La pandemia e la rivolta dei “critici integrati”

Nel suo libro Realismo capitalista, Mark Fisher osservava come la cultura del neoliberismo non preveda più, come le forme assunte in passato dal potere,

l’in­corporazione di materiali che prima sembravano godere di un potenziale sovversivo, quanto la loro precorporazione: la programmazione e la model­lazione preventiva, da parte della cultura capitali­sta, dei desideri, delle aspirazioni, delle speranze.

Grazie a quest’opera preventiva, la cultura neoliberista da un lato spegne alla fonte ogni reazione critica, in quanto

un cittadino assoggettato cerca le soluzioni non nei processi politici, ma nei prodotti,

dall’altro rende di fatto alleati del potere economico anche la quasi totalità di coloro che se ne ritengono avversari:

Prendiamo per esempio quelle aree culturali «al­ternative» o «indipendenti» che replicano senza sosta i vecchi gesti di ribellione e contestazione come se fosse la prima volta: «alternativo» e «indipendente» non denotano qualcosa di estraneo alla cultura ufficiale; sono semmai semplici stili inter­ni al mainstream – o meglio sono, a questo punto, gli stili dominanti del mainstream.

Questa diagnosi di Fisher trova una clamorosa conferma in questo periodo di pandemia da coronavirus. Di fronte al cambiamento di stili di vita imposto dalle precauzioni sanitarie,  infatti, si è assistito a un gran fiorire di proteste da parte di sedicenti “critici del potere”, impegnati a denunciare, nei modi più diversi e fantasiosi, presunte congiure: il virus sarebbe stato prima creato in laboratorio, poi diffuso per produrre il caos e imporre stati di polizia (nonostante l’intera comunità scientifica sia d’accordo che ha origine naturale); un “clima di paura” verrebbe fomentato ad arte perché il virus sarebbe innocuo (nonostante i morti e il fatto che non ci sia nessun “clima di paura”); assisteremmo alla soppressione di essenziali “libertà” e “diritti democratici” (a dispetto del fatto che le sole cose vietate siano gli incontri ravvicinati); le misure di “controllo” verrebbero messe in atto per poi non essere più tolte (quasi che non fossimo già tutti “controllati”, senza che nessuno prima protestasse più di tanto, e che il problema fosse il controllo e non piuttosto i motivi per i quali lo si effettua). E si potrebbe proseguire. Questa pletora di denuncianti si rifanno ora al foucaultiano “sorvegliare e punire”, ora alla tradizione libertaria, ora al semplice qualunquismo antigovernativo che va tanto di moda in Italia, ora persino ai partigiani e alla loro lotta per la libertà (sì, s’è dovuto sentire anche questo…), ma con un solo obiettivo comune in mente: tornare, ora e subito, alla vita di prima.

Ma, viene spontaneo chiedere, “prima” le cose andavano forse bene? Non c’erano già il potere e i suoi controlli, gli abusi delle forze dell’ordine e i limiti di rappresentanza politica che portavano metà degli elettori a non votare? Non c’erano i semafori, i sensi unici, le telecamere agli angoli delle strade e le pattuglie di polizia? Si poteva uscire nudi, guidare ubriachi, farsi le canne, fare l’amore sui gradini delle chiese? E soprattutto: non eravamo costretti a rispettare orari e ruoli imposti da altri, accettati solo per non essere esclusi e morire di fame? Non eravamo obbligati a correre, lavorare, consumare, cercando di occupare, a danno di altri, un “posto privilegiato”? Non eravamo, “prima”, in un mondo di spettacolari e spaventose sperequazioni, abitato da gente che nuotava nell’oro e gente che nuotava invece per cercare di arrivare, clandestinamente, in una terra dove non morire di fame e malattie? Un mondo che stavamo spremendo, utilizzandone le risorse rinnovabili annue in meno di sei mesi, che stava (e sta) collassando climaticamente, minato dalla rapida scomparsa di fauna, flora, terre abitabili?

E allora: perché oggi tutta questa fretta di far tornare tutto come prima? E, soprattutto, chi ha questa fretta?

Alla domanda sul perché della fretta qualcuno potrebbe forse rispondere: “perché altrimenti il sistema economico crollerà e a soffrirne saranno proprio le categorie più deboli”. Sarebbe però una risposta troppo facile: perché è proprio quel sistema economico a produrre i deboli, a imporre i vecchi limiti alla libertà, ai diritti, alla scelta di stili di vita diversi, e anche a danneggiare l’ambiente e la natura. Dunque perché tornarci? Meglio trovare un altro modo per salvaguardare i deboli, magari indebolendo i forti.

La domanda sul chi abbia fretta, poi, mi pare non se la ponga nessuno, almeno non a livello pubblico. E le ragioni sono evidenti: perché chi abbia un ruolo pubblico – giornalisti, opinionisti, intellettuali da rotocalco, perfino bloggersocial media influencer – non ha nessun interesse a lasciare che il mondo “inciampi” nel virus e cambi direzione. Un mondo che rallenti, che sostituisca l’opulenza con la calma, il consumo con le relazioni umane, lo sport su Sky con le partitelle con gli amici, gli apericena con le veglie nelle case, non è il loro mondo. Non lo è perché non corrisponde alle loro abitudini, ma soprattutto perché in esso verrebbero meno i loro supporti materiali, tutti basati sul consumo: la pubblicità, i finanziamenti (pubblici o di ricchi privati), le speculazioni, la stessa politica, oggi basata sulla cieca delega e la mancata partecipazione attiva dei cittadini, frutto dell’assenza di tempo ed energie.

Ecco allora che gran parte del mondo dei media e degli opinion maker, soprattutto di quelli abituati a interpretare il ruolo degli “antisistema”, riprende il vetusto schema dell'”opposizione al potere”, lo condisce di cospirazionismo (espediente che funziona sempre, radicato com’è nella cultura religiosa strisciante), di stratagemmi retorici e di dati manipolativamente selezionati ad arte (esemplare Agamben che cita il dato sui decessi nazionali, identico all’anno scorso, e non quello sui decessi nei focolai isolati dal blocco, più che triplicato), e il gioco (sporco) è fatto: si conservano abitudini e ruoli, ma soprattutto si rema verso quella normalità della quale, al tempo, si era araldi della contestazione e che si rivuole indietro tal quale, proprio per tornare a essere araldi, beneamati dai propri adepti e ben pasciuti dal sistema stesso. Un sistema che – come acutamente già osservava Fisher – vive anche grazie alla presenza di “alternative premodellate”, che ne critichino le parti non vitali, salvaguardandolo in tal modo dagli attacchi a quelle vitali.

Vitali, per il sistema capitalista neoliberista, sono due sole cose: la produzione e il consumo, incessanti, sfrenati, senza respiro. Sono loro a produrre la tanto declamata crescita e la speculazione che essa permette. E il lock down per la profilassi della pandemia ha fermato giustappunto questi  due essenziali elementi del capitalismo neoliberista, come molti hanno capito: da Muhammad Yanus a Gaël Giraud, da Zlavoij Zizek ad Arundhati Roy. Certo, come ben rileva Paolo Pecere in un eccellente articolo di approfondimento, non basta il lock down a cambiare il sistema capitalistico; anzi, senza accortezze e strategie di uscita il futuro potrebbe ben essere peggiore del passato. Ma preoccuparsi oggi solo ed esclusivamente di un rapido ritorno al capitalismo neoliberista, senza mettere fin d’ora in preventivo il drastico cambiamento di un sistema drammaticamente ingiusto e che ha dato prova di spaventosa fragilità (sono bastati due mesi di blocco parziale per temere una recessione degna di quella seguita a una guerra mondiale durata sei anni…), è segno o di insipienza, o di interessata manipolazione.

Quale delle due ipotesi sia vera non è dato sapere, ma in entrambi i casi è bene tenersi alla larga da tutti i “critici integrati” e dalle loro retoriche teorie: servirebbero solo a farci tornare nel miserrimo stato in cui ci trovavamo prima.

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One thought on “La pandemia e la rivolta dei “critici integrati”

  1. Renato Pilutti ha detto:

    Condivido ciò che scrivi in questo articolo, caro Neri.
    In questo caso, mi sembra utile integrarlo con un pezzo mio, pubblicato stamattina sul mio blog, perché si connette dialogicamente al tuo, mi sembra. Eccolo:

    “Quando stamane ho sentito il ministro Franceschini definire “inimmaginabile” la reazione forte e coesa all’epidemia da parte degli Italiani ho trasecolato, ma non più di tanto, perché so quanto solitamente siano sciatti e superficiali il linguaggio e le espressioni dei politici.
    Che significa “inimmaginabile”? Che non si può immaginare, questo letteralmente. Ma, se approfondiamo il pensiero che produce questo aggettivo così forte, ci accorgiamo che Franceschini, non so quanto volontariamente o involontariamente, pensa che gli Italiani non siano in grado di essere coesi e solidali, “come nel Dopoguerra” [cliché retorico molto noto], ha aggiunto.
    Sicché, caro ministro, a lei pare “inimmaginabile” che la nostra Gente si sia comportata in questo modo. Strano. A me invece, interpretando le sue parole, pare che lei conosca poco la nostra gente, nonostante la lunga lena della sua esperienza, prima da democristiano, poi da popolare e ora pidino (partito del quale è stato anche segretario nazionale).
    Non è “inimmaginabile” per me e per i più, credo, che gli Italiani abbiano queste risorse di solidarietà e di dedizione reciproca. Si corregga, se può.
    Una dizione come quella del ministro mi fa pensare anche a un’altra espressione scorretta, questa addirittura più pregnante da un punto di vista filosofico: “impensabile”, usata quasi ogni momento da moltissimi, forse da tutti, me compreso, quando non son vigile sulle cose che dico. Subito affermo: se il pensiero può, a una velocità superiore a quella della luce, orientarsi verso qualsiasi cosa, ne consegue che, come sintagma-entimema, il non-pensabile sia falso, poiché tutto-è-pensabile, nulla escluso, nei limiti umani, certo.
    Nulla di ciò che è definibile con lemmi ed espressioni umane è impensabile, sapendo che non tutti i pensieri umani sono esprimibili. Ciò che si pensa è più grande, numeroso, di ciò che si dice o che si può dire. Il pensiero va oltre, la lingua o l’idioma, poiché vi sono “giudizi-del-pensiero” ineffabili, cioè in-dicibili. Troppo densa e varia è la realtà per poter essere de-finita e inquadrata da termini linguistici collocati nella storia. O no?
    Altra sorpresa [almeno per me]: stamane il sociologo prof De Masi definisce come “infantilismo” l’atteggiamento di molti, operatori economici e lavoratori, quando costoro esprimono esigenze di certezze sul futuro, dopo questa vicenda. Posto che la “certezza” non è la “verità”, si deve comunque riconoscere che essa manifesta una spinta forte, individuale, verso un futuro migliore, senza significare che l’individuo si aspetti dallo Stato soluzioni esaurienti e calate dall’alto. Io percepisco, in questa esigenza, come una voglia di rinascita, di progetto, dove il singolo è disponibile a metterci del suo, in modi e misure decisivi.
    La “certezza” è prodotta da un co-impegnarsi dei singoli insieme con altri singoli che fanno il gruppo, così come la malattia è stata ed è co-patia [un soffrire-insieme], se il lettore mi consente un neologismo costruito con il greco antico.
    De Masi, stia attento, lei ragiona così solo da sociologo, ma non tiene conto della dimensione psicologica che interessa le menti individuali prima ancora che gli elementi di socialità, proprio in ordine di flusso temporale, o comunque è con essa interdipendente.
    E, accanto alle dimensione psicologica, che analizza con cura lo stato mentale delle persone, va interpellata quella filosofica, la quale riesce e mettere a fuoco la questione del senso delle scelte che si fanno o che si debbono fare.
    L’uomo ha bisogno di capire innanzitutto come-si-sente, ma subito dopo anche verso-dove-sta-andando, e questo completa lo scenario esistenziale dell’individuo pensante, in questo periodo inedito, perfettamente “immaginabile”, ministro Franceschini, e del tutto razionalizzabile, prof De Masi, fatta salva la difficoltà quotidiana di ciascuno.
    Piuttosto, esaminerei con cura lo stato della vita di chi ha di meno, di chi soffre perché gli manca l’essenziale. Per affrontare questo tema occorrono due piste: a) quella della dinamicità del lavoro (smart, orari, distribuzione equa, etc.) e b) quella del welfare, per cui occorre razionalizzare le misure di sostegno del reddito, oggi spezzettate in diversi tronconi pressoché non integrabili: reddito di cittadinanza, di emergenza, di inclusione, cassa integrazione di vari generi e specie, indennità di mobilità, etc.. Queste misure, in particolare, debbono essere collegate in modo scientifico al mercato del lavoro e alle sue infinite varianti.
    Vi è un’opportunità grande in questa occasione drammatica, il cui senso capiremo non immediatamente, poiché vi sono molti attori le cui intenzioni non sono perfettamente chiare e vanno studiate. Troppe informazioni e controinformazioni, troppi interventi e salvatori non richiesti, caro lettore: ad esempio, è plausibile [certamente pensabile] che uno come Bill Gates, dall’alto dei suoi sterminati mezzi economici, sia così attivo così, senza contropartite, per pura generosità e mecenatismo? Non ci credo. Posso non crederci? Posso mettere in dubbio che lui e altri consimili facciano tutto ciò che fanno per puro umanesimo, ora che hanno da tempo risolto alla grande il problema delle sopravvivenza loro e delle loro famiglie per settantasette generazioni?
    Lascio qui in sospeso la riflessione.”

    Abbraccioti, Neri,
    Renato

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