3 thoughts on “Satira, senso comune e filosofia

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  2. renato pilutti ha detto:

    Sarei tentato di uscire dal seminato filosofico, caro Neri, trattandosi di un personaggio (Casaleggio) per me insopportabile, per ragioni che qui lascio perdere. E resto nel “seminato” filosofico.
    La tua riflessione sul giudizio di Fusaro circa la vignetta di Vauro è ineccepibile, anche dal mio punto di vista più aristotelico-tomista, che mi permette addirittura di rinforzarla. Infatti, sulla morte si può anche scherzare, se lo si fa con intelligenza, come insegnava il buon Epicuro.
    Si può scherzare, non solo perché l’umorismo è una dimensione conoscitiva di dignità elevata, ma anche perché ci aiuta a comprendere come tutto si tenga, la vita e il suo termine (vorrei dire “terreno”, se si vuole), la nozione di morte e la sua in-essenza, la pietas e il giudizio critico, e così via…
    Un solo appunto, se posso: tu a un certo punto poni il concetto di humanitas come plurale; sono senz’altro d’accordo sotto il profilo logico, di meno sotto il profilo di un’etica del fine, la quale prevede di essere declinata in un certo modo, cioè avendo come fine l’uomo stesso, e la sua tutela come parte “pensante” della natura, su cui ha un mandato, senza possesso.
    Ma questo secondo argomento c’entra poco con quello da te proposto, e su cui concordo. Buona salute e buona fortuna, a vederci a maggio!

  3. francesco ferrari ha detto:

    Dall’articolo di Neri emerge un tema che mi è molto caro. Quello del rapporto tra filosofia e senso comune, che è a conti fatti lo stesso discorso dell’annosa questione dell’avalutatività in filosofia.
    La posizione di Fusaro, che viene qui riportata nel suo dibattito con Vauro, viene analizzata nel suo essere carica di “pregiudizi” provenienti dalla morale-del-senso-comune (quella che in tedesco viene chiamata “Sitte” o “Sittlichkeit”, e che noi potremmo tradurre con “costumi”). Ora, compito del filosofo è (anche) prendere coscienza di quanto nei nostri e altrui discorsi è determinato dalla morale-del-senso-comune, che non è un male di per sè (come ogni forma di traditum e quindi di tradizione), ma lo diventa nella misura in cui rimane un “impensato” assunto supinamente. E che può assurgere pertanto ben presto a dogma. L’assunto fusariano “sui morti non si scherza” o anche “dei morti non dire nulla se non il bene” riporta a una saggezza popolare che può essere anche condivisibile, ma in sede filosofica diviene inaccettabile se non è corroborata da un pensiero argomentato e che conduca autenticamente nell’arena del dialogo. Ho particolarmente apprezzato la ricostruzione della posizione di Vauro come “etica” in quanto “universalizzabile” attraverso l’interpretazione di Neri della seconda vignetta di Vauro (quella della sua ipotetica futura lapide). Qui Neri ha buon gioco dell’evidenziare come l’argomento proposto da Fusaro sia non filosofico, ma viziato da un assunto dogmatico di fondo (“sulla morte non si scherza”) che conduce così Fusaro a “assolutizzare surrettiziamentwe il proprio valore”.
    Vi è poi un’altra questione: assumendo anche che “Di fronte a un morto occorre seppellire l’ascia di guerra, non foss’altro in ragione del fatto che il morto è morto e non ha facoltà di rispondere e di difendersi” (Fusaro), resta che la vignetta prima intende volgere il proprio strale satirico non tanto a Casaleggio, qui non-rappresentato de facto, ma evocato in quanto burattinaio, quanto verso il “vivo” Grillo, che diventa qui, per così dire in modo “chiastico”, il morto, ovvero, la marionetta inerte privata del proprio manovratore.
    Francesco

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