Non in nostro nome!

Sabato gli italiani egoisti, rancorosi e incattiviti (come li definisce non l’opposizione, non La Repubblica, bensì l’ISTAT nel suo cinquantaduesimo “Rapporto sulla situazione sociale del Paese”) sono scesi in piazza per ossequiare il loro vate, Matteo Salvini, che ha rilanciato le sue parole d’ordine di estrema destra: “io non mollo”, “marciare uniti e compatti”, “se Dio mi dà salute faremo grande l’Italia”, “se ci attaccano vuol dire che siamo nel giusto”, e via sproloquiando, il tutto indossando la felpa della Polizia di Stato e ostentando pubblicamente la figlia minorenne.

Il pubblico festante ha apprezzato e intonato cori, com’è giusto che sia trattandosi appunto di cittadini egoisti, rancorosi e incattiviti, come quelli che nel corso della settimana avevano insultato una giornalista rea di aver provato a impedire la violenza fisica su una giovane ladra rom, oltretutto già nelle mani della sicurezza. Né è possibile farci granché, dato che gli egoisti, i rancorosi, gli incattiviti esistono, sono sempre esistiti, esisteranno sempre e a loro va democraticamente lasciato spazio di espressione.

Quel che però non deve esser fatto loro mancare sono le critiche, l’opposizione e anche la misura della loro parzialità. Cosa che invece sta accadendo attualmente, a causa del totale spaesamento di chi non sia né egoista, né rancoroso, né incattivito, ma proprio perciò si senta impotente di fronte all’ignoranza boriosa che sfoga la propria frustrazione contro i bersagli più facili – i più deboli – e contro chiunque ostacoli questo esercizio tanto grossolano, quanto inutile (tralascio volutamente ogni commento sulle forze politiche sedicenti di sinistra, che spaesate erano già da almeno vent’anni).

E allora innanzitutto ribadisco quel che ho detto più volte, e cioé che il sovranismo – sia esso “psichico”, come dice l’ISTAT, o politico, come dice lo slogan leghista “primagliitaliani” – è in primo luogo non tanto immorale, quanto controproducente. Avere come obiettivo principale la difesa dei propri interessi (nazionali, locali, familiari) rende infatti inutilizzabili le principali risorse che l’uomo, animale di per se strutturalmente deficitario, ha a disposizione per far fronte all’insicurezza: la collaborazione e la condivisione. E non lo dico io, ma fiumi di studi antropologici (per esempio il noto Le basi economiche di una società arretrata di Edward Banfield, il padre del “familismo amorale”) che ovviamente gli italiani egoisti, rancorosi e incattiviti sono fieri di ignorare, definendo “radical chic” chiunque sia più competente di loro. Di più, il loro sovranismo li porrà in competizione non solo con l’Europa di cui respingono la collaborazione, ma anche con gli altri paesi sovranisti: ogni alleanza con chi abbia per principio il “prima noi” sarà infatti sempre e solo un’alleanza precaria e di facciata, pronta per esser tradita non appena il “prima noi” debba agire sull’alleato. E se c’è una cosa che aumenta l’insicurezza, questa è la competizione, altra cosa ben nota e confermata da studi che gli italiani egoisti, rancorosi e incattiviti sono fieri di ignorare.

In secondo luogo ricordo a quel sedicente “Popolo” che esso tale non è, perché il Popolo non esiste, almeno non come entità unica e monolitica: esiste una società, composta da individui con idee, interessi, esigenze e sentimenti diversi, che si aggregano in molteplici gruppi più o meno ampi e coerenti, la composizione dei quali produce movimenti, opzioni e decisioni in merito all’andamento della società. Una cosa che si chiama “politica” e che vive di dibattito e confronto, di equilibri tra diversi spesso raggiunti a fatica. E finantoché nella società e nel dibattito politico vi saranno idee ed esigenze diverse dal nazionalismo e da “primagliitaliani”, finché vi sarà chi – come un tempo Don Milani in L’obbedienza non è più una virtù – pensi che

se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri

allora quel sedicente “Popolo” non sarà che un’aggregazione parziale di cittadini e avrà strenui oppositori, che riterranno i suoi aderenti prima inetti e poi immorali.

E infine, conseguentemente, dico al loro vate Matteo Salvini, che non si azzardi mai più a chiedere, come ha fatto ieri, una cosa che è impossibile possa ottenere, vale a dire un “mandato per sessanta milioni di italiani”, perché finché in Italia ci sarà

  • chi pensa la propria Patria come la pensava allora Don Milani,
  • chi ritiene di essere italiano, sì, ma prima di questo europeo e ancor prima cittadino del mondo,
  • chi considera che i soldi presi a prestito si debbano sempre restituire,
  • chi pensa che raggiungere la condizione socioeconomica dei propri padri sia meno importante di avere una situazione socioeconomica “giusta”,
  • chi ritiene che la misura di tale giustizia sia umana e non nazionale,

nessun Matteo Salvini, anzi nessun rappresentante sovranista potrà avere un mandato “per sessanta milioni di italiani”, ma solo per quella parte – esigua anche quando formalmente maggioritaria- che lo sostenga.

A quel sedicente “Popolo” e ai suoi vati dico pertanto con forza e a piena voce:

NON IN NOSTRO NOME!

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3 thoughts on “Non in nostro nome!

  1. Renato Pilutti ha detto:

    Non faccio altro che allegare il pezzo che ho scritto in argomento l’altrieri sul mio blog, che magari richiederebbe qualche tuo intervento, visto che funziona a senso unico… che ne dici, Neri?

    Signor segretario della Lega, lei non mi rappresenta, e quindi faccia bene i conti quando si attribuisce la rappresentanza di sessanta milioni di Italiani, e come me la pensano milioni di persone, cittadini di questa Nazione. Si dia una calmata e controlli la sua esaltazione, o rischia di svegliarsi bruscamente da un falso sogno

    Egregio signor Salvini, la invito a fare il conti bene: lei ha preso il 17 per cento dei suffragi alle elezioni politiche del 4 marzo scorso, il 17 per cento dei votanti, che sono stati poco più del 50 per cento degli aventi diritto al voto, e dunque circa forse 3 milioni di Italiani o poco più, su 48 milioni di elettori attivi, più o meno. Innanzitutto.

    Io non la ho votata e conosco più di mille persone che non l’hanno votata, anche perché aborriscono il suo linguaggio, la sua boria, la sua tracotanza, la sua arroganza, la sua prepotenza, la sua vanagloria, la sua protervia, la sua presunzione, la sua ignoranza tecnica e morale, ché son cose diverse, il suo dilettantismo espressivo, in definitiva la sua superbia, principio di tutti i vizi, anche ieri evidenziato dalla citazione sgangherata di papa Wojtyla, che fa il paio con l’esecranda esibizione del Rosario e del libercolo contenente (forse) i Vangeli durante la campagna elettorale. Glielo dice un filosofo e teologo, e anche per di più politologo e sociologo con adeguati titoli ed esperienza. Le basta? L’elenco dei sopra elencati “sottovizi” della superbia è disponibile nell’etica tomista e in quella cui faceva riferimento il professore Norberto Bobbio, ma dubito queste siano letture cui lei possa essere aduso.

    E dunque, se non vuole fare figure barbine con non pochi Italiani che sono in grado di smascherarla sotto ogni profilo, come me, prima di fare certe dichiarazioni studi, studi, studi umilmente e faticosamente, nel silenzio, invece di dar fiato alle sue trombe stonate.

    Lei non rappresenta 60 milioni di Italiani, non racconti balle, ché ogni persona appena alfabetizzata lo sa.

    Ho ascoltato per Radio Radicale il suo discorso in Piazza di Popolo a Roma, e mi è rimasto in memoria un solo concetto della valanga di parolone e generici concetti espressi con un tono insopportabilmente dittatoriale ed autoreferenziale. Ora manca solo che lei parli in terza persona e passi dal già insopportabile “io”, a “Salvini”.

    Di ieri mattina mi è rimasto un solo lemma, più volte da lei ripetuto: buonsenso. Ad ascoltare lei pare basti il buonsenso per governare, per comprendere i problemi, per decidere. Mi sembra pochino. Il buonsenso è una dotazione implicita per svolgere attività politica e qualsivoglia altra attività umana, lo sanno anche i gatti del cortile. E non basta, ovviamente. Ma per lei non è ovvio, che significa, dal latino ob viam, per la via, quindi scontato.

    Lei forse non lo sa, ma le piazze, così come gli stadi, i cortei e ogni grande assembramento sono i luoghi dove la soglia critica dell’umana intelligenza si abbassa, come spiegano autori che lei probabilmente non ha neppure sentito nominare, come Gustave Le Bon nel suo La psicologia delle masse. Contento lei…

    Non ho il dato socio-statistico dei partecipanti, ma non ce l’ha neppure lei, e quindi non si illuda.

    Non so come procederanno le cose, né se questo ircocervo (sa che cosa è?) di governo potrà stare in piedi, poiché l’altro viceprimoministro mi par un poco in ambasce. Lei mi par voglia imitare il suo poco imitabile omonimo, mentre gli fa capire di non darsi pensiero con il sintagma esortativo: “Stai sereno (Luigi)”. Mi par di vederlo, il giovinotto campano, oramai tremebondo anzi che no.

    E intanto, nonostante voi due, l’Italia lavora, vive, va avanti. Nonostante voi due, non molto noti per esser stati lavoratori indefessi. Se rivolgo l’attenzione al suo inopinato socio, non mi pare che possa vantare grandi esperienze di studio e di lavoro. E lei? Ha mai lavorato oltre all’aver fatto politica? Leggo che ha fatto il classico, bravo! E poi? Quando ieri la sentivo scandire in piazza il verbo al modo infinito “la-vo-ra-re”, più e più volte, mi veniva da pensare: ebbene sì, lavorate pure voi che mi applaudite qui in piazza, ché a me basta rappresentarvi. Quello è il mio lavoro. Sa invece quello che ho fatto io nella vita, figlio di operai emigranti, studiando e lavorando nel contempo? Ebbene: ho maturato quarantadue anni e sette mesi di contributi, con la legge Fornero, che lei non smantellerà, nonostante i suoi proclami cui lei è il primo a non creder veritieri, perché le stanno spiegando che è improvvido farlo, quantomeno per ragioni di finanza attuariale; nel frattempo ho conseguito tre lauree magistrali, due dottorati di ricerca e un master. E lei?

    Domattina, lunedì, io come altri ventisette milioni di Italiani andrò al lavoro, in una delle aziende che seguo, e in settimana farò anche lezione in due luoghi di formazione alta, nonostante mi sia arrivata una più che dignitosa pensione da un paio di mesi, che né lei né il suo socio in affari si azzarderà a toccare, e verso sera tornerò a casa. Se ne avrò la forza andrò in palestra, così come oggi ho fatto sessanta km in bici, fisico recuperato da un pericoloso tumore, che mi è stato ben curato da un sistema sanitario vigente, non pensato da lei, ma da quelli che lei disprezza ogni volta che apre bocca: i democristiani, i socialisti, i laici e i comunisti e i loro eredi. Un sistema sanitario gratuito da una quarantina d’anni, tra i migliori del mondo.

    Joseph Goebbels, ministro della propaganda del III Reich spiegava che dire per dieci volte una menzogna non basta, ché la verità vince, ma se si dice mille volte una menzogna, questa diventa “verità”. Cito qui il fanatico gerarca nazista, non certo per ipotizzare similitudini, ma per ricordare che il meccanismo della menzogna, che riguarda anche il protagonista di questo post, funziona sempre allo stesso modo.

    Salvini da Milano, mi ascolti, lasci perdere i sessanta milioni di Italiani, e si accontenti dell’onesto.

  2. Neri Pollastri ha detto:

    Ovviamente condivido, Renato. E scusami se non chioso i tuoi interventi, ma sta proprio nel fatto che li condivido.Io, da filosofo, esercito in prevalenza il pensiero critico, e quello ha bisogno di cose che presentino necessità di correzione (qualche volta, ricorderai, l’ho esercitato anche co te!)

  3. Giorgio Giacometti ha detto:

    Quando si comincia a ragionare in termini “noi” (il popolo, i giusti, i sani ecc.) “loro” (“gli altri”, i nemici del popolo, i malvagi, gli “untori” ecc.) il rischio più grande (sviluppando la tua tesi, Neri, circa la “controproducenza” di questa logica schmittiana amico-nemico) è quello di finire,,, tra i loro!
    (Pensiamo ad esempio allo shock di tanti italiani sinceramente fascisti, ma sfortunatamente ebrei, nel 1938 o quello che subirebbero quei fieri “leghisti” che non dovessero superare un test facile facile di “italiano” per essere riconosciuti parte dei “nostri”… quanti “lumbard” risulterbbero più italiani di quelli che sprezzantemente loro chiamano “bingo bongo”?).
    Alla fine un certo solidarismo “cattocomunista” è un’assicurazione sulla vita, sai mai….

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