Il virus, da un punto di vista filosofico

La filosofia nasce dal thauma, dall’inquieto stupore prodotto da qualcosa che mette in mora quanto normalmente dato per ovvio, obbligando a riflettere e a trovare un significato diverso alla realtà. Questo atteggiamento che si assume di fronte al turbamento è anzi proprio ciò che caratterizza la filosofia: c’è chi si spaventa, chi si deprime, chi cerca aiuto, chi prova a rimuovere, chi cerca spiegazioni ad hoc e chi, invece, s’interroga riflessivamente e, in tal modo filosofando, fa tesoro di una spiacevole esperienza inattesa.

Da oltre un mese siamo tutti di fronte a un thauma: il SARS-CoV-2, alias coronavirus, è un’inattesa e inedita minaccia per chiunque (anche se i più a rischio sono gli anziani e i debilitati), della quale non sappiamo quasi nulla tranne ciò che impariamo convivendoci – non ne conosciamo caratteristiche biologiche, effetti di lungo periodo, farmaci antagonisti e forme di contenimento – e per fronteggiare la quale non abbiamo potuto far altro che cambiare largamente i nostri modi di vivere per cercare di non infettarci. Va sottolineato che questa lacuna conoscitiva riguarda tutti, semplici cittadini ed esperti; questi ultimi, in effetti, ne sanno qualcosa in più, possono aggiornarsi con maggiore rapidità e sono in grado di utilizzare meglio le analogie con altri fenomeni simili, ma ciò non fa di loro dei “portatori di verità”, visto che questa, sul SARS-CoV-2, oggi ancora non c’è.

Panico da coronaUna situazione di questo genere è dunque il modello-tipo per mettere in pratica l’atteggiamento filosofico, quello che Gerd Achenbach – il filosofo che ha ideato la Consulenza Filosofica – chiama “capacità di saper vivere” (Lebenskönnerschaft): la sospensione di ogni conoscenza, presa di posizione, giudizio; il temporaneo accantonamento di ogni obiettivo, scopo da realizzare, desiderio da soddisfare; il tutto a pro dello studio e della comprensione del fenomeno, della costruzione di ipotesi riguardo a come conviverci, della progettazione di nuove forme di interazione sociale capaci di tener conto dei limiti imposti dal virus e dalle conseguenze economiche della pandemia.

Ebbene, osservando quel che sta avvenendo nell’ultimo mese, è facile riconoscere che pressoché nessuno ha assunto l’atteggiamento filosofico, neppure gli stessi filosofi. Si è infatti assistito – certamente nel nostro Paese, ma sembrerebbe anche altrove – a un compulsivo comportamento da “superesperti” da parte sia di chi era a vario titolo competente in materia –  medici, virologi, biologi, ecc. – sia di chi fino ad allora  s’era occupato di tutt’altro. Un po’ tutti si sono infatti affannati a:

  • prendere posizione per una qualche lettura del contagio;
  • difendere o attaccare una qualche misura di contenimento;
  • sostenere qualche tipo di ipotesi esplicativa relativa all’origine del virus, spesso sbizzarendosi in fantasiosissime teorie della cospirazione;
  • ingaggiare una caccia al colpevole della diffusione del contagio – il governo ça va sans dire inadeguato, gli untori che se ne vanno in giro a infettare, la sanità incapace di intervenire con efficienza, ecc.;
  • cercare altri “nemici” da incolpare in qualche modo – il “popolo di codardi” che rispetta misure inutili, il “popolo di incoscienti” che non le rispetta, i tedeschi che non ci concedono i prestiti necessari, il Potere che si approfitta dell’emergenza per imporre controlli autoritari, ecc.
  • esporre striscioni, cantare in coro dai balconi o via internet, fare appelli, sorta di preghiere laiche beneauguranti.

Tutte cose, quelle elencate, sostanzialmente inutili, vista l’ignoranza generale riguardo all’oggetto in discussione, se non solo a sfogare – perlopiù inconsapevolmente – l’ansia prodotta dalla minaccia incombente.

Ben pochi hanno invece dedicato il molto tempo messo a loro disposizione dalle misure contenitive al tentativo di comprendere meglio ciò che sta accadendo e, soprattutto, a immaginare come ricostruire – dopo il morbo e nei mutati scenari che esso ci può lasciare – una “nuova normalità”, fatta di forme di vita individuali, sociali ed economiche diverse da quelle precedenti.

E sì che le ragioni non mancavano: quanti di coloro che si lamentano di ciò che stanno vivendo, rimpiangendo la “normalità perduta”, si dichiaravano soddisfatti di essa quando vi erano immersi? Quanti di coloro che si sentono “incarcerati” dall’obbligo di rimanere a casa propria apprezzavano di essere, prima, derubati del proprio tempo? Quanti di coloro che temono (certo anche con alcune giuste ragioni) il tracollo economico che quasi certamente seguirà alla pandemia erano estimatori del sistema economico neoliberista che imperava? E allora, non sarebbe stata proprio questa l’occasione giusta per interrogarsi, dialogare (non si dica che non si può uscire, siamo o non siamo “sempre connessi”?), studiare e progettare un altro mondo possibile, visto che il precedente sta crollando?

Viceversa, vittime di una cultura emotivistica, si è per l’ennesima volta dato solo sfogo ad ansie e paure. E non tanto a quella di morire, che in ragione della sua unicità pure qualche legittimità l’avrebbe anche avuta (chi perde la vita non può sostituirla con niente di equivalente o superiore), ma soprattutto ad altre assai meno sensate: quella di dover cambiare aspirazioni, obiettivi e abitudini; quella di attraversare un periodo di minore benessere materiale; quella di ritrovarsi in un mondo diverso. Paure a cui si è ceduto ancor prima di domandarsi se, alla fin fine, ciò che le causava fosse necessariamente negativo e da temere.

In altre parole, quasi nessuno ha approfittato del proprio “tempo ritrovato” – dono del virus la cui immensa positività è perlopiù sfuggita – per porsi filosoficamente di fronte alla pandemia, cercando di usare categorie diverse da quella fin troppo ovvia della “sciagura” – valida certo per coloro che il virus non sono riusciti a evitarlo e per i loro cari, ma non per tutti gli altri.

C’è ancora tempo, proviamoci.

 

 

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4 thoughts on “Il virus, da un punto di vista filosofico

  1. Renato Pilutti ha detto:

    Caro Neri,
    potrei dirti che basta quello che hai scritto per narrare in modo corretto (centrato) quello che dovrebbe essere un ragionevole pensiero condiviso da esseri bene-pensanti, cioè capaci di un pensiero critico.
    Tu sai che uno dei leit motif miei, di questi anni, lo sai perché su questo abbiamo condiviso molti dialogi, magari aventi altri “oggetti”, ma che lì portavano me, a anche te, ricordo, anche se magari in modi diversi. Bene.
    Non sviluppo nessuno dei tuoi “focus”, ma mi aggancio ad essi in questo modo, che svilupperò in un prossimo pezzo da pubblicare sul mio sito.
    Riflettendo ad ampio raggio, cioè partendo da alcune grenz situazion, à la Jaspers, di carattere storico, mi permetto di pensare e anche di sperare (verbo inviso ai piennellisti) ma straordinariamente filosofico (e teologico), che Covid-19 sta forse creando le condizioni per un cambio di paradigma (proprio nel senso kuhniano del termine).
    Mi sembra che, se lavoriamo in questo senso, e lo fanno, più o meno consciamente, anche le grandi agenzie educative, si potrebbe essere protagonisti e spettatori di un cambiamento grande. Mi vengono in mente Galileo e poi Einstein/ Planck, che operarono al “centro” dei due forse massimi cambiamenti di paradigma dell’ultimo millennio (forse dei due ultimi due e mezzo).
    Quello che tu chiami “tempo ritrovato” è proprio il centrum di questo cambiamento, perché potrebbe significare un riconsegnare valore a molte cose dimenticate nel bailamme della post-modernità: linguaggio, qualità relazionale, scala valoriale tra beni materiali e beni spirituali, amicizia e amore, cultura e perfino… lo sport (pensa alla ridicola “tragedia” del campionato di calcio sospeso!).
    Ecco, questo penso, e dunque guardo con un occhio attento e anche incline al sorriso, con il massimo rispetto – è chiaro – per chi soffre e per chi non è più tra noi.
    Passerà certo, ma ci sarà una eterogenesi dei fini, paradossalmente anche nel male,
    En passant, ti informo che, stante il mio pregresso impegnativo, ho chiesto un tampone che è risultato negativo.
    Mane diu, Neri,
    Renato

  2. Claudio Penna ha detto:

    “quasi nessuno ha approfittato del proprio “tempo ritrovato”” . In fondo ci abbiamo messo tanto per convincerci che l’unica cifra dell’esistenza fosse il vivere l’istante, ed ora, in questa vita a prima vista sospesa, tutto è nuovamente tornato in discussione. Forse non eravamo preparati. Eravamo immersi nel presente, nel qui, nell’immediato, da aver rimosso la dimensione del tempo, una dimensione che sfuggiamo perché ci fa’ paura. Col tempo ritrovato, non cercato e, fino a qui volutamente evitato, ecco tornarci alla mente viaggi passati, immaginare mete future, e, forse, comprendiamo che è il suo scorrere, e non l’istante, ad appartenerci. In altre parole, quasi nessuno ha approfittato del proprio “tempo ritrovato” perché è proprio questa la categoria che inquieta di più, anche se è l’unica consapevolezza per porsi filosoficamente di fronte alla pandemia.

  3. Giorgio Giacometti ha detto:

    La situazione straordinaria che stiamo vivendo stimola chi, come me, si abbandona spesso a profluvi di parole, a proporre infinite considerazioni, a tutto campo: sullo Stato, sul bene comune, sui nostri diritti e doveri, sullo statuto dei saperi pretesi scientifici, sulla religione, sul ruolo della stessa filosofia. Appunto. Troppa roba. Meglio, come suggerisci, tacere e concedersi questo tempo straordinario per riflettere con calma o anche solo per vivere come non si era mai vissuti prima, rinviando a una fatidica “fase 2” la meditazione. Il filosofo praticante non parla sempre per secondo? Lasciamo che questo piccolo mostriciattolo ci dica prima la sua…

  4. […] mio ultimo intervento dicevo di trovare preoccupante che, di fronte a un fenomeno inedito e incognito quale il […]

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