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Sul nuovo. Ovvero: gli Zamparini della politica

Uno dei problemi della politica-spettacolo, come dicevo ieri, è quello di trasformare tutto in una competizione, in una lotta nella quale conta solo essere contro l’altro e vincere, con la conseguenza che gli elettori si trasformano in tifosi e non si confrontano più (com’è noto, infatti, il tifo è una fede). Non vorrei che questo blog si adeguasse, perché in questo caso sarebbe del tutto inutile. Quindi oggi lascerò da parte il fenomeno 5 Stelle – rispetto al quale non sono, né voglio essere censorio, ma solo critico – e toccherò un altro tema.

Abbia o non abbia vinto le elezioni (ha pur sempre la maggioranza alla Camera e il maggior numero di Senatori), la coalizione di centrosinistra – ch’è come dire il PD – non ha raggiunto il suo risultato: poter governare. Al suo interno era in già accesa una disputa sulla necessità di un rinnovamento dei quadri, che s’era consumata nel corso delle primare e aveva dato un risultato chiaro: circa tre milioni e mezzo di elettori avevano scelto Bersani, che rappresentava la continuità, lasciando al palo Renzi e la sua istanza di “nuovo”. Ma, puntualmente, non erano ancora finiti i conteggi dei voti che una parte del PD – dirigenti, opinionisti, elettori, simpatizzanti – aveva già iniziato a chiedere, anzi esigere, anzi ritenere ovvia e naturale la sostituzione del “vecchio” con il “nuovo”, sostenendo perfino che se ciò fosse avvenuto prima le elezioni il PD le avrebbe vinte.

Anche tralasciando il fatto che ho sentito parlare di uno studio sostenente che se ci fosse stato Renzi al posto di Bersani solo il 3% di persone che non hanno votato PD lo avrebbe fatto, ma che al contempo ben il 4% di chi lo ha votato non lo avrebbe fatto (e io stesso ne conosco diverse), quel che mi pare importante far rilevare è che la questione, se vogliamo tornare a far politica in questo paese, è del tutto ininfluente.

I problemi fondamentali dell’Italia non sono infatti né che la classe politica sia anziana e da troppo tempo in sella, né che sia privilegiata e corrotta; queste sono cose gravi e da correggere, con urgenza, ma che nascondono problemi strutturali e perciò più importanti: che la classe politica è a) da tempo immemorabile priva di proposte ampie, articolate, coerenti e concrete; b) arrivata a fare il politico o senza aver mai fatto nient’altro prima, o senza essersi mai “sporcata le mani”, cioé svolgendo attività professionali d’alto livello (sul fatto, gravissimo, che in Italia la mobilità sociale sia la più bassa dei paesi occidentali merita tornare in un’altra occasione).

Di fronte a questi problemi, la vuota categoria del “nuovo” non ha nulla da offrire: non di “facce nuove” abbiamo bisogno, ma di “idee attuabili”. E queste ultime non è affatto detto né che debbano per forza essere “nuove” (anzi, personalmente credo che si debba guardare al lontano passato per individuare alternative di convivenza civile), né che siano appannaggio di “facce nuove”.

Ma allora perché quest’esigenza di “nuovo”?

Perché anche tra chi vota in modo abitudinario e tradizionale si sente l’esigenza del “diverso” (vuota categoria equivalente al vuoto “nuovo”) più che della “idea giusta”, che richiede una riflessione sugli errori, un’analisi critica (e autocritica) spassionata dell’esistente, di tempo e di pazienza – diversamente dal “nuovo”, che richiede solo fede e tifo.

Ecco, a me i “nuovisti” (categoria protagonista da almeno trent’anni) paiono come il simpatico Presidente della squadra di calcio del Palermo, Zamparini, noto per essere recordman nel “cambio dell’allenatore”. Il quale prima vende i membri migliori della sua squadra, poi – quando la squadra com’è ovvio ne risente – invece di fare autocritica si affida a un “nuovo” allenatore. Se su queste “strategie” calcistiche si è soliti ironizzare, si ricordi che in quel campo la cosa può talvolta perfino funzionare, perché si tratta di un gioco nel quale “motivare” le persone ha un qualche peso sul risultato finale. Ma la politica non è un gioco e l’importante non è “vincere”, bensì contribuire a individuare e attuare le forme migliori per vivere assieme in società. Purtroppo, però di quest’ultima cosa pare proprio non importi più nulla a nessuno.

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