Universalismo, ovvero Primagliesseriumani

L’ideologia postideologica del populismo qualunquista incombe, ma in realtà non è lei il problema per il futuro della politica. Quell’ideologia non è infatti che una risposta, per quanto pessima, a un problema incistato nella politica (non solo italiana) da così tanto tempo che è persino difficile fissare una data limite: da Tangentopoli? Dalla caduta del muro di Berlino? O addirittura dal Sessantotto, anno che vide assieme la lacerazione prodotta nel PCI dai carri armati russi sulla Primavera di Praga e una contestazione giovanile che altro non fu che la mascherata di un ricambio generazionale del potere?

Lasciando agli storici questi interrogativi, resta che da quasi mezzo secolo si assiste allo “slittamento al centro” di quel che una volta era la sinistra, il che – tradotto a giovamento di tutti coloro che ritengono “destra” e “sinistra” ormai obsoleti solo perché non sanno maneggiarli – significa costante e progressivo abbandono di valori da parte di quei rappresentanti politici che una volta ruotavano attorno al Partito Comunista Italiano. Uno slittamento che non è responsabilità esclusiva dei politici, i quali anzi hanno la sola colpa di aver “inseguito” un elettorato che sempre più abbandonava i valori storicamente fondanti la sinistra –  equità e universalismo – e che perciò è il vero agente di questo cambiamento.

Le ragioni di tutto questo sono piuttosto chiare e si collocano nell’aspetto rivendicativo delle politiche della sinistra novencentesca e, prima ancora, ottocentesca, entrato in conflitto con quei valori a causa del cambiamento delle condizioni del mondo e della conoscenza che ne abbiamo. Fino a cinquant’anni fa, infatti, il ceto medio e medio-basso dei paesi europei poteva ancora illudersi di coniugare con equità e universalismo il personale desiderio di migliorare la propria condizione materiale : le “magnifiche sorti e progressive” nutrivano il sogno che fosse sufficiente eliminare i privilegi e liberare lo sviluppo per rendere abbienti tutti gli abitanti del pianeta. Oggi sappiamo che non è così, sappiamo che se tutti sei miliardi di abitanti del pianeta consumassero quanto il miliardo dei paesi ad alto PIL la terra non sopporterebbe il carico, anzi, non ci sarebbero proprio le risorse per sostenere quei consumi; oggi vediamo come i “paesi poveri” stiano assediando quelli “ricchi”, o sottraendo loro attività produttiva (che eseguono a costi più bassi), o bussando con energia alla loro porta per entrarvi, sotto forma di immigrazione. E – come evidenziano molti studi, tra i quali il Rapporto Oxfam dello scorso anno – tutto ciò ha comportato che per oltre mezzo miliardo di appartenenti a quel ceto medio, europeo ma anche statunitense, vi sia stata nell’ultimo decennio una parziale, ma comunque sensibile, diminuzione della ricchezza materiale.

Questa è la vera e più profonda motivazione che ha spinto parte di coloro che una volta votavano la sinistra a rivolgersi altrove e, di conseguenza, i loro precedenti rappresentanti a rincorrerli, abbandonando sempre più i valori della sinistra – inutilmente, perché sì facendo si limitavano a mimare gli originali, i quali – si sa – sono sempre preferibili alle loro copie. Adesso – dopo la scomparsa dei partiti di sinistra dal Parlamento avvenuta cinque anni fa e dopo la frana elettorale del 4 marzo che ha prodotto la nullificazione anche del centrosinistra, a vantaggio di populismi dal contenuto ambiguo e privi di qualsivoglia lettura politica internazionale – qualcuno propone di continuare la rincorsa a destra – o, di nuovo, se non vogliamo usare queste categorie, di cessare definitivamente di coniugare equità e internazionalismo.

Lo fa per esempio Gianpasquale Santomassimo in un articolo su il manifesto, criticando non solo quello che chiama “mito europeista” (e certo sulla struttura, più economicista che politica, dell'”Europa Reale” qualcosa da ridire c’è senz’altro), non solo il “multiculturalismo” (tema trattato da tutti con una grossolana superficialità che lascia stupefatti), ma appunto anche l’universalismo:

«Non ci interessa la sovranità nazionale, siamo internazionalisti» dichiara la dirigente di una lista elettorale che ha preso l’1,1%. Ci si chiede da quando questa posizione, che ignora perfino il significato delle parole, e che sarebbe impossibile spiegare ai cubani, ai vietnamiti, ma anche ai curdi e a qualunque altro popolo, sia diventata luogo comune nella sinistra italiana.

Provo a rispondere: dal 1864, data della I Internazionale? Oppure – per limitarsi angustamente all’Italia – il 1969, data di nascita di quel giornale su cui Santomassimo scrive, immemore del fatto che il motto dei suoi fondatori era “la sinistra o è internazionalista, o non è”?

Lo fa anche – e mi stupisce di più, perché molto devo alla sua lucidità politica – un vecchio saggio qual è Raniero La Valle, il quale conclude una riflessione immediatamente successiva al voto e ricca di giuste osservazioni affermando:

Il compito dell’ora è però quello di rimettere in discussione le forme e le leggi della globalizzazione (in gran parte prodotte dalle stesse “sinistre”), e in concreto cercare di mettere in piedi una grande alleanza di opinioni e di forze democratiche europee per una revisione dei Trattati europei, per ridare legittimità al pluralismo delle politiche economiche e sociali e al ruolo della sfera pubblica nell’orientamento e nel sollevamento dell’economia reale: che vuol dire persone, famiglie, destini.

Un po’ meglio di Santomassimo, certo, ma sempre con lo sguardo puntato sul proprio ombelico: perché la povertà, la sofferenza, l’umanità che reclama equità non stanno in Europa ma altrove e – pur con tutte le sue distorsioni – la globalizzazione sta loro dando una mano.

Questo dovremmo far comprendere a quelle “persone”, a quelle “famiglie”, a quei giovani che vanno a Londra a fare i camerieri per non restare a casa propria a fare i muratori, lasciando spazio a quegli albanesi per espellere i quali i loro padri votano a destra (per chi non lo sapesse, il numero di immigrati in Italia, cinque milioni, è più o meno uguale quello degli italiani all’estero…). Questo dovrebbero fare i soggetti di sinistra: ricreare una cultura di sinistra, di fatto boccheggiante, se non defunta. Smettendo di voler “vincere”, o almeno cessando di volerlo fare domani, e riconoscendo con cinico realismo che parte di quegli elettori che si dicevano di sinistra e che non se ne sentono più rappresentati in realtà non lo erano mai stati: si trovavano lì solo per interesse personale e non perché interessati all’equità e alla giustizia. E giustamente, dal loro punto di vista, si sono spostati a destra quando il vento è cambiato.

Questo ci aspetta, se vogliamo tornare a sperare in un mondo migliore, più equo e più giusto, e non limitarci a bramare un mondo per noi più comodo. Ma per farlo l’universalismo è una conditio sine qua non e vederlo accantonare, in toto o in parte, da chi ha vissuto la sua storia a sinistra inquieta più di quanto non turbino l’ascesa delle destre e dei populismi.

 

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5 thoughts on “Universalismo, ovvero Primagliesseriumani

  1. Renato Pilutti ha detto:

    Caro Neri,

    non vi è alcun dubbio che se lo sguardo vuole farsi autenticamente pensoso dei problemi reali e dunque “veri”, non può che essere vòlto al tutto, a tutti, all’insieme composto da tutti gli esseri umani e dalle risorse che questa piccola meravigliosa Terra, nonostante i comportamenti umani, continua a darci. Non voglio aggiungere nulla all’analisi che fai sulle forze politiche afferenti alla sinistra, ché meriterebbe anche una maggiore spietatezza, ma desidero scriverti questo: se è vero che lo sguardo, per essere equilibrato deve volgersi al tutto (guarda, curiosamente; echeggiando l’etimologia di cattolicità, magari nella versione di Francesco papa), sarebbe bene che si recuperasse anche un pensiero attento al locale, a ciò che un tempo veniva chiamata “patria”, temine che è stato scippato, anche per grande insipienza della “sinistra” nel suo insieme, dal mondo e dall’immaginario politico delle “destre”. La “patria” non è di destra, e, se vuoi, neppure di sinistra, ma potrebbe essere un riferimento altro, in grado di dialogare di più e meglio con chi coniuga la solidarietà, lo spirito di eguaglianza e un’etica dell’equità ponendosi obiettivamente in un’area di sinistra che ancora si può declinare con questo antico e dignitosissimo lemma. E, aggiungerei, così si potrebbe di nuovo parlare anche… di socialismo. In altre parole, uscendo da una riflessione troppo striminzita (questa mia che qui ti propongo), sono convinto che una visione, uno sguardo ancora e di nuovo solidale, improntato a un’antropologia e a un’etica umanitaria/ umanistica, abbia bisogno, per respirare, sia dell’afflato globale-universalistico, sia della temperie del locale, delle piccole patrie, come peraltro si chiama storicamente il mio Friuli dal 1077, da quando cioè l’imperatore svevo Enrico IV costituì il glorioso Patriarcato di Aquileia affidandolo al suo fido conte-vescovo Sigeardo. Buine Pasche, par furlàn, carissimo amico Neri

    renato

    • Neri Pollastri ha detto:

      Caro Renato, tu poni una questione giusta in termini che, tuttavia, non mi paiono tali.
      L’uomo è un essere prossemico, termine con il quale il suo essere dotato di attitudini percettive e capacità operative dirette limitate allo spazio immediatamente circostante, le quali producono in lui una reattività affettiva direttamente proporzionale alla vicinanza di quanto avviene intorno a lui. Questo fa sì che si debba tener sempre da conto in primo luogo quei valori “prossimi” che più lo affettano e sui quali può più direttamente intervenire, riconoscendo tuttavia che quei valori non “valgono” più di quelli che meno lo affettano, ma solo che lui li sente meno per contingenti motivi di distanza.
      Questo discorso, un po’ rapidamente sintetizzato, per dire che ciascun uomo non può che vivere, agire e reagire in primo luogo in una sua realtà prossima, quindi nella comunità locale (salto qui la famiglia, perché stiamo parlando di polis), e che lì dovrà in primo luogo occuparsi di giustizia e di valori; ma, di nuovo, lo dovrà fare solo con lo “sguardo ampio” a tutto il resto del mondo, per far sì che la sua comunità (così come lui stesso) abbia “il posto che è giusto che abbia” (Platone), né di meno, né di più.
      Ora, il concetto di “patria” significa né ha mai significato questo: è qualcosa che è stato fatto valere per esaltare la propria comunità nei confronti di altre, talvolta per liberarsi dai soprusi di quelle, talaltra per effettuare a propria volta soprusi. Tu dici che il concetto non sia di destra, ma storicamente invece è sempre stato così ed è sensato che lo sia, in quanto il focus del concetto è su un’individualità egotica (la patria, soggetto collettivo a cui “io” appartengo) a discapito delle altre. E anche oggi viene utilizzata così: si vuol uscire dall’Europa perché Germania e Francia ci impongono leggi a loro vantaggio, non restarci per continuare ad aiutare Grecia e Polonia… Ovvero, quando pensiamo alla nostra patria ci confrontiamo sempre con chi sta meglio, mai con chi sta peggio; rivendichiamo, non ci disponiamo alla condivisione con chi sta peggio.
      Tu potresti avanzare una proposta di “correzione” del concetto di patria in senso solidale, cosa certo possibile, ma credo anche assai ardua. A mio parere la cosa migliore è piuttosto coniare (o scegliere tra quelli esistenti) un altro concetto da usare per denominare la nostra “comunità locale”, con la propria cultura, le proprie tradizioni, i propri equilibri interni, e tuttavia globalmente disposta verso l’esterno con spirito di equità e non solo con “spirito del vincente”, quello che da sempre caratterizza l’idea di patria.
      Buona pasquetta!

  2. Giorgio Giacometti ha detto:

    Si potrebbe obiettare che accanto all’internazionalismo marxista vi sono altre componenti della sinistra tradizionale, più legate alle diverse “patrie” (evocate da Renato), come le diverse forme di socialismo nazionalistico che contraddistinsero e contraddistinguono ancora (baste pensare ad al-Fatah) i movimenti di liberazione anticoloniali (evocati anche da Santomassimo quando ricorda l’esperienza cubana e vietnamita), per tacere dagli echi “nazionalistici” di certo idealismo “resistenziale” (da bambino cantavo quel canto partigiano che si concludeva con la struggente strofa: “…quando l’esecuzione fu preparata, fucili e mitraglie erano puntati, non si sentiva i colpi, i colpi di mitraglia, ma si sentiva un grido, viva l’Italia”, così come l’inno delle “rosse” Brigate Garibaldi suonava: “La stella rossa in fronte, la libertà portiamo, ai POPOLI [sic, al plurale, non “al proletariato”] oppressi la libertà noi porterem”).
    Tuttavia, ho sempre pensato che questi ideali “quarantotteschi”, romantici, “patriottici”, talora riemergenti perfino nella sinistra marxista (come le diverse “vie nazionali” al socialismo, cfr. l’idea di “eurocomunismo” di Berlinguer, per tacere della celebre contrapposizione tra il “socialismo in uno solo Paese” di staliniana memoria e l’internazionalismo trotzkista), stridessero alquanto con la genuina (e meglio giustificata razionalmente) dottrina internazionalista del “Manifesto” (di Marx) e del “Capitale”. Insomma, la rivoluzione o è di “tutti i proletari” o non è (come dimostra il fallimento del comunismo mondiale che può essere anche interpretato – con qualche forzatura – come il risultato dell’accerchiamento “capitalistico” dei Paesi del socialismo reale, “costretti” conservare una rigida struttura statuale anche per “difendersi” dall’avversario esterno).
    Si direbbe, dunque, che ancor oggi una sinistra che voglia essere “marxista” non debba rinunciare all’universalismo della sua proposta politica, a costo di perdere in termini di consenso, come tu, Neri, sostieni.
    Tuttavia, sorge un problema. L’internazionalismo marxista era fondato non tanto sui “valori” dell’equità e della giustizia sociale (che Marx avrebbe rubricato, in quanto tali, come inerenti alla sfera morale, dunque a un ambito “sovrastrutturale”, ideologicamente efficace a muovere le masse, forse, ma non “strutturalmente” capaci di sostanziare una lotta politica come lotta di classe), ma agli “interessi” oggettivi della classe dominata o, nel linguaggio di Gramsci, subalterna.
    Ora la domanda è: vi è qualche “interesse” nei cittadini dei Paesi occidentali, appartenessero pure ai ceti più bassi, a “condividere” la lotta dei diseredati del mondo, che si traduce, oggi, soprattutto come “migrazione di massa” di questi stessi diseredati verso questi stessi Paesi occidentali, con gli effetti destabilizzanti a tutti noti? In modo ancora più brutale: l’ultimo dei cittadini europei appartiene alla classe dominata o, in qualche modo, agli ultimi ranghi della classe mondialmente dominante?
    Se la risposta fosse la seconda, non vi sarebbe alcuno spazio per una proposta “tradizionale” di sinistra (più precisamente: marxista), perché tale risposta opporrebbe contraddittoriamente valori a interessi. Non si tratterebbe, da parte dei partiti di sinistra “duri e puri”, semplicemente di accettare la perdita di consenso elettorale, ma di riconoscere che tale perdita esprime la rottura di un’antica solidarietà tra “interesse proletario” e “valori socialistici” (il primo essendo intercettando, coerentamente, dai popolisti anti-immigrati e il secondo da “anime belle” ispirate magari dal magistero di Papa Francesco).

  3. Neri Pollastri ha detto:

    Caro Giorgio, la questione che tu poni è in realtà essenziale: tu la poni in modo a mio parere “distorto”, ma quella distorsione è per l’appunto assai condivisa e per questo anche un aspetto rilevante del problema.
    La “distorsione” è ricondurre “universalismo” e “sinistra” a Marx. Solo per chiarezza specifico subito che io non sono, né sono mai stato marxista, anzi, non ho mai amato Marx. Ho messo a fuoco il perchè quando ho studiato bene il modo in cui egli fonda la sua filosofia politica in quella di Hegel e, in particolare, nei Lineamenti della Filosofia del Diritto. Non sto qui a ripercorrere la cosa (dovrei anche andare a ricercarmi appunti di un quarto di secolo fa…), ma semplifico dicendo che uno dei più grossi limiti della filosofia hegeliana è la totale assenza di una filosofia morale, limite che Marz cavalca e amplifica, “cancellando” tutte le dottrine politiche “di sinistra” e universaliste a lui precedenti tacciandole di essere “anime belle”, ovvero grossolani moralisti.
    Un secolo e mezzo fa poteva anche sembrare che l’operazione marxiana funzionasse, ma oggi sappiamo che non è così, che una filosofia della storia entro la quale l’antropofisica dei rapporti di produzione producono necessariamente un assestamento egualitario – del quale nessuno peraltro sa nulla in anticipo se non che, sorpresa!, sia “più giusto” (di dove scappa fuori il giudizio di valore se era stato bandito in quanto “moralista”?) – è una favoletta non migliore di quelle raccontate dalle “anime belle”. E allora, io credo, è il caso di tornare a pensare alla politica non più (o almeno non solo) come campo in cui si difendono gli interessi, ma in primo luogo come estensione della morale al campo della convivenza civile. Tornare a pensarlo, perché così la pensavano Socrate e Platone, ma anche tanti altri filosofi della politica. Che saranno anche state “anime belle” (e sono il primo a sostenerlo, si badi), ma sono anche coloro che hanno dato senso al concetto di “politica”, le cui variazioni marxiane o schmitiane da un lato sono isolate, dall’altro sono integrabili benissimo in un concetto meno angusto (e anche meno contradittorio).
    Detto questo, e venendo alla conclusione del tuo intervento, la questione in gioco per chi voglia rilanciare una politica basata sui valori della sinistra (e non sulle rivendicazioni che, accidentalmente e in una precisa fase storica, questa ha perseguito) non è tanto riconoscere quella che chiami <>, quanto riconoscere che i “proletari” nei paesi ad alto PIL non ci sono più da tempo e che per tutti gli altri (o comunque per molti di loro) l’affermazione di valori come equità e universalismo, pur attentando ad alcuni crassi interessi materiali, può essere un interesse ancor più alto. E questo non per gratuita eticità, ma proprio perché l’eticità non è mai gratuita ma ha un ritorno cronologicamente sfasato: esemplificando in modo inevitabilmente grossolano, non ho più i soldi per il SUV ma non ho più l’ansia che la mia città sia popolata da persone con una cultura completamente diversa dalla mia; non guadagno più da permettermi i fine settimana a Londra, ma ho più tempo per stare con mio figlio e con i miei amici; e via dicendo.
    Ma qui il discorso si farebbe più ampio. Buona pasquetta!

  4. […] Onorevole Salvini, è certo coerente con il Suo motto “Primaglitaliani”, del quale ho già denunciato l’immoralità, ma è del tutto inutile a risolvere il problema, così come lo erano le politiche […]

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