Politica e immagine: una storia emblematica

Come si sarà inteso dagli interventi precedenti, a mio parere il problema più rilevante della politica (non solo) italiana non è il malcostume della casta, né gli sprechi a esso legati, né tantomeno il mancato rinnovamento dei governanti: è, invece, il fatto che gli elettori non siano quasi per niente interessati ad analisi, idee e programmi, bensì all’immagine. Per dirla con Crozza: nella politica italiana conta più il packaging che il contenuto della confezione.

Su questo tema è molto istruttivo un recente romanzo: Il trono vuoto di Roberto Andò, che quest’ultimo ha poi portato sugli schermi con il titolo Viva la libertà (è nei cinema in questi giorni). Personalmente non ho ancora visto il film, ma ho letto il libro – che, rispetto al cinema, di solito permette una maggiore riflessione e comprensione delle dinamiche.

Protagonista della storia è, emblematicamente, il segretario del principale partito d’opposizione, e di sinistra, che viene da ripetute sconfitte elettorali e si avvia mestamente a perdere anche quelle imminenti – insomma, anche se non lo si dice mai, si tratta del segretario del PD. Ma, con un colpo di scena morettiano, il suddetto improvvisamente sparisce dalla scena pubblica senza avvertire né il suo braccio destro, né la moglie. SI reca in Francia, da una sua vecchia fiamma che lavora nel cinema, preda della nostalgia, ma anche e soprattutto della depressione che lo affligge e che il clima politico aggrava.

Impossibilitati a rintracciare il fuggitivo, con le elezioni alle porte, il funzionario di partito e la moglie del segretario hanno un’idea disperata: sostiturlo con un sosia perfetto, vale a dire il fratello gemello, quasi sconosciuto ai media e al pubblico sia perché tra i due non è mai corso buon sangue, sia perché questi è a dir poco singolare. Si tratta infatti di un filosofo (molto tradizionale, visto l’ampio sfoggio di cultura decontestualizzata che è solito fare) schivo e scontroso, che ha cambiato il proprio nome e non viene accostato al fratello politicante, ma soprattutto è malato di mente, tanto da essere appena uscito da una clinica psichiatrica….

La sostituzione ha effetti eclatanti: fin dal primo incontro con avversari politici e cittadini tutti si accorgono che la breve pausa (addebitata a una malattia) ha sorprendentemente giovato al “segretario”, il quale è adesso diretto e aggressivo quanto prima era riflessivo e comprensivo, appassionato e comunicativo quanto in passato algido e problematico. Se in precedenza era grigio, ora ha sempre la citazione giusta, la boutade pronta, il gesto seduttivo al momento giusto. A ben guardare, non dice assolutamente niente, anzi, si ha proprio l’impressione che sia un alienato qual ci si aspetterebbe da chi sia appena uscito da una casa di cura. Ma questo i cittadini di quell’Italia (neanche tanto) romanzesca non lo sanno: loro colgono solo il suo aspetto comunicativo, il suo calore, e si commuovono, si entusiasmano, si innamorano di lui, modificando repentinamente e inaspettatamente il loro gradimento per il partito che guida….

E’, non c’è dubbio, una storia emblematica, così come assai interessante è il fatto che il narratore lasci sempre indefinito il sentimento che traspare dallo scorrere della vicenda: chi è “migliore”, il grigio e perdente, ma accorto e problematico segretario o l’istrionico e vincente, ma incosciente e pazzo gemello?

Ecco, il fatto che il giudizio resti sospeso, così come che la storia del “pazzo di successo” sia del tutto plausibile, ci danno la misura del degrado della nostra società e della cultura di massa in cui siamo immersi. E’ così: saremmo pronti a mettere nelle mani di un pazzo il nostro paese, purché sia simpatico e parli con seduttiva passione. Saremmo disposti a metterci tutti nelle mani di un incompetente che dice solo cose vuote, purché quelle cose siano “belle”, purché ci faccia volare – non importa dove né con quali conseguenze – e non ci obblighi a vivere nella realtà.

Si badi che non sto esagerando, sospinto da un romanzo, perché un leader non ancora del tutto tramontato si è per anni vantato di essere “folle”, supportando le sue affermazioni citando l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, mentre la pratica politica più gettonata diventava (ed è tuttora) “far sognare la gente”.

Ma se tutto questo è vero, si capisce perché esista la “casta” e, del pari, si può essere facili profeti a dire che anche quando verrà sostituita non lo sarà da nulla di migliore. Una lettura, questa, che verrà contestata ineluttabilmente proprio da quegli inguaribili e incoscienti ottimisti che hanno permesso, votandola, alla casta di essere lì dov’è e che sono pronti a sostituirla con altri simpatici e istrionici cialtroni.

Forse è giunta l’ora di pensare prima di agire, e anche prima di infatuarsi di questo o quel brillante (e forse pazzo) leader.

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2 thoughts on “Politica e immagine: una storia emblematica

  1. stefano terreni ha detto:

    Facciamo finta di creare una nuova branca della scienza, una nuova disciplina che si occupa di dinamiche sociali, però basata su leggi analoghe a quelle della fisica, dove sia possibile con equazioni matematiche determinare delle corrette previsioni sugli effetti dei comportamenti sociali.
    Il rigore matematico sarebbe utile, ma non sufficiente per portare la società verso un comportamento logico e la conoscenza del sistema attraverso dei modelli congrui potrebbe dare dei quadri realistici del possibile.
    Mi chiedo, se ci trovassimo di fronte ad un modello in cui la logica viene superata dall’istinto e i comportamenti razionali dalle scorciatoie frettolose, basterebbe un richiamo all’ordine per superare lo stallo?
    Non possiamo cambiare le leggi che regolano i comportamenti sociali, al massimo possiamo usarle per i nostri scopi, siamo noi che dobbiamo adattarci alle regole, non sperare che queste di pieghino alle nostre necessità, per questo vedo sempre più evidente il contrasto fra chi ha delle idee possibili ma non il consenso e chi invece lo ottiene senza proposte possibili….

    • Neri Pollastri ha detto:

      Caro Stefano, a parte che non amo pensare alle persone come a palle di biliardo che seguono leggi, in ogni caso è lungi da me cercare di manipolare il pensiero e l’azione di persone con cui devo e voglio convivere per far ‘sì che facciano ciò che a me sembra migliore.
      Il punto non è cavalcare l’onda di una cultura perversa, a seguito della quale si cercano sempre scorciatoie e si apprezza immancabilmente più la confezione del contenuto (vale anche per i cibi, sempre più insipidi e sempre più curati nella presentazione), bensì promuovere una cultura diversa.
      Io non credo alla “natura umana” e alle molte bestialità che le si affibbiano; ritengo invece che ciascun uomo sia ciò che il “brodo di coltura” in cui ha vissuto ha permesso che divenisse. Il leaderismo emotivista e la faciloneria pseudopragmatica (sono termini descrittivi e non valutativi, anche se non nascondo certo il mio giudizio) che imperversano oggi sono frutto della promozione massiccia di una cultura al ribasso, fatta da chi aveva precisi interessi da valorizzare (leggi: merce scadente da vendere), che ha poi invaso anche campi che inizialmente non c’entravano nulla – come la politica, ridotta a mercato del voto, da vendere come fosse un filetto di pesce impanato.
      La promozione di una cultura diversa non viene tentata da nessuno, perché richiede tempo e politicamente siamo succubi della logica della “presa del palazzo”, per la quale è impensabile mettere in gioco strategie che non prevedano la vittoria già alle prossime elezioni. Ma, facendo così, è fatale che si perda all’infinito, oppure ci si trasformi nell’avversario, sposandone la cultura di fondo, se non le opzioni valoriali.

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