Il gattopardismo del familismo amorale

In Italia, sul piano sociale, abbiamo un problema fondamentale e ben preciso: la scarsissima mobilità sociale, tra le più basse dei paesi del “primo mondo”, che fa sì che possa accedere a certi ruoli sociali e professionali perlopiù solo chi appartenga a una famiglia che già vi accede. Fa l’avvocato chi ha il padre o lo zio avvocato, il professore universitario chi ha la madre professoressa d’università, mentre chi appartiene a una famiglia di operai fa l’operaio e chi ha i genitori alle poste il postino.

Non si tratta di un grossolano luogo comune: “Fra il 2000 e il 2008, meno di una famiglia ricca su 100 è diventata povera. E solo una famiglia povera su 50 è diventata ricca. Oltre l’80 per cento dei poveri è rimasto povero o quasi. E quasi il 90 per cento dei ricchi è rimasto, più o meno confortevolmente, ricco” (La Repubblica, 3 marzo 2010). Ciò riguarda anche la politica, vuoi perché oltre il 70% dei parlamentari appartiene al ceto dei liberi professionisti ordinistici (medici, avvocati, professori), vuoi perché – guarda caso – per accedere agli alti livelli della politica pare essere spesso necessario avere in famiglia chi lo ha già fatto. Due esempi per tutti, presi dalla parte che pretenderebbe di lottare contro le diseguaglianze: il padre di D’Alema era nel comitato centrale del PCI, quello di Veltroni (giornalista specializzato in cinema e che ha diretto l’Unità) era direttore dell’Unità (e la figlia fa la regista cinematografica).

Basta guardarsi attorno per rendersi conto di quanto sia macroscopico il problema, basato sul fenomeno del “familismo amorale” (Edward Banfield, Le basi morali di una società arretrata, 1958, non a caso tradotto nel nostro paese solo diciotto anni più tardi) e particolarmente diffuso in Italia per il perverso modo in cui, anche grazie al Vaticano, vi si sperimenta la famiglia. Un problema che, non c’è certo bisogno di spegarlo, è alla radice delle ineguaglianze nelle opportunità, ma che – forse questo è il caso di sottolinearlo – contribuisce in modo determinante anche ad azzerare l’importanza del merito e ad assegnare i posti di responsabilità nella società per eredità, talvolta largamente a prescindere dalle competenze e dalle qualità degli assegnatari.

Da qui, e non dal rinnovamento astratto della classe politica, dalla riduzione dei suoi costi, dall’aumento della rappresentanza femminile o immigrata, o da altre questioni affini sarebbe necessario partire per dare a questo paese un volto nuovo. Da qui, non già perché le altre cose non siano importanti – lo sono, e molto – ma perché sono conseguenze di questo vizio d’origine, prima e fondamentale corruzione del nostro paese, da cui nascono i privilegi e le “caste”.

Teniamolo ben a mente, quando (e se) cercheremo di dar vita a qualcosa di diverso nella società e nella politica italiane. E teniamolo a mente anche guardando al governo che s’è appena insediato, diretto da un signore – Enrico Letta – catapultato nella politica fin da giovanissimo, arrivato a fare il ministro a tretadue anni (il più giovane della storia della Repubblica, credo), designato Presidente del Consiglio dopo essere stato vice segretario di una segreteria deficitaria e dimissionaria e che, per curiosa coincidenza, ha uno zio – Gianni Letta – braccio destro del capo dell’altra fazione politica, con il quale negli ultimi quindici anni si è scambiato il testimone all’interno dei vari governi (uno usciva e l’altro entrava, talvolta proprio nel medesimo incarico).

Di fronte a tutto questo, le parole di Don Fabrizio principe di Salina paiono perfino poca cosa e la nostra Italia del terzo millennio pare ferma ancora alla Sicilia dell’Ottocento.

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2 thoughts on “Il gattopardismo del familismo amorale

  1. davide miccione ha detto:

    Credo anch’io che questo sia il problema radicale. Da esso si originano tutti gli altri. Non ci può essere competitività se si sa già chi deve essere scelto e se il campo della scelta è già previamente ristretto, non ci può essere investimento dell’individuo in cultura (fatti salvi i pochi amareggiati, emarginati eroi su cui non si costruisce un sistema) se essa non cambia nulla nella vita di chi ci investe, non ci può essere moralità se sei lì dove sei per appartenenza. Ma chi dovrebbe cambiare le cose: i garantiti che suggono le ultime stille di benessere sapendo che “fuori” è peggio? o gli “emarginati” che non hanno più voce? Oggi Pasolini scriverebbe sulla Gazzetta di Casarsa o sull’eco di Frosinone. Con buona pace di tutti. Forse il web? Forse, ma per me uno non vale affatto uno. Vedremo.

  2. ub68avide ha detto:

    Considerando che Bansfield parlava di familismo come “massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo” nell’Italia degli anni ’50 direi che il tempo passa inutilmente nel nostro paese. Il familismo è stato eretto a sistema nazionale. Che manchi quasi del tutto il senso di responsabilità verso ciò che è pubblico, verso il bene collettivo è iscritto nel dna nazionale, pesano le conoscenze, le amicizie, le famiglie poltiiche, una volta si diceva “i santi in paradiso”, altro che merito, altro che titoli, altro che gavetta o esperienza sul campo. L’investimento in cultura è individuale e personale, non ha, in Italia, una valorizzazione sociale, un riconoscimento pubblico nè, tantomeno, un riferimento istituzionale. Siamo un paese di caste, alla nascita in comune dovrebbero darci il “libretto delle caste” di riferimento sul tuo territorio …..

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