Archivio mensile:marzo 2013

Sul nuovo. Ovvero: gli Zamparini della politica

Uno dei problemi della politica-spettacolo, come dicevo ieri, è quello di trasformare tutto in una competizione, in una lotta nella quale conta solo essere contro l’altro e vincere, con la conseguenza che gli elettori si trasformano in tifosi e non si confrontano più (com’è noto, infatti, il tifo è una fede). Non vorrei che questo blog si adeguasse, perché in questo caso sarebbe del tutto inutile. Quindi oggi lascerò da parte il fenomeno 5 Stelle – rispetto al quale non sono, né voglio essere censorio, ma solo critico – e toccherò un altro tema.

Abbia o non abbia vinto le elezioni (ha pur sempre la maggioranza alla Camera e il maggior numero di Senatori), la coalizione di centrosinistra – ch’è come dire il PD – non ha raggiunto il suo risultato: poter governare. Al suo interno era in già accesa una disputa sulla necessità di un rinnovamento dei quadri, che s’era consumata nel corso delle primare e aveva dato un risultato chiaro: circa tre milioni e mezzo di elettori avevano scelto Bersani, che rappresentava la continuità, lasciando al palo Renzi e la sua istanza di “nuovo”. Ma, puntualmente, non erano ancora finiti i conteggi dei voti che una parte del PD – dirigenti, opinionisti, elettori, simpatizzanti – aveva già iniziato a chiedere, anzi esigere, anzi ritenere ovvia e naturale la sostituzione del “vecchio” con il “nuovo”, sostenendo perfino che se ciò fosse avvenuto prima le elezioni il PD le avrebbe vinte.

Anche tralasciando il fatto che ho sentito parlare di uno studio sostenente che se ci fosse stato Renzi al posto di Bersani solo il 3% di persone che non hanno votato PD lo avrebbe fatto, ma che al contempo ben il 4% di chi lo ha votato non lo avrebbe fatto (e io stesso ne conosco diverse), quel che mi pare importante far rilevare è che la questione, se vogliamo tornare a far politica in questo paese, è del tutto ininfluente.

I problemi fondamentali dell’Italia non sono infatti né che la classe politica sia anziana e da troppo tempo in sella, né che sia privilegiata e corrotta; queste sono cose gravi e da correggere, con urgenza, ma che nascondono problemi strutturali e perciò più importanti: che la classe politica è a) da tempo immemorabile priva di proposte ampie, articolate, coerenti e concrete; b) arrivata a fare il politico o senza aver mai fatto nient’altro prima, o senza essersi mai “sporcata le mani”, cioé svolgendo attività professionali d’alto livello (sul fatto, gravissimo, che in Italia la mobilità sociale sia la più bassa dei paesi occidentali merita tornare in un’altra occasione).

Di fronte a questi problemi, la vuota categoria del “nuovo” non ha nulla da offrire: non di “facce nuove” abbiamo bisogno, ma di “idee attuabili”. E queste ultime non è affatto detto né che debbano per forza essere “nuove” (anzi, personalmente credo che si debba guardare al lontano passato per individuare alternative di convivenza civile), né che siano appannaggio di “facce nuove”.

Ma allora perché quest’esigenza di “nuovo”?

Perché anche tra chi vota in modo abitudinario e tradizionale si sente l’esigenza del “diverso” (vuota categoria equivalente al vuoto “nuovo”) più che della “idea giusta”, che richiede una riflessione sugli errori, un’analisi critica (e autocritica) spassionata dell’esistente, di tempo e di pazienza – diversamente dal “nuovo”, che richiede solo fede e tifo.

Ecco, a me i “nuovisti” (categoria protagonista da almeno trent’anni) paiono come il simpatico Presidente della squadra di calcio del Palermo, Zamparini, noto per essere recordman nel “cambio dell’allenatore”. Il quale prima vende i membri migliori della sua squadra, poi – quando la squadra com’è ovvio ne risente – invece di fare autocritica si affida a un “nuovo” allenatore. Se su queste “strategie” calcistiche si è soliti ironizzare, si ricordi che in quel campo la cosa può talvolta perfino funzionare, perché si tratta di un gioco nel quale “motivare” le persone ha un qualche peso sul risultato finale. Ma la politica non è un gioco e l’importante non è “vincere”, bensì contribuire a individuare e attuare le forme migliori per vivere assieme in società. Purtroppo, però di quest’ultima cosa pare proprio non importi più nulla a nessuno.

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Politica o spettacolo? Ragione o emozione?

Il mio post di ieri ha ricevuto tre risposte, sfaccettate diversamente, ma con alcuni elementi comuni.

In primo luogo è però importante osservare che la domanda con cui chiudevo il post era sbagliata, o comunque foriera di fraintendimenti. Me ne sono reso conto con un attimo di ritardo, ma ho preferito lasciarla com’era e vedere cosa avrebbe prodotto. Era sbagliata perché arrivava dopo alcune mie affermazioni che ne costituivano già in parte risposta: fare politica senza (quasi) impiego di denaro, proporre volti del tutto nuovi, diffondere la moda dell’onestà sono senz’altro cose che rendono diverso 5 Stelle dal fenomeno Forza Italia, così come da chi con il ricco stipendio di “onorevole” si comprava la barca.

Detto questo, però, dubiterei che la diversità includa anche il “far ridere voluto”: Berlusconi ha giocato sulle barzellette gran parte del suo appeal sul cittadino medio; forse era meno “artistico” di Grillo, ma l’obiettivo era lo stesso, così come l’intenzionalità. Del resto, mi pare che tutte e tre le risposte insistano su un tema: che, vivendo noi tutti nella società dello spettacolo, sia lecito – anzi necessario, se non addirittura meritorio – “far divertire”, agire sulle “emozioni” e sulla “pancia” – proprio ciò che i vecchi politici non avrebbero saputo fare (forse perché tutti presi da loro stessi?). E non importa molto se dentro 5 Stelle ci siano o meno idee su come risolvere non già questioni “morali”, ma anche questioni “tecniche” (indispensabili anche per risolvere alcune questioni morali, peraltro…), perché già il cambiamento, l’emersione del “diverso” e del “sorprendente” sarebbe una lieta novella.

Dico con forza che a me questo pare un ragionamento errato. E non lo dico per demonizzare 5 Stelle, cosa di cui mi guardo bene (almeno per ora, visto che non ho elementi sufficienti per dare giudizi fondati), lo dico in generale: se l’autista del pullman per farsi bello con la bionda della prima fila guida come un pazzo e rischia continuamente di uscire di strada, non mi pare una buona idea far guidare il bambino di sei anni della seconda fila….

Lo sapevano gli altri – si chiede – dove trovare i soldi per le riforme? Beh, i tre che ho citato un po’ di idee le avevano e le hanno anche espresse, ma non li ha ascoltati nessuno, solo perché non facevano i buffoni, non urlavano contro nessuno, parlavano alla testa e non alla pancia. Oggi un amico, parlando da “uomo della strada”, mi ha detto di aver conosciuto di persona uno dei tre e di ammirarlo molto, ma che dopo un po’ gli pareva diventasse noioso, poco entusiasmante…. Insomma, come il grillo, però quello di Pinocchio! E l’odierno Grillo deve averlo capito, visto che si è messo a parlare alla pancia (come il gatto e la volpe). Forse proprio per questo, però, omettendo di parlare alla testa.

Credo che con ciò si sia arrivati a un punto importante: la distinzione della mente dalla pancia, della serietà dal divertimento.

Aprendo questo blog ricordavo che la filosofia nacque in Grecia assieme alla democrazia, perché la decisione condivisa (democratica) delle scelte riguardanti la convivenza civile richiedeva il dialogo critico, la conoscenza dei reciproci punti di vista e dei diversi valori, la composizione equilibrata degli interessi, il rispetto delle vicendevoli sensibilità. Fu questa esigenza a stimolare la scienza della ragione, mirata alla ricerca del giusto e del vero. Quel giusto e quel vero che, quando trovati (anche a titolo temporaneo), non possono che toccare la pancia. Ma che richiedono tempo, energie, pazienza, serietà. L’alternativa è prendere scorciatoie, quelle che toccano la pancia senza passare dalla testa senza richiedere né sforzo, né serietà, ma anzi producendo divertimento e spettacolarizzazione.

Ecco: la nostra società ha da tempo abbandonato la serietà, la pazienza, la ricerca laboriosa, a favore della scorciatoia spettacolare. La nostra è una società non del contenuto ma dell’immagine, non della riflessione ma dello spettacolo, non della verità ma dell’apparenza. E la politica ha seguito la moda, diventando però qualcosa d’altro: non più dibattito pubblico alla ricerca del giusto e del vero, bensì ring di personaggi, senza limitazioni di colpi bassi, nel quale chi vince riceve l’incarico di governare, indipendentemente dalla qualità (e spesso perfino dall’esistenza!) del suo progetto di convivenza civile. E’, lo sappiamo, la sagra della menzogna, dell’omissione e della dissimulazione, dell’offesa e dell’urlo, della demonizzazione e dell’adorazione.

Su questo, l’affermazione di 5 Stelle non costituisce una novità: non ha vinto un progetto, non ha vinto un’idea articolata di convivenza civile, non hanno vinto delle persone (che i più neppure conoscono), ha invece vinto un signore che ha spettacolarizzato la rabbia.

Se poi da questo successo, arcaico nella sua sorprendente novità, possa seguire qualcosa si positivo può restare aperta la discussione. Ne parleremo nei prossimi giorni.