da un vero e proprio pifferaio di Hamelin”. Non vorrei essere frainteso: quel movimento è il chiaro segno che la misura era colma (lo era anche per me, e da tempo mi guardavo bene di votare i partiti tradizionali). Lo spettacolo della “casta” (il termine ha già sei anni, risalendo all’omonimo libro del 2007 di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, ma nulla è mutato da allora) era infatti insopportabile, tanto che perfino Bersani ha parlato di immoralità (però solo dopo la sconfitta…); la frustrazione prodotta dall’apparente immodificabilità del quadro era altissima (un modesto ridimesionamento dei privilegi economici è stato boicottato in modo grottesco nel corso dell’ultima legislatura); l’inconsistenza delle risposte politiche al progressivo scivolamento nella povertà e alla crescente perdita di diritti dei cittadini era tanto palese, quanto irritante. Quindi le ragioni di una reazione forte, anzi di una rivolta c’erano tutte. Ma la domanda che dobbiamo porci è: perché i cittadini italiani si sono disinteressati dei molti movimenti e dei numerosi tentativi di proporre alternative politiche, e si sono improvvisamente svegliati solo quando la proposta è stata avanzata da un comico dall’urlo facile e dalla visione politica globale debole? Perché Grillo è riuscito dove hanno fallito – cito a caso – i Ginsborg, i Revelli, i Gesualdi?

Ribadisco ancora: non voglio essere frainteso, né scambiato per un censore. Beppe Grillo è meno banale di quanto tanti sostengano. Oltre quindici anni fa – era il 1997, se non erro – ebbi occasione di seguire un seminario sul futuro del lavoro, organizzato da Francuccio Gesualdi. Tra i relatori c’era un giovane economista, titolare di una delle prime cattedre di economia sostenibile del nostro paese e curatore della traduzione italiana di Futuro sostenibile del Wuppertal Institut: Marco Morosini. Ci fece vedere degli spezzoni di spettacoli di Grillo per la TV svizzera da lui curati dal punto di vista scientifico (e non a caso mai passati dalle molte TV italiane…). Dunque,  già allora Grillo si circondava di studiosi che altre forze politiche avrebbero buttato fuori a calci, peché non portavano acqua al “pensiero unico” dell’economicismo. Quindi stiamo attenti a trattarlo solo come un comico urlante. Ma stiamo pure attenti a trascurare il fatto che è anche un comico urlante, perché è per questo– molto più che grazie agli esperti di cui si è avvalso – che ha trascinato le folle a reagire a una politica autoreferente, elitaria e immorale.

Ed eccoci allora al punto su cui riflettere: se è vero che la “vecchia politica” era (ed è) priva di proposte e immorale, e ammesso (e non ancora concesso) che viceversa il soggetto protagonista dello tsunami politico sia etico, è questo anche coerente nelle sue proposte? Ha un modello di società e di interazione economica che gli permetta di trovare i soldi per quel reddito di cittadinanza, per quell’aiuto alle piccole e medie imprese, per quell’acqua e per quella sanità pubbliche di cui si fa propugnatore?

A me non sembra. E, mentre attendo smentite, mi chiedo in cosa si differenzi – nei contenuti politici e non nelle parole – da chi già vent’anni fa prometteva milioni di posti di lavoro….