Un’Italia unigenerazionale

L’attuale primattore della politica italiana domenica ha fatto un appello dei suoi, chiedendo a chiunque “voglia cambiare l’Italia” di “non perdere un secondo” e andare ad aiutarlo a realizzare quello che è “il sogno di una generazione”. Pur dentro a una confezione informale e ammiccante, tipica del suo leaderistico modo di comunicare, queste parole celano un significato importante, che probabilmente è sfuggito ai più e che dice molto, moltissimo di Renzi e della sua politica.

In primo luogo, come sempre e ancora una volta, quelle parole fanno scomparire il contenuto dietro lo strapotere dell’atto: quel che importa è cambiare, non cosa e come farlo. La conseguenza è che chiunque voglia “cambiare” pare obbligato a stare con lui, a dargli una mano, altrimenti sarà considerato un “conservatore”: non è infatti contemplata la possibilità che qualcuno voglia cambiare l’Italia, sì, ma in modo completamente diverso da come sta facendo (o, meglio, ha intenzione di fare) Renzi.

In secondo luogo, è interessante (e anche un po’ inquietante) il fatto che – inserito di soppiatto e senza chiarirne i termini – un riferimento a un contenuto in quelle parole c’è, implicato dall’ultima parte della frase, quella che rinvia al “sogno di una generazione”.

In terzo luogo, infine, quello stesso rinvio ci dice altre due cose: che l’Italia che Renzi vuol realizzare è “un sogno” e, più precisamente, quello fatto da “una generazione”: la sua.

Se proviamo a tirare le somme di queste parole del nostro Presidente del Consiglio, ne viene fuori che il suo discorso è altamente e retoricamente demagogico, in quanto ad aiutarlo “senza perdere un secondo” possono andare solo coloro che la pensano come lui riguardo al genere di cambiamento da realizzare in Italia. Più precisamente, possono correre a dargli una mano solo quelli che “sognano”, e non chi voglia invece cambiare senza tanti sogni ma guardando alla realtà. Vale a dire, i suoi coetanei, quelli cresciuti nei “favolosi anni Ottanta”, quelli del “sogno” Berlusconiano. Tutti gli altri, dal sottoscritto al mio caro vicino di casa novantaduenne ed ex capo partigiano, non possono (e del resto non vogliono) aiutarlo, perché l’Italia vogliono cambiarla, certo, ma senza sognare e in tutt’altro modo.

Si dirà che rinviare al “sogno” berlusconiano degli anni Ottanta sia una ingiusta critica macchiettistica. Non è così, e per dimostrarlo basterebbe ricordare che Renzi, oltre che essere stato da giovanissimo alla Ruota della Fortuna, ha più volte affermato che quando smetterà di fare politica vorrebbe fare il presentatore televisivo (mestiere non molto diverso da come sta interpretando il proprio ruolo di politico). Ma se ciò non bastasse, lunedì lui stesso ci ha fornito ancor migliori elementi di riprova, presentando la candidatura dell’Italia per le Olimpiadi del 2024.

Lascio da parte tutto ciò che di male si potrebbe dire su questa iattura (la Grecia si è rovinata grazie alle Olimpiadi, nessun paese ha mai guadagnato niente dalla loro organizzazione, nel nostro poi un’evento simile sarebbe un banchetto per la corruzione) e mi limito a osservare due aspetti della cosa.

Il primo è che una analoga candidatura era stata drasticamente esclusa due anni da un altro Presidente del Consiglio, Monti, il quale – forse perché apparteneva a un’altra generazione – non aveva ritenuto opportuno investire ancora sullo sport, che – dalla sciagurata vittoria ai Mondiali di Calcio dell’82 (Renzi aveva sette anni) all’epopea del Milan di Berlusconi (e delle sue TV) – ha in Italia un posto assolutamente prioritario nell’interesse dei cittadini: che sia anche per questo che il nostro Paese versa in una così profonda crisi morale ed economica?

Il secondo è il modo in cui Renzi si è espresso nell’occasione: “con tutto il rispetto per De Coubertin”, ha detto, “questa candidatura la presentiamo per vincere, non per partecipare!”. Come si sa, le Olimpiadi moderne erano nate appunto ispirate dallo spirito di De Coubertin, interessato all’incontro tra le persone e non alla competizione; ma al Nostro – cresciuto appunto negli anni Ottanta, quando l’allora Presidente del Consiglio rifiutava confronti con eminenti economisti adducendo il fatto che non avevano vinto la Coppa dei Campioni come lui – la cosa non interessa: la competizione viene prima di ogni altra cosa, anzi, partecipare senza puntare a vincere è semplicemente impensabile.

Ecco, io, il mio novantaduenne vicino di casa e molti, molti altri cittadini di questo Paese la pensiamo diversamente. Anche noi vogliamo “cambiare l’Italia”, ma la vogliamo non competitiva: vogliamo un Paese solidale, che fa le cose perché è bello farle e farle bene, non per vincere; vogliamo un Italia con meno sogni, meno sport e meno televisione, ma più concretezza, più giustizia, più momenti di incontri tra le persone, oggi troppo chiuse in casa a guardare gli show del Presidente del Consiglio e di quegli intrattenitori che lui “sogna” un giorno di sostituire con se stesso.  Vogliamo cambiare l’Italia, oggi renziana e dai progetti unigenerazionali, in un Paese senza alcun leader paternalistico e in cui ci sia spazio per tutte le generazioni.

Per questo cambiamento dell’Italia, oggi, Renzi è un grave ostacolo.

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One thought on “Un’Italia unigenerazionale

  1. anna colaiacovo ha detto:

    Bravo, Neri! condivido la tua analisi e anche la tua inquietudine. Purtroppo il messaggio renziano arriva in maniera facile e diretta perché attua il meccanismo della semplificazione di una realtà (la nostra) che è complessa. La riduzione di tutto a slogan come nei messaggi pubblicitari, ‘cambiamento/conservazione, ‘con me o contro di me’, ‘sogno/realtà’ induce a una scelta di campo facile per chi è stato ‘educato’ per anni dalla televisione commerciale. Certo è anche vero che l’Italia, è ridotta in tali condizioni che “Vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, purché ci sia alcuno che la pigli.” (Machiavelli) Già, ma per portarla dove? L’aspetto più inquietante è proprio questo e, come hai scritto giustamente tu, è stato pienamente svelato dalla esortazione a vincere, ma era già evidente nella simpatia per Marchionne, nel considerare gli imprenditori come eroi, nell’avere scarsi contatti con il mondo operaio, nella scelta di ministri giovani e senza esperienza. Convincere per vincere, il trionfo del pensiero unico, del neoliberismo rampante! E, comunque, diciamolo chiaramente, l’appiattimento sulla realtà di un Pd senza più un’idea chiara di futuro (mi vengono in mente le parole di D’Alema: “dobbiamo amministrare l’esistente!”) ha agevolato l’ascesa di Renzi al punto tale che molti, che pure lo criticano, lo sopportano perché dicono che “non c’è alternativa”. L’alternativa c’è sempre, occorre però costruirla sul piano politico nella direzione che tu indichi.

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