Crescita, felicità e ottusità politica

Non ho mai visto nessuno decrescere ed essere felice. Secondo me la decrescita felice è un ossimoro antistorico.

Queste parole di Matteo Salvini, così grossolane e perfino in parte prive di senso, non meriterebbero una riflessione, se non fosse che la sostanza di ciò che l’attuale Ministro degli Interni voleva comunicare potrebbe essere sottoscritto – magari in forma meno inconsistente – da qualsiasi altro politico di destra, centro e perfino estrema sinistra.

E allora vediamole, queste parole, cominciando proprio dall’evidenziare dove mancano di senso e, solo dopo, mostrando perché, anche laddove un senso lo abbiano, sono semplicemente sbagliate.

Quando si usano i termini bisognerebbe conoscerne il significato o, comunque, dar loro quello corretto; “ossimoro”, nella fattispecie, identifica una figura retorica costruita accostando nella stessa espressione parole esprimenti significati opposti; ora, predicare una figura retorica dell’aggettivo “antistorico” è cosa del tutto senza senso, così come lo è definire antistorica una contraddizione logica o una sinonimia.

Ma l’insensatezza non finisce qui, perché l’espressione incriminata da Salvini non è neppure un ossimoro: il sostantivo “decrescita” denota infatti un generico fenomeno quantitativo, mentre l’aggettivo “felice” si riferisce a un ben preciso stato d’animo qualitativo; due ambiti del tutto diversi che, pertanto, non possono produrre un contrasto di significati tra i termini che li denotano.

Fin qui la grossolanità del Ministro degli Interni, dalla quale magari altri politici si terranno alla larga; passiamo dunque al contenuto della sua esternazione, il quale – sebbene espresso con la formula retorica “non ho mai visto” – è questo: è impossibile decrescere ed essere felici. Ebbene, su questo contenuto temo siano d’accordo la quasi totalità dei politici (e forse anche gran parte dei cittadini), visto che ogni genere di opposizione lamenta la mancata crescita economica del Paese – l’ultimo a farlo, proprio ieri, è stato il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni.

Per massima chiarezza, è forse meglio precisare di cosa stiamo parlando. “Decrescita” è infatti un termine generico, dunque perché abbia significato dire che si possa essere felici o infelici quando si “decresce” è necessario specificare cosa decresce: credo infatti che nessuno abbia dubbi sul fatto che si sia quasi sempre felici quando decrescono, per esempio, i debiti, l’inquinamento, il tempo impiegato in attività tediose o poco gratificanti, la febbre, l’acqua dopo un’alluvione, e via dicendo. Ma qui, è chiaro, ci si sta riferendo alla decrescita economica; teniamolo per fermo e domandiamoci allora: quando dManifesto per la felicitàiminuisce la crescita economica si è sempre infelici? La risposta, dettata dall’esperienza, è un secco no!

Se questa risposta vi stupisce, vuol dire che, come Salvini, siete poco attenti a cosa accade attorno a voi.

Prendiamo un imprenditore che, dopo aver lavorato per anni duramente e sanza sosta, a un certo punto decida di cedere la propria attività e godersi il frutto del proprio lavoro (per inciso, è quel che accade spesso in molti settori, per esempio in quello della ristorazione): la sua economia decresce, ma lui è felicissimo, perché finalmente può occuparsi di tutte quelle cose della vita che fin lì aveva dovuto trascurare – anche grazie al fatto, va detto, che mentre la sua economia decresce, crescono invece il suo tempo libero, l’energia che può dedicare ad altro, il benessere psicofisico, l’attenzione verso le persone e il mondo che lo circondano, ecc. E non si tratta certo di un esempio isolato: prendiamo anche i pensionati, che nel momento in cui lasciano il lavoro vedono (spesso drasticamente) decrescere la loro economia: sono per questo infelici? Niente affatto: in genere sono felicissimi, perché finalmente sono liberi, possono decidere in toto l’organizzazione della loro vita, dormire a piacimento, passeggiare, leggere libri, giocare coi nipoti e quant’altro. Tanto che, di solito, non vedono l’ora di poter decrescere (cioé andare in pensione).

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, ma quelli fin qui fatti già bastano a confutare l’affermazione di Salvini e la credenza che senza crescita economica non si possa essere felici. Casomai può essere interessante sottolinere come importanti studi fatti a livello internazionale abbiano da tempo evidenziato che i paesi dove i cittadini sono più “felici” (termine definito sommando una serie di parametri diversi e almeno in parte misurabili) non sono quelli con il maggiore livello di benessere materiale, evvero non sono quelli che godono della crescita economica – come ben spiega Stefano Bartolini, docente di Economia Sociale all’Università di Siena, nel suo libro Manifesto per la felicità. Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere (Donzelli, 2010). E può anche valer la pena ricordare che non mancano affatto testimonianze di come la crescita possa portare con sé aspettative e impegni eccessivi, ansie e tensioni distruttive, quando non addirittura condizioni relazionali tali da produrre vera e propria iTerra dell'abbastanzanfelicità: ne è un esempio la assai realistica storia messa in scena dal film dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo La terra dell’abbastanza, così come l’elevato tasso di depressione e di suicidi tra i manager e gli operatori finanziari dei paesi ricchi.

Ma allora, viene da chiedersi, perché è così diffusa la convinzione che la crescita continua del benessere materiale (il ben-avere di Bartolini) sia condizione imprescindibile per la felicità? Perché fermare la crescita è considerata un’idea eretica, folle, ancor più e ancor prima che utopistica? Le risposte a queste due domande sono diverse l’una dall’altra e richiedono una riflessione sia sulla cultura di massa delle nostre società, sia sul sistema economico nel quale viviamo; ci tornerò quindi nei miei prossimi interventi.

 

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5 thoughts on “Crescita, felicità e ottusità politica

  1. Stefano Zampieri ha detto:

    Per una volta sono d’accordo con te !

  2. GIORGIO GIACOMETTI ha detto:

    Non avete l’impressione di trovarvi su un treno lanciato a folle velocità contro un muro di roccia (o, se preferite, un precipizio), nel quale la maggior parte degli altri viaggiatori chiede solo di accelerare per arrivare non si sa bene dove, mentre voi vorreste tirare la maniglia del freno? Questa metafora valga per il desiderio di decrescita come per quello, peraltro connesso, di una “rivoluzione ecologica”, quale quella auspicata, anche se non pensata a fondo, forse, da Greta Thurnberg.
    La mia paura è che “tutta la nostra filosofia”, per dirla con Shakespeare, sia piuttosto impotente rispetto ai meccanismi di funzionamento del treno (leggi: le dinamiche storico-economiche o, più heideggerianamente, la “stagione” dell’Essere che ci troviamo ad abitare, anzi che ci abita). Suona tutto un po’ ingenuo, un po’ come i lamenti e le perorazioni dei socialisti utopisti nella prima metà dell’Ottocento.
    E’ come se tutto venisse sempre strumentalizzato per il gioco del Mercato (o della Tecnica o di chi volete voi, certo non nostro). I mezzi telematici di cui ci serviamo per lanciare le nostre proposte meditate e attente, nel loro impiego massiccio e diffuso, diventano la cassa di risonanza di haters che non fanno che accelerare i processi di dissoluzione delle reti sociali; i libri che pubblichiamo alimentano solo i nostri ego e un universo editoriale sempre più asfittico in cui ce la suoniamo e la cantiamo da soli (come del resto risulta lampante dal numero ristrettissimo dei “commentatori” di questo blog). Perfino eventuali gesti di testimonianza radicale verrebbero presto riassorbiti dal Sistema e in qualche modo “mercificati”.
    Forse l’esercizio più paradossalmente politico, nel senso dell’espressione di una resistenza attiva ai processi in atto, potrebbe consistere nella contemplazione critica dei processi stessi, silenziosa, meditativa, tacita, nella fondata speranza che le intime contraddizioni insite in tali processi non li facciano saltare (che il treno, per la troppa velocità acquisita, deragli in una regione pianeggiante, lasciando solo qualche viaggiatore contuso, prima di sfracellarsi contro il muro di roccia o di precipitare nel vuoto…

  3. Neri Pollastri ha detto:

    Caro Giorgio, no, io francamente non ho quell’impressione. Ho invece l’impressione di essere circondato da persone che hanno una mappa del mondo molto imprecisa e che, se solo si riuscisse a farla loro precisare, cambierebbero comportamenti. Quindi direi proprio il contrario: che manca loro proprio “tutta la nostra filosofia”, anzi, che manca un po’ di filosofia anche a noi, perché non mi pare che nessuno abbia oggi un’immagine della realtà “compatta”, precisa e chiara, capace di spiegare come funzioni e cosa ci sia che non va in essa. Infatti anche tu cadi nella semplificazione “teologica” di identificare il responsabile con il Male (il Mercato, la Tecnica, il Sistema, sempre rigorosamente con la maiuscola come meritano le entità trscendenti), l’intervento sul quale è ovviamente fuori di noi (“gioco di chi volete, certo non nostro”, scrivi). In realtà il gioco è proprio nostro, perché siamo noi – compresi io, tu e tutti i sedicenti rivoluzionari che vogliono a parole abbattere il Sistema e il Mercato e di fatto non rinuncerebbero alla cena al ristorante, all’auto con l’aria condizionata, allo smartphone ultimo modello – ad alimentare il gioco: se solo nessuno ritirasse le fiches e le gettase sul nero o sul rosso, il banco chiuderebbe; ma nessuno vuol far chiudere il banco, e se perde dà la colpa al croupier – il quale non è il proprietario del gioco, ma solo uno che ci gioca come noi, anche se con un ruolo diverso.
    La critica tacita fondata sulla speranza (sentimento che, come ho scritto altre volte, considero nefasto), da questo punto di vista, è pura e semplice connivenza: garantisce di continuare a partecipare al gioco senza pagare neppure il prezzo della frustrazione – e senza avere alcun senso di colpa, perché pur senza far nulla né cambiare comportamenti ti dà la (falsa) impressione di non essere attore del gioco.
    Come ho scritto in chiusura, ho qualche limitatissima risposta ai temi del perché, e spero di esporla qui, prima o poi. Mi spiace solo che il messaggio dell’impotenza di “tutta la nostra filosofia” venga da chi ha la tua biografia: perché Shakespeare era un drammaturgo e il suo compito era muovere gli affetti con le costruzioni retoriche, per cui può ben ritenere che la verità non possa mai affermarsi, ma se questo lo pensa un filosofo praticante, il cui compito è proprio è affermare la verità, allora siamo rovinati.

  4. GIORGIO GIACOMETTI ha detto:

    La verità potrebbe consistere (è solo un’ipotesi) nel riconoscimento di un’impotenza. Proprio un ateo come tu ti dichiari dovrebbe riconoscersi, ad esempio, impotente davanti alla morte. Se tu avessi ragione, non ci sarebbe filosofia che ci possa salvare da questo “passo”. Ora, la mia analisi sarà anche superficiale, ma supponi per un attimo che sia azzeccata. Potrebbe essere plausibile che dinamiche sfuggono al nostro controllo conducano l’umanità verso il disastro. La storia attesta ampiamente questa eterogenesi dei fini o astuzia della ragione. La Francia non è diventata come la volevano Robespierre o Napoleone, né la Russia comunista come la voleva Lenin, né l’Italia del dopoguerra come la volevano gli uomini della resistenza. Il volontarismo ha mostrato da tempo la corda. Che c’è di poco pratico-filosofico nell’accorgersi di questo e nel farne accorgere il proprio interlocutore, come del fatto che egli come noi dobbiamo morire? La verità può fare male, ma tale resta.

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